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L'uniteralismo Usa entra nella Rete

di Franco Carlini
Fonte: il Manifesto
12 luglio 2005
 

Di ritorno dal Kerala alcuni amici ci scrivono. Apparentemente a proposito di software aperto e di cose informatiche, ma di fatto siano ci parlano di nuovi mondi, non solo possibili, ma già in atto. In quell'incontro c'erano europei, indiani, brasiliani e venezuelani. E proprio dal Venezuela viene un racconto che ci ricorda come le tecnologie non siano un mondo pacifico, ma un luogo di conflitti tra classi o comunque tra interessi sovente opposti. E che il loro controllo (dall'alto o dal basso, dal centro o dalla periferia) è cruciale per i destini del mondo. La storia venezuelana la pubblicheremo domenica prossima. L'appuntamento indiano era in vista del summit mondiale della società dell'informazione (http://www.itu.int/wsis/) convocato per novembre in Tunisia e l'idea è semplice quanto positivamente «arrogante»: arrivarci con una diplomazia dal basso, evitando che a stendere le risoluzioni siano i soliti sherpa del nord del mondo.

Nel merito delle questioni che a Tunisi verranno affrontate c'è, cruciale, la questione di chi controlla la rete Internet e qui c'è una pessima notizia, recente: il governo americano ha fatto sapere nei giorni scorsi, che l'Internet è troppo importante per i destini del mondo (del commercio, della sicurezza, della circolazione della informazioni) per affidarne il cuore tecnico e gestionale a qualche organismo internazionale.

Attualmente i 13 computer che gestiscono i nomi di dominio dei siti Internet e che vengono chiamati dai tecnici la «root» dell'Internet sono tutti in America e affidati, fino al 2006, a un'organizzazione privata chiamata Icann che decide i nomi di dominio internazionali (tipo .com, .org, .net eccetera). Pur avendo organi dirigenti internazionali Icann da tempo è oggetto di critiche in quanto poco aperta alle esigenze dei paesi emergenti e molti chiedono che il suo ruolo sia affidato all'Itu, l'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, con sede a Ginevra.

Ma di fronte a questa eventualità ecco la dichiarazione statunitense dei giorni scorsi: «Il Governo degli Stati Uniti - ha dichiarato Michael D. Gallagher, sottosegretario al Commercio - intende garantire la sicurezza e la stabilità del sistema di indirizzamento dei domini Internet (DNS, Domain Name System). Data l'importanza di Internet nell'economia mondiale è essenziale che il DNS di Internet rimanga stabile e sicuro. Per questo, gli Usa non intendono intraprendere alcuna azione che possa impattare negativamente sull'efficienza e l'efficacia del DNS e dunque intendono mantenere il loro storico ruolo nell'autorizzazione di ogni cambio o modifica ai file di root».

Senza dubbio è una nuova dimostrazione di unilateralismo e di diffidenza verso le istituzioni internazionali, ma questo atteggiamento si scontra con il peso digitale crescente e innegabile dei paesi emergenti (anzi oramai emersi), come India, Brasile e certo ormai anche la Cina. Proprio perché la rete è strategica, nessun paese, con l'aria che tira, si fida più di lasciare il controllo dei root server a un governo unilaterale che in un colpo solo potrebbe tagliare fuori interi paesi e continenti.

A ben vedere è la stessa disputa che vide contrapposti Stati Uniti ed Europa quando i paesi europei decisero di creare un loro sistema di rilevamento satellitare Gps (Galileo), cooperante ma anche separato da quello statunitense. Il controllo delle infrastrutture tecnologiche della comunicazione è ormai decisivo, come e più delle fonti energetiche.

   
   

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