Maldive: se l'arcipelago diventa un
gulag
di Serena Tinari
Fonte: il Manifesto
31 giugno 2005
Si definisce «freedom
fighter» - uno che lotta per la libertà - e la sua storia sembra la
trama di un film. Il cyberdissidente Ibrahim Lutfy è l'unico rifugiato
delle Maldive in Svizzera. Nel suo paese, paradiso del turismo
internazionale, Lutfy era un giovane imprenditore di successo: la sua
azienda era una delle più grandi del paese, con il 60% del mercato
delle tecnologie per l'informazione e la comunicazione. Per combattere
il regime del presidente Maumoon Abdul Gayoom, che da 27 anni detiene
il potere assoluto, per denunciare la mancanza di libertà di
espressione e le violenze sistematiche nelle carceri, Ibrahim Lutfy si
è messo in gioco in prima persona e l'ha pagata cara. Arrestato dieci
volte, seviziato a più riprese e infine condannato all'ergastolo, è
riuscito a fuggire grazie all'aiuto di Amnesty International e
all'intervento dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati.
Lo incontro a Lugano, dove è stato invitato dalla neonata sezione
regionale di Reporters sans frontières. La camicia candida e
l'inseparabile computer portatile alla mano, Ibrahim Lufty ti parla
col cuore, gli occhi limpidi ancora segnati dalle conseguenze della
tortura. «Tutto è iniziato quando avevo 23 anni, il mio primo arresto
per avere manifestato un'attitudine critica verso il governo. In
carcere non mi hanno torturato, solo calci e pugni. Ma la brutalità
della polizia mi ha segnato profondamente e ho scoperto che nelle
nostre prigioni non erano rispettati i diritti umani».
Una volta fuori, Lutfy ha cercato di «cambiare il sistema
dall'interno, sfruttando i miei contatti personali nelle istituzioni.
L'ho fatto per anni - con incontri, lettere, appelli - ma non è
successo nulla. Poi ho capito che il regime utilizzava scientemente la
tortura, la censura e la repressione per mantenersi al potere e tenere
in scacco il paese».
Il primo avvertimento
Nel 1996, Lutfy viene imprigionato per presunte «irregolarità
contabili»: è il primo avvertimento. Nel 1999 gli arresti diventano
sette, con accuse sempre più pretestuose. «In carcere ho trascorso
mesi difficili - cercavano di distruggermi con l'arma
dell'umiliazione: nudo e completamente rasato, subivo continui
maltrattamenti». Uscito di galera, mette insieme un dossier su quanto
ha visto e subìto, lo spedisce a giudici, parlamentari, membri del
governo. Arriva l'ennesimo arresto e il rilascio senza condizioni:
«Hanno cercato di comprare il mio silenzio: mi hanno promesso appalti
per la mia impresa informatica, purché la piantassi di oppormi al
governo e stessi lontano dalla politica. È stato allora che ho deciso
di entrare in clandestinità. Era l'atto di nascita della nostra
newsletter, Sandhaanu».
Alle Maldive i media sono controllati e censurati dalle autorità, la
popolazione vive sparpagliata in isole lontane fra loro. Lutfy e i
suoi compagni trovano una soluzione ingegnosa per fare circolare un
bollettino di informazione e lotta contro il regime. È un file in
formato pdf, leggero da spedire e facile da stampare e fotocopiare. Lo
portano criptato in Malesia - dove l'accesso al web è relativamente
libero - e da lì lo spediscono a 8000 indirizzi e-mail.
L'avventura dura nove numeri. Nel gennaio del 2002, la polizia delle
Maldive, in collaborazione con quelle di Singapore e della Malesia,
arresta Lutfy, la sua segretaria ventiduenne Fathimath Nisreen e altri
due intellettuali che collaboravano alla newsletter, Mohamed Zaki e
Ahmad Didi. Secondo il mandato di cattura, sono «membri di al Qaeda» e
progettano «un attentato al presidente Gayoom». «Ci hanno accusato di
voler rovesciare il governo. In fondo era vero», annuisce fra il serio
e il faceto, «ma non abbiamo mai cercato di farlo con mezzi violenti.
