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Senza bavaglio sotto l'ombra nera del Cremlino

di Astrit Dakli
Fonte: il Manifesto
22 luglio 2005
 

La Russia di Vladimir Putin è da anni la protagonista di uno stranissimo fenomeno di valenza politica multipla: piace a George W. Bush ma piace anche ai più accaniti antiamericani; è corteggiata e difesa dalle più grandi e orribili multinazionali - quelle petrolifere in primis - così come da alcuni strenui avversari di tutto ciò che ha odore di dollaro; riceve encomi dai portabandiera del liberismo più sfrenato e dai nostalgici del socialismo reale, dai Chicago boys e dagli stalinisti, da moltissime popstar e dalle più tradizionaliste gerarchie della chiesa ortodossa. Come ciò sia possibile, in virtù di quali compromessi e artifici, non è immediatamente chiaro: l'abilità di Putin sta proprio nel riuscire a far convivere una realtà economica e sociale da capitalismo ottocentesco - il paragone più calzante è con l'età dei robber barons americani, prima della nascita dei sindacati - con un'ideologia nazionalista, bigotta e conservatrice ripresa pari pari dagli ultimi zar Romanov, ammantando il tutto con ingannevoli richiami tanto ai benefici della «libera impresa» quanto ai «bei tempi d'oro» brezneviani, quelli della potenza militare e della sicurezza sociale pagata con il divieto di ogni dissenso. La «libera impresa» in realtà vale solo per le multinazionali, i criminali e pochissimi capaci di destreggiarsi tra gli uni e le altre; mentre di quei «bei tempi d'oro» solo il peggio viene ripreso (azzeramento di ogni opposizione, nei media come nelle urne; corsa agli armamenti; onnipresenza poliziesca) lasciando ai ricordi la sicurezza sociale, le cure mediche, l'istruzione...

Questo mostruoso cocktail sembra largamente sedurre, fuori dai confini russi, governi e movimenti: e ciò, nonostante che gli intellettuali in genere e i giornalisti in particolare siano di solito schierati invece su una linea di forte antipatia e critica per il padrone del Cremlino, e dunque propensi a spiegarne diffusamente misfatti e imbrogli - soprattutto per la spiccata propensione di Putin e del suo regime a imbavagliare e controllare l'informazione.

Una delle poche voci del giornalismo russo che finora sono state capaci di sfuggire al bavaglio, continuando instancabilmente a gridare con i libri e con gli articoli sulla Novaja Gazeta la propria denuncia della nera realtà malnascosta dietro la colorata maschera della «Russia moderna», è quella di Anna Politkovskaja. Quarantasette anni, proveniente da una «buona famiglia» di alti funzionari comunisti, due figli, Anna Politkovskaja ha compiuto una tranquilla carriera negli organi d'informazione sovietici fino all'esplosione della politica alla fine degli anni `80; quindi è venuto il durissimo scontro con la realtà, vissuto in prima persona nei drammatici reportages dalla Cecenia, e infine la graduale trasformazione in «personaggio»: figura di riferimento dell'opposizione alla guerra, mediatrice (purtroppo senza successo) fra autorità e terroristi nella tragedia del teatro «Na Dubrovke», financo vittima di un oscuro tentativo di avvelenamento nei giorni dell'ultimo eccidio di massa, quello del settembre scorso nella scuola di Beslan.

Non scrive grande letteratura, Anna Politkovskaja, né minuziose analisi politiche: racconta però quello che vede intorno a sé, le vite delle persone che incontra, l'ambiente in cui queste vite - e la sua stessa - si svolgono; lo fa con puntiglio e passione, cercando tutti i documenti e le testimonianze che possono confermare i nodi cruciali del racconto, rivisitando precedenti e biografie dei protagonisti - ufficiali, magistrati, funzionari pubblici, così come gente normale finita per caso nel tritacarne di una società ormai da dieci anni in guerra. Se il risultato di questi racconti è uno spietato atto d'accusa contro il regime putiniano, questo non dipende da un pregiudizio ideologico o politico, ma solo dalla drammatica condizione della vita nella Russia d'oggi: un paese dove il contrasto fra quanto è scritto - le leggi, la costituzione, la firma sotto i trattati internazionali, le dichiarazioni pubbliche - e quanto viene praticato tutti i giorni dal potere (a tutti i livelli) è abissale; un paese dove le persone, la loro dignità, la loro vita, per non parlare dei diritti, non contano assolutamente nulla; un paese dove arbitrio e corruzione sono la regola ferrea cui pochissimi sfuggono. Mentre la grande maggioranza di coloro che esercitano a tutti i livelli il potere ricevuto dall'alto non prendono nemmeno in considerazione l'idea di agire «in modo giusto», o comunque secondo la legge, ma pensano solo a servire chi sta sopra e a rapinare e umiliare chi sta sotto, certi dell'impunità: anche - anzi, a maggior ragione - quando «sopra» c'è un intreccio fra potere politico, potere economico e criminalità pura e semplice.

