New York Times. giornalista protegge
la fonte e va in carcere
di Giuseppe D'avanzo
Fonte: la Repubblica
7 luglio 2005
Judith Miller del New York Times è da ieri in carcere (al contrario di
Matthew Cooper di Time che lo evita: coinvolto nella stessa vicenda,
ha accettato di testimoniare, autorizzato dalla sua fonte). La
giornalista, esperta d´armi di distruzione di massa, non ha voluto
consegnare al giudice il nome delle fonti anonime della Casa Bianca
che le consentirono di rivelare l´attività segreta di Valerie Plame,
agente della Cia (è un reato federale). È il caso che, in apparenza,
ripropone la questione (e la legittimità) del segreto professionale.
Gli avvocati del Nyt e di Time hanno sostenuto che «informazioni
importanti andranno perdute per il pubblico se i giornalisti non
possono promettere con certezza l´anonimato alle loro fonti». Rendere
pubbliche le fonti, ha osservato il presidente della Federazione
internazionale dei giornalisti (Ifj), Aidan White, «è un grave
tradimento d´un principio cardine della professione». Da questo punto
di vista, sembra che al centro della contesa sia il diritto del
giornalista di proteggere dinanzi alla legge le sue fonti. Si sa,
molto spesso le fonti riservate sono, per il cronista, il solo modo
per venire a capo di una storia. Elimina quelle, e il giornalismo ne
resterà azzoppato. Dà sempre provoca preoccupazione e amarezza vedere
un giornalista finire in galera, ma è utile chiedersi se sia davvero
la questione della fonti anonime l´essenziale dell´"affare Miller".
Occorre ripercorrere il "caso", che vede in azione anche una "manina"
italiana. Autunno 2001. Il Sismi mostra al field officer della Cia a
Roma alcune carte che dovrebbero documentare il tentativo di Saddam di
acquistare 500 tonnellate d´uranio puro dal Niger. Il boccone è
ghiotto. Washington è alla ostinata ricerca di "prove" della
pericolosità del dittatore. Il dipartimento di Stato spedisce in Niger
l´ambasciatore Joseph C. Wilson per controllare il dossier
dell´intelligence italiana. Un paio di giorni e qualche colloquio sono
sufficienti a Wilson per comprendere che la storia è falsa.
L´ambasciatore torna negli Usa. Con disappunto dell´amministrazione,
distrugge le "promettenti" rivelazioni. A quel punto, dentro la Casa
Bianca, c´è chi "spiffera" ai due cronisti che la moglie di Wilson,
Valerie Plame, è un´analista della Cia. La mossa ha due obiettivi. Il
primo è ritorsivo ed educativo. Si vuole punire Joseph Wilson per non
essersi adeguato alle aspettative della Casa Bianca e mostrare che
cosa può accadere ai funzionari dell´amministrazione che rifiutano di
allinearsi. Il secondo è politico. I "falchi" vogliono dimostrare che
"le tendenze liberali" della Cia la rendono cieca, inutile e
inattendibile nella Guerra al Terrore.
Declinato così, il diritto del giornalista a proteggere le fonti
anonime non è il focus dell´affare Miller. Se fosse questo, non
varrebbe nemmeno la pena parlarne. Proteggi la fonte che, con lealtà,
addirittura con disinteresse, ti consente un passo in avanti nella tua
ricerca. Non proteggi chi ti ha manipolato per lanciare una violenta
campagna di discredito e di menzogna. A tutti può naturalmente
capitare di finire, per troppo entusiasmo o ingenuità, in un intrigo
politico come questo ma, quando ci sei dentro, puoi tirartene fuori
indicando chi ti ha ingannato. Perché è la fonte che è venuta meno al
patto fiduciario, che ha tradito la comune e condivisa convinzione di
dover ricostruire un tassello di verità. Se il cronista non è complice
della fonte, perché in queste condizioni non svelarne l´identità? In
questo caso, Judith Miller non sta proteggendo le sue fonti riservate,
ma la natura complice del rapporto con le fonti della Casa Bianca. È
la complicità tra informazione e politica, la sostanza del "caso" che
divide il giornalismo americano. È stato scritto che l´affare Miller è
il conflitto giudiziario tra media e governo più grave dai tempi dei
Pentagon Papers. Proprio ripercorrendo quel conflitto del 1971 si può
comprendere che cosa è in discussione nel "caso Miller".