Credo che ogni cittadino abbia il sacrosanto diritto di chiedere
giustizia e libertà, senza essere messo in galera».
Dopo cinque mesi di isolamento e nove giorni di interrogatorio, ai
quattro tocca un processo-lampo - a porte chiuse e senza avvocato
difensore. I tre uomini sono condannati all'ergastolo, Fathimath
Nisreen a dieci anni. Più un anno di isolamento in un'isola ad alta
sicurezza per avere diffamato il presidente. Mentre i giornali
ignorano il processo, i quattro sono collocati nel Braccio C, quello
riservato ai tossicodipendenti: «È stato allora, che hanno cominciato
a torturarci sul serio».
Ibrahim Lutfy resta undici giorni incatenato, bendato e appeso al
soffitto di una cella di due metri per due. «Mi liberavano per dieci
minuti due volte al giorno per mangiare e facevano qualunque cosa per
tenermi sempre sveglio». Il caldo è soffocante, la prigione
sovraffollata, c'è un solo gabinetto per centoquattro persone. Lutfy
sviluppa una congiuntivite cronica che gli provoca la perforazione
della retina. Un medico ordina il ricovero urgente in un centro
specializzato e nel maggio del 2003 Lutfy arriva in Sri Lanka, sotto
alta sorveglianza della polizia delle Maldive.
«I medici non riuscivano a capacitarsi delle mie condizioni - non
avevano mai visto una cosa del genere e non volevano prendersi la
responsabilità di curarmi senza avere avuto il parere di altri
specialisti». Ricoverato a Colombo, Lutfy prepara la fuga: in Sri
Lanka faceva affari e gli è rimasta una rete di conoscenze: «Ex
impiegati e collaboratori, tutte persone che mi hanno aiutato a
contattare le organizzazioni internazionali per i diritti umani».
Amnesty International coinvolge l'Acnur e iniziano i lunghi
preparativi per la fuga. «Avrei potuto lasciare il paese illegalmente,
ma cercavamo una soluzione che mi garantisse l'incolumità a lungo
termine». Quando le autorità svizzere, su richiesta dell'Acnur,
rilasciano i lasciapassare del caso, Lutfy viene rocambolescamente
portato in aeroporto - eludendo la sorveglianza delle guardie. Ma a
quarantacinque minuti dalla partenza del volo per Ginevra: «Una
pattuglia di poliziotti è entrata nella sala d'aspetto per arrestarmi.
Sostenevano che il mio documento di viaggio era falso». A salvarlo è
la furia della funzionaria dell'Acnur che lo accompagna - che si
impunta fino a dimostrare agli agenti che di menzogna si trattava.
«All'atterraggio in Svizzera, l'impatto è stato veramente surreale. Mi
aspettava un distinto funzionario elvetico con in mano un cartello con
su scritto il mio nome, come fossi un turista qualunque. Ed un mandato
di cattura internazionale spiccato dalle Maldive. Ma io ero ormai
protetto dalle Nazioni unite - non potevano più toccarmi. Da quel
momento, non ho smesso di assaporare ogni istante della mia nuova
vita». I primi mesi in Svizzera sono stati terribili: «Stavo male,
pativo le conseguenze della tortura e in quelle condizioni non è stato
semplice abituarsi al freddo e al gelo, venendo da un paese che ha una
media annuale di 30 gradi».
Oggi, Ibrahim Lutfy si dice sereno e ha da poco ottenuto che i suoi
quattro figli, che hanno dai 4 ai 12 anni, lo raggiungano in Svizzera.