La Russia di Putin, l'ultimo libro della Politkovskaja (Adelphi, pp. 293, euro 18), è una denuncia fortissima di questo modo di vivere diventato ormai sempre più «normale» nel suo paese: e non a caso è una denuncia resa pubblica direttamente in Occidente (il libro è stato inizialmente edito in Gran Bretagna, l'anno scorso), dato che in patria le possibilità per farlo sono sempre minori. Certo, Politkovskaja vede benissimo quanto l'Occidente che le consente di pubblicare i suoi libri in realtà se ne freghi della tragedia sociale e morale del popolo russo, quanto preferisca riverire Vladimir Putin e comprare il suo petrolio. Lo vede, ma in qualche modo fa finta di non vederlo, forse per non dover ammettere con se stessa il catastrofico abbaglio preso durante gli anni Novanta, quando insieme alla più gran parte degli intellettuali democratici credette fermamente che Boris Eltsin, con il sostegno delle «democrazie occidentali», stesse traghettando la Russia dalla mefitica palude realsocialista verso lidi migliori, sia pure a prezzo di un po' di confusione e di qualche sballottamento.

In realtà gli anni di Eltsin furono quelli in cui la velenosa miscela di burocrazie (civili e militari), strutture criminali e servizi segreti prendeva forma e consistenza; gli anni in cui l'attuale regime putiniano veniva a maturazione, mentre le aspirazioni della gente venivano sistematicamente schiacciate in un generale annichilimento delle economie familiari, delle risorse comuni e dei princìpi stessi della legalità. Eppure ancora oggi, nel suo libro, Politkovskaja accenna qua e là ai «tentativi di democratizzazione» che Corvo bianco avrebbe compiuto, a mo' di cavaliere solitario, frustrato da invincibili gerarchie militari e onnipotenti servizi segreti. Ma quelle gerarchie e quei servizi furono creati e potenziati proprio da Eltsin, in vista della costruzione di un nuovo regime - quello che ora Putin sta portando a compimento.

L'errore di prospettiva, il non vedere la continuità del regime (e dei suoi protettori internazionali) attraverso gli ultimi quindici anni, non spinge comunque Politkovskaja all'errore più grave, che sarebbe il rivolgersi agli interlocutori sbagliati - i governi e le pubbliche opinioni occidentali - invece che ai propri concittadini. «Gli unici a poter cambiare il clima - scrive alla fine - siamo noi e nessun altro. Aspettarcelo dal Cremlino, com'è accaduto con Gorbaciov, oggi è sciocco e irrealistico. Né ci potrà aiutare l'Occidente, che poco si cura della `politica antiterrorismo' di Putin e che invece mostra di gradire la vodka, il caviale, il gas, il petrolio, gli orsi e un certo tipo di persone (...) Tutto quel che sentiamo da voi [occidentali] è `al Qaeda, al Qaeda'...».

Per questo La Russia di Putin è un libro di forza dirompente. Vi si parla molto della Cecenia e della guerra, certo, e non solo per l'esperienza personale vissuta dall'autrice nel Caucaso, ma perché la Cecenia è da tempo il laboratorio dove si sperimentano impunemente tutte le strategie dell'illegalità di stato; ma si parla molto anche della vita dentro le forze armate, da Odessa alla Kamchatka, di cosa succede nei tribunali, di come vengono «gestiti» i consigli di amministrazione delle aziende... L'insieme delle storie raccontate e dei casi citati - dal processo al colonnello Budanov (che violentò e strangolò una diciottenne cecena) al trattamento delle famiglie degli ostaggi uccisi nel teatro «Na Dubrovke», più tanti altri «minori» e sconosciuti, ma proprio per questo anche più indicativi di quella che è la realtà vissuta quotidianamente dai russi - fornisce al lettore un quadro agghiacciante, anche se non sistematico né appoggiato su statistiche o numeri «scientifici», della Russia all'inizio del XXI secolo: un paese «di una stabilità mostruosa», dove ormai tutti hanno paura di chiedere giustizia.

Per denunciare con nome e cognome generali corrotti e giudici servi, citando le prove dei loro crimini, ci vuole parecchio coraggio, vista la facilità e la protervia con cui in Russia il regime - ma anche, molto più in basso del Cremlino, qualsiasi boss disturbato nel suo agire - mette frequentemente a tacere chi cerca di rivoltare troppe pietre. Ad Anna Politkovskaja però il coraggio di certo non manca, e bisogna solo sperare che riesca ad andare avanti così. La Russia ha un disperato bisogno di persone come lei, ma i loro ranghi sembrano farsi di giorno in giorno più esili ed evanescenti, assottigliati da repressioni e censure, nonché - quel che forse è peggio - dalla seduzione del denaro e del potere che sempre più forte si fa sentire tra gli intellettuali.

   
   

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