Senza bavaglio sotto l'ombra nera del
Cremlino
di Astrit Dakli
Fonte: il Manifesto
22 luglio 2005

Questo mostruoso cocktail sembra largamente sedurre, fuori dai confini
russi, governi e movimenti: e ciò, nonostante che gli intellettuali in
genere e i giornalisti in particolare siano di solito schierati invece
su una linea di forte antipatia e critica per il padrone del Cremlino,
e dunque propensi a spiegarne diffusamente misfatti e imbrogli -
soprattutto per la spiccata propensione di Putin e del suo regime a
imbavagliare e controllare l'informazione.
Una delle poche voci del giornalismo russo che finora sono state
capaci di sfuggire al bavaglio, continuando instancabilmente a gridare
con i libri e con gli articoli sulla Novaja Gazeta la propria
denuncia della nera realtà malnascosta dietro la colorata maschera
della «Russia moderna», è quella di Anna Politkovskaja. Quarantasette
anni, proveniente da una «buona famiglia» di alti funzionari
comunisti, due figli, Anna Politkovskaja ha compiuto una tranquilla
carriera negli organi d'informazione sovietici fino all'esplosione
della politica alla fine degli anni `80; quindi è venuto il durissimo
scontro con la realtà, vissuto in prima persona nei drammatici
reportages dalla Cecenia, e infine la graduale trasformazione in
«personaggio»: figura di riferimento dell'opposizione alla guerra,
mediatrice (purtroppo senza successo) fra autorità e terroristi nella
tragedia del teatro «Na Dubrovke», financo vittima di un oscuro
tentativo di avvelenamento nei giorni dell'ultimo eccidio di massa,
quello del settembre scorso nella scuola di Beslan.
Non scrive grande letteratura, Anna Politkovskaja, né minuziose
analisi politiche: racconta però quello che vede intorno a sé, le vite
delle persone che incontra, l'ambiente in cui queste vite - e la sua
stessa - si svolgono; lo fa con puntiglio e passione, cercando tutti i
documenti e le testimonianze che possono confermare i nodi cruciali
del racconto, rivisitando precedenti e biografie dei protagonisti -
ufficiali, magistrati, funzionari pubblici, così come gente normale
finita per caso nel tritacarne di una società ormai da dieci anni in
guerra. Se il risultato di questi racconti è uno spietato atto
d'accusa contro il regime putiniano, questo non dipende da un
pregiudizio ideologico o politico, ma solo dalla drammatica condizione
della vita nella Russia d'oggi: un paese dove il contrasto fra quanto
è scritto - le leggi, la costituzione, la firma sotto i trattati
internazionali, le dichiarazioni pubbliche - e quanto viene praticato
tutti i giorni dal potere (a tutti i livelli) è abissale; un paese
dove le persone, la loro dignità, la loro vita, per non parlare dei
diritti, non contano assolutamente nulla; un paese dove arbitrio e
corruzione sono la regola ferrea cui pochissimi sfuggono. Mentre la
grande maggioranza di coloro che esercitano a tutti i livelli il
potere ricevuto dall'alto non prendono nemmeno in considerazione
l'idea di agire «in modo giusto», o comunque secondo la legge, ma
pensano solo a servire chi sta sopra e a rapinare e umiliare chi sta
sotto, certi dell'impunità: anche - anzi, a maggior ragione - quando
«sopra» c'è un intreccio fra potere politico, potere economico e
criminalità pura e semplice.
La Russia di Putin, l'ultimo libro della Politkovskaja
(Adelphi, pp. 293, euro 18), è una denuncia fortissima di questo modo
di vivere diventato ormai sempre più «normale» nel suo paese: e non a
caso è una denuncia resa pubblica direttamente in Occidente (il libro
è stato inizialmente edito in Gran Bretagna, l'anno scorso), dato che
in patria le possibilità per farlo sono sempre minori. Certo,
Politkovskaja vede benissimo quanto l'Occidente che le consente di
pubblicare i suoi libri in realtà se ne freghi della tragedia sociale
e morale del popolo russo, quanto preferisca riverire Vladimir Putin e
comprare il suo petrolio. Lo vede, ma in qualche modo fa finta di non
vederlo, forse per non dover ammettere con se stessa il catastrofico
abbaglio preso durante gli anni Novanta, quando insieme alla più gran
parte degli intellettuali democratici credette fermamente che Boris
Eltsin, con il sostegno delle «democrazie occidentali», stesse
traghettando la Russia dalla mefitica palude realsocialista verso lidi
migliori, sia pure a prezzo di un po' di confusione e di qualche
sballottamento.