Nel 1967 Robert S. McNamara, allora ministro della Difesa, commissiona
lo studio che passerà alla storia come i Pentagon Papers (I documenti
del Pentagono), l´imponente ricostruzione storica e "segretissima" di
come gli Stati Uniti finirono nel pantano dell´Indocina, di quali
furono le decisioni prese, del come e perché furono prese e su chi le
prese. Il New York Times, il 13 giugno 1971, inizia la pubblicazione
di una serie di articoli basati su questi documenti. Dopo le prime tre
puntate, il ministero della giustizia ottiene dalla Corte federale di
New York la sospensione delle pubblicazioni sostenendo che «gli
interessi degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale avrebbero subito
un danno irreparabile dalla diffusione del dossier». Il 30 giugno
1971, la Corte Suprema degli Stati Uniti autorizza i giornali (al New
York Times s´era aggiunto intanto il Washington Post) a continuare la
pubblicazione. Con una maggioranza di sei a tre, i giudici ritengono
che il diritto alla libertà di stampa, in forza del Primo emendamento
della Costituzione, debba prevalere «su qualsiasi considerazione
accessoria intesa a bloccare la pubblicazione delle notizie». È
l´ultima sentenza del grande costituzionalista Hugo Black, che muore
85enne in quello stesso anno. «Oggi per la prima volta nei 192 anni
trascorsi dalla fondazione della repubblica - scrive Black - viene
chiesto ai tribunali federali di affermare che il Primo emendamento
significa che il governo può impedire la pubblicazione di notizie di
vitale importanza per il popolo di questo Paese. La stampa (dal punto
di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai
governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato
abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il
governo».
Per chi hanno lavorato Judith Miller e Matthew Cooper svelando
l´identità di Valerie Plame? Per i governati? O per i governanti?
Chiunque può rendersi conto che le rivelazioni di Miller e Cooper non
erano utili ai governati per formarsi un´opinione (esistevano in Iraq
le armi di distruzione di massa?), ma erano strumento dei governanti
per deformare la realtà e impartire una lezione a un civil servant
che, negando l´esistenza di quelle armi, ha voluto svolgere la sua
missione con imparzialità, integrità, indipendenza e non
nell´interesse di un gruppo di potere. Come si comprende con la
sentenza di Hugo Black, il caso Miller&Cooper ci parla in negativo di
quale deve essere la funzione della stampa, la sua necessità sociale,
la ragione costituzionale. Il lavoro del giornalista non ha altro
significato che proteggere, nell´interesse dei governati, «il senso
grazie al quale ci orientiamo nel mondo reale». Non ha altra
responsabilità che la custodia dell´integrità dei fatti (al tempo
stesso fragili e ostinati) che non sono mai al sicuro nelle mani del
potere. La rete di protezione dai poteri sociali e politici è
assicurata alla stampa non come fine a se stessa, ma come un puntuto
strumento per garantire ad altri, ai governati, il diritto di maturare
liberamente le proprie opinioni con un´informazione basata sui fatti e
non manipolata. Senza quest´onesta informazione, «non sapremmo mai
dove siamo» (Hannah Arendt). È un lavoro che impone di collocarsi al
di fuori dell´ambito politico, di essere comunque "estraneo". È
dell´estraneità perduta o compromessa della stampa americana, della
straordinaria estensione della menzogna politica ai tempi della Guerra
al Terrore che parla il "caso Miller".
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