Non è riuscito, però, a salvare il suo matrimonio: «Stavamo insieme da
una vita e, pensavo, per sempre. Ero uno di quelli che a queste cose
ci tiene. Ma la famiglia di mia moglie è legata al regime. E se è vero
che l'amore è cieco, la politica ci ha divisi».
Resta il rammarico, ma grande è la fiducia di Lutfy nei cambiamenti
che il suo paese sta attraversando, anche grazie alla lotta di quelli
come lui. Nel 2003, la pubblicazione delle immagini di detenuti
ammazzati di botte nelle patrie galere ha scatenato i primi riots
della storia delle Maldive, con quattro manifestanti uccisi e una
sanguinosa rivolta nelle carceri.
La crescente pressione sul governo è sfociata il 12 e 13 agosto 2004
nella prima protesta di massa antigovernativa, che reclamava la
libertà per i prigionieri politici e le dimissioni del governo e dei
vertici della polizia. La repressione è stata violenta - sono state
proclamate 48 ore di stato di emergenza nel paese e la sospensione di
Internet. Fra le centinaia di persone arrestate e torturate ci sono
stati imprenditori, intellettuali e deputati. Nell'ottobre del 2004
per la prima volta Amnesty International ha potuto visitare le
carceri.
Ibrahim Lutfy attribuisce una grande importanza alla pressione
internazionale: «Per il governo, rifarsi una faccia è diventata
un'esigenza primaria non solo per rimanere al potere, ma anche
indispensabile alla sopravvivenza economica del paese. Le Maldive
dipendono dal dollaro e dai turisti occidentali».
Carceri ristrutturate
Per tranquillizzare i clienti planetari, il governo ha ristrutturato
le carceri, il parlamento ha approvato una legge che autorizza
l'esistenza dei partiti politici, la segretaria di Lutfy è stata
recentemente liberata dopo tre anni di detenzione. Ma sono ancora
molti i prigionieri politici nelle carceri delle Maldive, compresi i
due compagni di strada di Ibrahim Lutfy.
Lui, che si definisce «una persona pacifica», crede però
nell'importanza di un processo di riconciliazione nazionale: «Parliamo
di un piccolo paese, dove il senso della comunità è molto forte e dove
tutti si conoscono. Spero che non si debba attraversare l'orrore della
guerra civile, per voltare pagina. Questo governo - e la famiglia del
presidente - devono uscire di scena. Ma è chiaro che quando si passa
dall'autoritarismo alla democrazia, c'è un percorso da compiere. Chi
ha violato i diritti umani deve pagare per quello che ha fatto. E chi
si è arricchito con i miliardi del turismo deve risponderne alle
persone che vivono con un dollaro al giorno. Ma anche se ci vorrà del
tempo, vedo un futuro luminoso per il mio paese».
Lui, intanto, scrive naviga e viaggia per raccontare la sua storia. «Sandhaanu
è on-line, così come una trasmissione radio via stream da Londra.
Aiuto il movimento di opposizione come posso e sostengo il nuovo
Partito democratico, pur non facendone parte». Lutfy sfugge alle
etichette: «Sono un informatico, un fiero oppositore di questo governo
e combatto per la libertà di espressione, che è un diritto umano
fondamentale. Il governo ci ha accusato di fare informazione senza
essere giornalisti. È vero: non lo siamo. Ma pensiamo sia giusto che
il giornalismo sia fatto dalla gente e per la gente». Per la sua
battaglia, Internet è stata fondamentale: «Ci ha aiutato a mettere
insieme le forze per la dissidenza, a dispetto delle barriere
geografiche. E soprattutto: Internet non è di nessuno - tantomeno del
presidente Gayoom». A fare un bilancio, sente di avere «sacrificato
molto per la causa. Il mio lavoro, il mio matrimonio. Ma abbiamo fatto
delle conquiste importanti ed era quello che avevo deciso di fare. Mi
sono detto: finché sono giovane, finché il sangue mi corre veloce
nelle vene, devo combattere per la libertà».
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