Giochi d'ombra sull'etica hacker
di Benedetto Vecchi
Fonte: il Manifesto
29 giugno 2005
Un percorso di ricerca
teorica contempla sempre un bivio. Il primo tratto di strada coincide
sempre con un più o meno lungo apprendistato del sapere, delle
riflessioni e delle elaborazioni che si sono accumulate nel tempo
attorno all'oggetto di ricerca. Ma una volta consumata questa fase
della ricerca, si pone la domanda se continuare sul sentiero del già
noto, oppure vivisezionare, smontare gli elementi teorici fin lì
acquisiti. A questo secondo genere di operazione appartiene il libro
Open non è free (Eleuthera, pp. 127, € 11), scritto da
Ippolita, il nome dietro cui si è raccolto un gruppo di otto persone
che da anni si occupano, a vario titolo, di etica hacker, free
software, mediattivismo. In questo caso, l'oggetto su cui si applica
Ippolita è il free software, cioè quel campo specifico in cui
si manifesta una forma di vita che esprime alterità rispetto alla
società costituita. Il primo pregio del libro sta nella dichiarazione
di un ambizioso obiettivo: nessuna intenzione di aderire a una
qualsiasi visione totalizzante delle relazioni sociali, quanto la
pacata convinzione che solo partendo da un oggetto specifico, il
software libero, si possa giungere a «decrittare» il reale. Al tempo
stesso, Open non è free è un libro che sottolinea sin
dall'inizio la presa di congedo da quanto è stato accumulato attorno a
questo tema. Gli autori sono a ragione convinti che molti piani di una
ideale biblioteca possono essere riempiti da analisi e riflessioni sul
freesoftware. Il problema non è però di censirle o passarle in
rassegna, ma di operare appunto una critica del senso comune che tali
libri hanno contribuito a costruire, sommato al fatto, indiscutibile,
che lo sviluppo di programmi per computer non sottoposti alle norme
della proprietà intellettuale ha cambiato il mondo dentro e fuori lo
schermo.
Il bazar della creatività
È oramai storia che Richard Stallman ha dato vita al progetto della
Free software foundation, progetto che non è limitato solo alla
denuncia della logica sottesa al copyright in quanto diritto
proprietario dell'impresa, ma che si proponeva anche lo sviluppo
collettivo di un sistema operativo libero. Altrettanto conosciuto è il
fatto che lo stesso Stallman fu fortemente criticato da Eric Raymond
per aver fatto suo un modello organizzativo accentratore e gerarchico,
chiamato della «cattedrale», a cui era preferibile un modello
cooperativo chiamato del «bazar» (il testo di Raymond è consultabile
nel sito www.apogeonline.com).
Una critica antigerarchica che si accompagnava però all'obiettivo di
trasformare i risultati di quel «bazar» informatico in attività
economica. Per Raymond il software cooperativo era di qualità migliore
di quello «proprietario», perché poteva avera una verifica «di massa»
all'interno di una comunità fondata su affinità elettive, fortemente
meritocratiche e che fanno della ricerca della creatività un culto.
Era dunque tempo, sosteneva Raymond, di tradurre questa cooperazione
sociale in attività produttiva che puntasse a scardinare il monopolio
acquisito dalla Microsoft nel campo dei sistemi operativi e dei
programmi applicativi. Per questi motivi era preferibile l'espressione
open source a quello di free software. Il resto è oramai
cronaca. Gnu-Linux è infatti diventato un temuto concorrente di Bill
Gates e molte grandi imprese dell'high-tech sono diventate sponsor di
prodotti open source.
Questa messa a fuoco delle differenza tra open source e free
software costituisce il secondo pregio del volume di Ippolita. A
prima vista sembra la classica distinzione tra «pragmatici» e
«radicali», i primi interessati alla materialità del mercato, i
secondi eterni Peter Pan fedeli alla linea dell'«etica hacker». Una
distinzione che tende ad occultare il fatto che ogni coder,
cioè chi scrive i programmi per computer, conosce benissimo: una volta
installato in una macchina, il software trasforma sempre la realtà a
cui si applica. Da qui la sostanziale differenza tra programmi
close, cioè di proprietà di una impresa, e quelli che possono
essere modificati e che sono il risultato di una cooperazione
allargata: in questo caso, lo sviluppo cooperativo di un software è
l'incarnazione di una «ecologia del desiderio» che non risponde a
logiche mercantili. In altri termini, l'«etica hacker» privilegia
sempre l'aspetto ludico, appunto desiderante della messa in comune di
abilità e conoscenze: si pone cioè anni luce lontana dall'agire
economico.
Il mondo open source, anche se spesso parla la stessa lingua
del free software, punta tuttavia a neutralizzare gli aspetti
«sovversivi» di questa ecologia del desiderio in nome della sana
competizione contro i monopolisti della conoscenza. Di conseguenza, l'open
source altro non sarebbe dunque che una versione libertaria del
neoliberismo economico.
