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L´ultima denuncia di Vincent "I fondamentalisti stanno vincendo"

di Alix Van Buren
Fonte: il Manifesto

4 agosto 2007

Quattro righe «postate» da un amico ieri mattina alle 10.33 sul blog di Steven Vincent, il giornalista americano ucciso a Bassora, hanno confermato la fine della sua avventura in Iraq: «Come ormai sapete, Steven è morto, forse assassinato proprio da coloro che egli aveva preso di mira nei suoi ultimi articoli». Steve non scriverà più: è l´addio di Mitchell Muncy, l´amico bloggista.
Steven, «la voce della libertà», penna indipendente al servizio di testate prestigiose - il New York Times, la National Review, il Christian Science Monitor - lo spirito ribelle del Red Hot Zone, il suo blog sul quale aveva appuntato il 9 luglio sotto il titolo scanzonato «Um-al Rasa, Bon Appetit!» una nota premonitrice: «Quando leggete questo testo, tenete presente che per vari motivi - in primo luogo la premura per la mia sicurezza personale - il pezzo sfiora soltanto la superficie di quel che va succedendo quaggiù».
«Quaggiù» era il Sud dell´Iraq, il Shialand, le terre sciite, che Steven setacciava per denunciare lo strapotere degli sciiti e dei seguaci di Moqtada Al Sadr e per avvertire l´America dell´avanzata del fondamentalismo, di una nuova era di oscurantismo, e di una corruzione capillare che stava non solo inficiando il progetto di ricostruzione americano, incanalando milioni di dollari nelle tasche di politici corrotti, formazioni religiose «parassite» e gang criminali.
Nell´ultimo articolo, pubblicato poche ore prima della morte dal National Rewiev, aveva cercato di scoprire le cause della carenza di energia elettrica in una città come Bassora «che galleggia sul petrolio». Vincent scrive che la carenza di energia elettrica in tutto l´Iraq è «uno dei principali motivi dell´ira di tutta la popolazione. A Bassora la luce va via a intervalli intermittenti: tre ore accesa, tre ore spenta, fornendo molte occasioni per odiare l´America e struggersi di nostalgia per i giorni ricchi di energia di Saddam Hussein». Nell´articolo Vincent annota: «I partiti religiosi mettono persone incompetenti nei posti di responsabilità. Per ottenere un lavoro, prima serviva l´esperienza, ora contano solo i legami con i "turbanti"».
Basso, robusto, il sigaro sempre al labbro, Steven aveva lasciato il bell´appartamento nell´East Village di Manhattan per le stanze sghembe dell´Hotel Merbid nel centro di Bassora. La sua vita era cambiata la prima volta all´indomani dell´11 settembre. Da critico d´arte di mezz´età qual era stato, aveva presi i panni del reporter di trincea piombato a Bagdad nel 2003 per scrivere un libro, The Red Hot Zone, che aveva dato il nome al suo blog.
Con sé, oltre al fervore, aveva portato un po´ di quella stessa sprovvedutezza che egli attribuiva ai tanti Jimmy boys, ai sergenti e ai capitani catapultati nei deserti iracheni dai colli indolenti della Carolina del Nord. S´inalberava alla scoperta della divisione dei ruoli maschili e femminili nel mondo islamico. Si offendeva alla vista delle abaya nere che alle donne lasciavano scoperti soltanto gli occhi, trasformandole in selve di colonne corvine. La guerra a suo avviso era parte di una giusta campagna per fermare l´avanzata dell´«Islamo-fascismo», ma il suo ultimo editoriale per il New York Times era un atto d´accusa contro le nuove forze di polizia addestrate dai britannici a Bassora: braccia e menti dell´estremismo sciita di Moqtada Sadr, sosteneva Steven Vincent, denunciando la nascita di squadre della morte vestite con le uniformi delle forze dell´ordine, istruite inconsapevolmente dai Sas di Sua Maestà, responsabili dell´uccisione di centinaia di ex baathisti.

   
   

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