In realtà gli anni di Eltsin furono quelli in cui la velenosa miscela
di burocrazie (civili e militari), strutture criminali e servizi
segreti prendeva forma e consistenza; gli anni in cui l'attuale regime
putiniano veniva a maturazione, mentre le aspirazioni della gente
venivano sistematicamente schiacciate in un generale annichilimento
delle economie familiari, delle risorse comuni e dei princìpi stessi
della legalità. Eppure ancora oggi, nel suo libro, Politkovskaja
accenna qua e là ai «tentativi di democratizzazione» che Corvo bianco
avrebbe compiuto, a mo' di cavaliere solitario, frustrato da
invincibili gerarchie militari e onnipotenti servizi segreti. Ma
quelle gerarchie e quei servizi furono creati e potenziati proprio da
Eltsin, in vista della costruzione di un nuovo regime - quello che ora
Putin sta portando a compimento.
L'errore di prospettiva, il non vedere la continuità del regime (e dei
suoi protettori internazionali) attraverso gli ultimi quindici anni,
non spinge comunque Politkovskaja all'errore più grave, che sarebbe il
rivolgersi agli interlocutori sbagliati - i governi e le pubbliche
opinioni occidentali - invece che ai propri concittadini. «Gli unici a
poter cambiare il clima - scrive alla fine - siamo noi e nessun altro.
Aspettarcelo dal Cremlino, com'è accaduto con Gorbaciov, oggi è
sciocco e irrealistico. Né ci potrà aiutare l'Occidente, che poco si
cura della `politica antiterrorismo' di Putin e che invece mostra di
gradire la vodka, il caviale, il gas, il petrolio, gli orsi e un certo
tipo di persone (...) Tutto quel che sentiamo da voi [occidentali] è
`al Qaeda, al Qaeda'...».
Per questo La Russia di Putin è un libro di forza dirompente.
Vi si parla molto della Cecenia e della guerra, certo, e non solo per
l'esperienza personale vissuta dall'autrice nel Caucaso, ma perché la
Cecenia è da tempo il laboratorio dove si sperimentano impunemente
tutte le strategie dell'illegalità di stato; ma si parla molto anche
della vita dentro le forze armate, da Odessa alla Kamchatka, di cosa
succede nei tribunali, di come vengono «gestiti» i consigli di
amministrazione delle aziende... L'insieme delle storie raccontate e
dei casi citati - dal processo al colonnello Budanov (che violentò e
strangolò una diciottenne cecena) al trattamento delle famiglie degli
ostaggi uccisi nel teatro «Na Dubrovke», più tanti altri «minori» e
sconosciuti, ma proprio per questo anche più indicativi di quella che
è la realtà vissuta quotidianamente dai russi - fornisce al lettore un
quadro agghiacciante, anche se non sistematico né appoggiato su
statistiche o numeri «scientifici», della Russia all'inizio del XXI
secolo: un paese «di una stabilità mostruosa», dove ormai tutti hanno
paura di chiedere giustizia.
Per denunciare con nome e cognome generali corrotti e giudici servi,
citando le prove dei loro crimini, ci vuole parecchio coraggio, vista
la facilità e la protervia con cui in Russia il regime - ma anche,
molto più in basso del Cremlino, qualsiasi boss disturbato nel suo
agire - mette frequentemente a tacere chi cerca di rivoltare troppe
pietre. Ad Anna Politkovskaja però il coraggio di certo non manca, e
bisogna solo sperare che riesca ad andare avanti così. La Russia ha un
disperato bisogno di persone come lei, ma i loro ranghi sembrano farsi
di giorno in giorno più esili ed evanescenti, assottigliati da
repressioni e censure, nonché - quel che forse è peggio - dalla
seduzione del denaro e del potere che sempre più forte si fa sentire
tra gli intellettuali.
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