Niger-gate, non rivela la sua fonte,
in prigione la giornalista del NYT
di Carlo Bonini
Fonte: la Repubblica
7 luglio 2005
Alle tre di un pomeriggio che l´America non dimenticherà, Judith
Miller, editor e premio Pulitzer del New York Times, infila la porta
laterale dell´aula numero 8 della Corte distrettuale del Distretto di
Columbia per essere vestita della tuta che indosserà per i prossimi
120 giorni. Quella di un penitenziario dell´area metropolitana di
Washington. Il giudice federale Thomas F. Hogan, presidente della
Corte distrettuale, la condanna per il suo insistito rifiuto a
rivelare l´identità della fonte che, nell´estate del 2003, le soffiò
il nome di Valerie Plame, allora agente sotto copertura della Cia e,
soprattutto, moglie dell´ex ambasciatore Joseph Wilson. Il diplomatico
che aveva accusato la Casa Bianca di aver manipolato una delle prove
chiave necessarie a giustificare la guerra in Iraq, ignorandone la
falsità: il dossier sull´uranio nigerino.
In un´aula dove più di cento giornalisti abbassano lo sguardo, la
Miller abbraccia i suoi avvocati e rivolge un´ultima occhiata traversa
al collega che l´ha accompagnata sin qui, che con lei doveva
condividere lo stesso destino, ma che non la seguirà dietro le sbarre:
Matthew Cooper, editor del settimanale Time. Con la Miller aveva
condiviso la soffiata sulla Plame. E, a differenza della Miller (che
non ne aveva scritto), ne aveva bruciato l´identità sulle pagine del
suo settimanale. Ma ora, a differenza della Miller, parlerà. Rivelerà
l´identità della sua fonte, perché quella fonte, un solo attimo prima
di vederlo in galera, lo ha liberato dal segreto.
Attorno alla Miller si stringono gli agenti del servizio penitenziario
e il giudice Hogan spende un´ultima considerazione rivolta alla donna
cui sta per togliere la libertà, ma soprattutto a chi più di altri sa
di parlare. Alla stampa americana che si prepara a celebrare il
proprio funerale e quello del primo emendamento della Costituzione che
ne protegge le prerogative. «Vorrei che fosse chiaro - dice Hogan -
che non è facile ordinare la carcerazione di una giornalista come la
signora Miller, con il suo passato e il suo presente. Vorrei che fosse
chiaro che la Miller resterà in prigione fino a quando deciderà di
tacere l´identità della sua fonte e comunque non oltre la data in cui
l´indagine del Grand Jury in cui è stata chiamata a testimoniare si
concluderà. Dunque, non oltre i prossimi 120 giorni. Ma vorrei anche
che fosse chiaro che quel che si sta consumando in quest´aula non è
una tragedia, come hanno sostenuto i suoi legali e il suo giornale. Il
caso di cui oggi decido nulla ha a che vedere con quanto accadde 33
anni fa con i Pentagon Papers o con il Watergate. Non abbiamo a che
fare con una giornalista che sta proteggendo una fonte governativa che
le ha rivelato notizie di pubblico interesse che sono servite a
sventare un danno alla comunità. Abbiamo a che fare con una fonte che
ha commesso un crimine, rivelando per ragioni politiche il nome di un
agente Cia e mettendone potenzialmente a repentaglio la vita. La
signora Miller sta proteggendo un potenziale criminale e le nostre
leggi, i nostri principi costituzionali non le riconoscono questo
diritto. Sta violando un ordine di questa Corte, ne deve affrontare le
conseguenze».
Le parole del giudice Hogan provano a convincere che al cuore della
faccenda che oggi si decide in un ufficio di giustizia federale non è
il destino del giornalismo in America, il Paese che lo ha inventato
nella sua forma moderna. Ma l´individuazione di chi, nell´estate del
2003, nei corridoi della Casa Bianca, decise di punire l´ambasciatore
Wilson, colpendone la moglie. Provano a ribaltare le emozioni in cui
l´aula è stata precipitata non solo dal verdetto, ma dall´ultimo
appassionato appello della Miller che lo ha preceduto. «Vostro onore -
dice - so che lo Stato di diritto è il cuore di una democrazia. Credo
nello Stato di diritto. Ma so anche che non esiste democrazia senza
una stampa libera. E una stampa è libera se ha la fiducia delle
proprie fonti, se ne può proteggere l´identità. Dunque, le dico che
non parlerò. Non svelerò l´identità della mia fonte. E sono grata al
New York Times per avermi sostenuto in questa battaglia. In questi
giorni, mi è capitato di ripensare all´autunno del 2003. Ero in Iraq,
embedded con le nostre truppe. Lì ho visto i nostri ragazzi morire per
il nostro paese. Io potrò ben sopportare il carcere per la libertà di
stampa».
La Miller entra dunque in un penitenziario federale. Ma dell´area
metropolitana di Washington. Non dunque nelle violente galere
cittadine che scoppiano di neri, come aveva chiesto martedì il
pubblico ministero Patrick J.Fitzgerald. E «sarà adeguatamente
sorvegliata in un reparto femminile, che ne garantirà la sicurezza»,
ha ordinato il giudice. Ma la storia non finisce evidentemente qui.
Nei prossimi giorni, Matthew Cooper consegnerà al pubblico ministero
Fitzgerald e al Grand Jury il nome della sua fonte. E nell´annunciare
la mossa inattesa ha voluto spiegarne le ragioni. «Vostro onore, ieri
sera sono andato a letto sereno. Sapendo che oggi (ieri ndr.)
pomeriggio avrei ricevuto la legittima sanzione per il mio silenzio.
Ma sapendo anche che così avrei onorato il principio cardine della mia
professione, tutelare l´identità delle fonti. Stamattina ho salutato
il mio bambino, dicendogli che per un po´ sarei mancato da casa. Poi,
improvvisamente, prima di arrivare qui, la mia fonte, la cui identità
per altro già conoscete dal momento che il mio giornale ha consegnato
contro la mia volontà i miei appunti al Grand Jury, mi ha contattato e
mi ha sollevato dall´impegno al segreto che avevo assunto due anni fa.
Dunque, sono pronto a rispondere e lo farò non appena mi verrà
chiesto».
E dunque: chi è la fonte del caso "Plame"? Dopo un anno e mezzo di
indagine del Grand Jury, dopo gli interrogatori dell´ex segretario di
Stato Colin Powell e del suo attuale successore (nonché ex consigliere
per la sicurezza nazionale) Condoleezza Rice, due soli nomi frullano
agli atti dell´indagine. I due spin doctors nel cuore del potere
americano: Karl Rove, vice capo dello staff del Presidente degli Stati
Uniti e Lewis ("Scooter") Libby, capo del gabinetto del vicepresidente
Dick Cheney. Cooper aveva già rivelato di aver conferito con
quest´ultimo sul conto della Plame.
Ma nelle sue note consegnate nei giorni scorsi al Grand Jury da Time è
apparso anche Rove. E se è vero quel che Cooper ha detto ieri - «in
quelle note c´è già il nome della mia fonte» - non è difficile
scommettere che, da domani, a Washington, il «caso Plame» diventerà il
«caso Rove» e questa storia lascerà le radazioni dei giornali per
tornare lì dove è cominciata: nei corridoi degli uffici di Bush e
Cheney, il cuore della Casa Bianca.
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