Iran:
va in onda lo show della democrazia
di Stefano Marcelli
(segretario generale di Informazione senza frontiere)
20 giugno 2005
“In questi giorni, sui
giornali iraniani si possono leggere cose che in un Paese occidentale
porterebbero chi le ha scritte in Tribunale”, racconta Marshalla
Shamas al Vaezin.che si è conquistato sul campo, e in carcere, il
titolo di padre della libertà di stampa in Iran. Giornalista,
scrittore e sociologo, ha fondato quattro giornali e il regime glieli
ha chiusi uno dopo l’altro, ogni volta sbattendolo per qualche decina
di mesi in carcere. Ora gli ha inflitto una condanna senza scadenza :
non può né fondare giornali, né dirigerli, né scriverci sopra. Fino a
nuovo ordine. E così gira il mondo a raccontare di come l’Iran sia
passato dall’essere “il più grande carcere per giornalisti del mondo”
a “più grande carcere per giornalisti del Medio Oriente”.
Dopo il fallimento di otto anni di governo “riformista “ di Khatami,
ha spiegato nei giorni scorsi in un convegno romano dell’ADNKronos al
Vaezin, non è tanto importante chi vincerà le elezioni, ma cosa farà.
“Chiunque vinca, io continuerò a chiedere perché sono stati chiusi
cento fra giornali e riviste, perché ci sono ancora sette giornalisti
in carcere, perché l’autorizzazione a pubblicare un giornale è una
concessione del regime e non un diritto, perché si può vietare a una
persona come me dio esprimere il proprio pensiero?”.
Giusto l’allarme del collega Vaezin, nessuno cada nella trappola di un
regime che ha bisogno della rilegittimazione elettorale e getta adesso
fumo negli occhi un po’ a tutti, occidentali e iraniani, per
riconsolidare un sistema di potere che promette aperture senza mai
concederle realmente e brucia a ogni giro un nuovo politico dal “volto
umano”. Dopo Khatami, il vecchio Rafsanjani?
No, non cadiamo nella trappola del regime alla ricerca di consenso.
Ricordiamo,ad esempio, che a maggio una giovane giornalista
dell’agenzia AS è stata aggredita al termine di una conferenza stampa
a Teheran da due agenti dell’Organizzazione per la Prevenzione del
Peccato che l’hanno accusata di essere “una puttana che lavora anziché
servire il marito a casa" e le hanno fratturato il setto nasale a
pugni.
Questo avveniva pochi giorni dopo che un ex ufficiale dei Pasdaran,
oggi deputato, aveva aggredito un cronista parlamentare. E sempre nel
maggio scorso è finito in coma per le percosse Farad Hamidi,
dissidente in carcere da un anno .
Intanto, è stato liberato alla fine del mese scorso Akbar Gangi,
autore di libri-inchiesta contro il regime dove ha denunciato anche i
responsabili di omicidi politici .
Gangi, detenuto da cinque anni, ha ottenuto la libertà dopo un lungo
sciopero della fame che ha sollevato un’ampia mobilitazione
internazionale. Ma il suo avvocato ha ottenuto solo gli arresti
domiciliari fino al termine delle cure mediche rese necessarie dalle
sue precarie condizioni sanitarie. Poi tornerà dietro le sbarre del
famigerato carcere di Evin.
Quel carcere che stava fotografando Zahra Kazemi, quando fu arrestata
nel 2003. La fotoreporter iraniano-canadese morì in carcere.
E ancora poche settimane fa, i giornalisti aderenti al sindacato
indipendente hanno organizzato un sit-in davanti alla sede dell’ONU di
Teheran per denunciare un vero e proprio attacco ai giornalisti
indipendenti.
Secondo la parte più avanzata dell’opposizione iraniana è la
Costituzione varata dalla Rivoluzione komeinista il vero ostacolo allo
sviluppo della società iraniana. Il Movimento Studentesco per la
democrazia ha stilato un proprio documento che è la base di un nuovo
ordinamento.
L’articolo 5 rende l’dea di quale sia la situazione dei diritti umani
in Iran: “Ognuno ha diritto alla libertà d’opinione e associazione.
Questo diritto include anche il diritto di diffondere queste idee
attraverso i media e la stampa. Ognuno ha il diritto a protestare,
esprimere dissenso,scioperare, fare disobbedienza civile, eccetera.
Nessuno sarà soggetto ad arresti arbitrari, esilio forzato, tortura.
Nessuno deve essere obbligato ad aderire a un’associazione o a un
partito. La pena di morte per reati politici in tempi di pace deve
essere messa fuori legge”.
Sono già 31 le esecuzioni praticate in Iran dall’inizio dell’anno
secondo un conteggio effettuato dall’agenzia di stampa AFP.
Certo, lo riconoscono anche i più avvertiti fra gli oppositori, la
società iraniana è complessa e mostra una sorta di contraddittoria
dialettica interna fra aperture e rigide repressioni. Alcuni esempi. A
metà dello scorso aprile il Parlamento di Teheran ha approvato la
legge che legalizza l’aborto terapeutico. I firmatari delle legge
avevano giustificato il provvedimento così : ” L’abolizione
dell’aborto non ha ridotto il numero degli aborti, ma ha fatto
aumentare il tasso delle morti femminili”.
Dall’inizio dell’anno ha cominciato a trasmettere la IWNA ( Iranian
Woman News Agency ) prima agenzia di stampa di donne dedicata ai temi
femminili.
E’ stato invece sequestrato il 9 maggio scorso l’ultimo romanzo di
Paulo Coelho, Lo Zahir, che parla di amore.
Anche secondo autorevoli analisti statunitensi, “ bisogna consentire
alla società iraniana di cercare la propria strada. Le minacce esterne
la ricombattano attorno al regime”. Chissà se Condoleeza Rice , che
nelle ultime ore, a seggi aperti, sta lanciando ultimatum a
ripetizione, ha letto questi pareri.
L’Iran sembra un Paese in bilico tra la rivoluzione coranica e una
voglia di libertà ancora indistinta.
Per strada, le ragazze coprono con il foulard solo metà dei capelli e
alcune coppie si tengono per mano.
Nelle scorse settimane in Iran è stato compiuto un sondaggio
vastissimo chiedendo a duecentomila intervistati chi fosse il loro
personaggio pubblico preferito. Al primo posto si è piazzata una donna
, la cantante Gugush, costretta a lasciare il proprio Paese e
impegnata in una trionfale tournée internazionale.
Anche Gugush copriva la testa solo a metà.
L’Iran è un Paese giovane. Il settanta per cento della popolazione ha
meno di trent’anni. Un dato anagrafico che fa concludere anche a al
Vaezin con una punta di ottimismo.
“L’Iran è il terzo Paese al mondo per numero di blog : sono 48mila. E
un sindacato di webbloggeristi sta chiedendo la registrazione. Il
governo ha dunque fallito il proprio progetto di bloccare la
circolazione delle idee. Per questo sono ottimista sul futuro”. E se
lo dice l’editore pluricarcerato e condannato al silenzio, bisogna
sostenere la sua determinazione.
Ancora una volta il web ci fa intravedere insperati orizzonti di
libertà. Davvero la tecnologia è amica della democrazia?
Ultime notizie. I telefonini degli abbonati di Teheran sono bombardati
da questi messaggi in vista del ballottaggio del 24 maggio : “Venerdì
dobbiamo andare tutti a votare per Rafsanjani contro Ahmadi - Nejad “.
Il popolo sceglie o è di nuovo in trappola? Un grande spettacolo
mediatico che mima una libertà che non esiste.
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