Open non è free va dunque letto attentamente per questa critica
serrata del mondo open source e per il metodo con cui è stato
costruito (ne parla Serena Tinari in questa pagina). Va quindi accolta
la provocazione che il gruppo Ippolita svolge, in particolar modo
quando punta l'indice contro quei filoni di riflessione che hanno
segnato lo vita dentro e oltre lo schermo. Che possono essere definiti
come «teorie critiche dei media», «cripto-marxisti» o «post-operaisti»
(divertente è la stilettata rivolta al volume Moltitudine di
Michael Hardt e Toni Negri quando etichettano Richard Stalmann come
teorico dell'open source). Non è però questa la sede per
passarli in rassegna. Tre comunque gli elementi che meritano di essere
discussi. Il primo, sicuramente il meno rilevante, riguarda la nozione
di comunità. Nel volume la nozione di comunità è intesa come gruppo
basato su affinità elettive, ma altre volte corre il rischio di essere
schiacciata sulla professione svolta, facendo venire meno le diversità
e le gerarchie che attengono all'infausta concezione organicistica
della «comunità dei produttori».
Il secondo punto, più rilevante invece, concerne il rapporto tra
«l'etica hacker» e il capitalismo contemporaneo, mentre il terzo
riguarda il ruolo politico della legislazione, internazionale e la sua
traduzione nazionale, sulla proprietà intellettuale nel governo del
mercato globale.
Recentemente, il settimanale Business Week presentava una serie
di articoli sul tentativo da parte di alcune imprese transnazionali di
imbrigliare la cooperazione sociale all'interno delle proprie
strategie imprenditoriali (ne ha dato notizia il manifesto il
21 giugno). In questo caso non ci troviamo di fronte ad alcune grandi
imprese high-tech che hanno fatto propria l'attitudine alla
condivisione dei saperi e del rifiuto del copyright, né all'enfasi
sulle «scandalose» dichiarazioni del «papà» del sistema operativo
Linux Linus Torvald sulla possibile commistione tra software aperti e
proprietari. Il numero di Business Week si spinge molto più
lontano, arrivando a sostenere che è la sottomissione della
cooperazione sociale il prossimo terreno su cui si muoveranno le
politiche economche e sociali. Segnali inequivocabili di una tendenza
che punta a far diventare il modello organizzativo del software libero
variamente descritto in questi anni - l'ultima descrizione, in ordine
di tempo, si può ritrovare nel volume edito dal Mulino curato da
Mureno Muffatto e Matteo Faldani Open source, Strategia,
organizzazione, prospettiva - dominante non solo nel settore
informatico, ma in tutta la produzione di merci. Da una parte, dunque,
una cooperazione sociale segnata dall'«ecologia del desiderio»,
dall'altra però una serie di interventi legislativi sui rapporti
contrattuali di lavoro e sulla proprietà intellettuale che puntano a
sottoporla formalmente all'impresa capitalistica.
La diffusione a macchia d'olio dei temps - i temporanei, cioè i
precari - non ha solo la funzione di stabilire una rigida divisione
tra chi può accedere e chi invece trova le porte sbarrate ad alcuni
diritti sociali, ma anche per assegnare al management dell'impresa il
compito di ricondurre a una logica proprietaria i risultati della
cooperazione sociale. Si crea così una situazione paradossale: la
cooperazione sociale può anche manifestarsi liberamente, ma i suoi
prodotti sono comunque di proprietà dell'impresa. La precarietà del
rapporto di lavoro rivela così la sua ambivalenza: forma di vita in
cui coltivare le proprie potenzialità creative e, al tempo stesso,
condizione di assoluta illibertà. Non molto diversa è l'evoluzione in
atto delle norme sulla proprietà intellettuale.
La libertà per decreto
Recentemente, nell'Organizzazione mondiale sulla proprietà
intellettuale (Wipo) sono all'opera gruppi di lavoro su una riforma
delle norme sul copyright e sui brevetti che puntano, dopo la
superfetazione legislativa degli anni scorsi, a uno snellimento e
all'elaborazione di un sistema misto, dove il «mondo non proprietario»
possa convinvere con quello proprietario. Sono gruppi di studio,
certamente, che per il momento hanno solo prodotto interessanti
papers, ma che contengono indicazioni precise su come i famigerati
accordi sul commercio della proprietà intellettuale del Wto (i Trips)
debbano essere riformati. In altri termini, se la proprietà
intellettuale è un'istituzione sacra del capitalismo flessibile, il
mondo dell'open source ne rappresenta la sua evoluzione. Ed è
per questo motivo che l'«etica hacker» rappresenta quell'insieme di
usanze, consuetudini, rappresentazioni sociali, cioè rappresenta - se
non se ne rivela il suo lato oscuro - l'ideologia del capitalismo
flessibile. Questo non significa che l'avvento del regno della libertà
ci sia stato, senza che nessuno però sia stato avvertito, e che basti
ribadirlo con forza perché possa essere gettata alle ortiche la
«sovrastruttura» giuridica che lo occulta.
Più pacatamente, il bivio che si pone di fronte agli sviluppatori di
«free-software» non è solo la riaffermazione della centralità
dell'etica hacker rispetto alla sua traduzione economica (l'open
source), quanto lo svelamento della sua ambiguità. Con un
linguaggio che sicuramente non piace al gruppo di Ippolita il suo
svelamento passa attraverso la connessione e la ricombinazione tra
l'attitudine hacker e ordini del discorso come forza-lavoro, rapporti
di produzione, regime di accumulazione. Perché il vero problema non è
se lo sviluppo di un software è riconducibile a un gioco collettivo,
quanto che quel gioco è oramai ricondotto al marxiano «lavoro
combinato». E semmai applicare alla pratica politica il software
libero come modello organizzativo.
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