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Il groppo alla gola dei giornalisti Usa

di Stefano Marcelli, presidente di Information, Safety and Freedom

10 agosto 2005
 

Chicago, agosto 2005 
La morte per cancro di Peter Jennings, anchorman di World News Tonigth dell’ABC, ha fatto scattare una specie di corto circuito nel sistema dei media americani. I programmi dei principali network si sono affollati di lunghi reportages sulla vita di questo giornalista rimasto cittadino canadese fino a due anni fa. Ricordi di trentacinque anni di carriera  costruita sul campo (“con le scarpe”, come diceva lui) soprattutto in Europa e Medio Oriente, dove aveva aperto il primo ufficio di corrispondenza di una tv americana, a Beirut. Ricordi e commenti di colleghi, tutti con il groppo alla gola. La fine di un’epoca, ha intitolato il suo speciale sulla morte di Jennings il canale pubblico PBS , unendo la scomparsa di questo anchorman con il recente abbandono a cui è stato costretto il suo collega della Cbs Dan Rather. “The business will change “, il lavoro cambierà, hanno detto i colleghi che, commossi, cercavano di guardare a un futuro delle news senza quelli che un tempo venivano chiamati mostri sacri dell’informazione, gli anchorman delle evening news.
E per la verità sta già cambiando. L’audience dei grandi notiziari serali che rappresentavano il “centro del sistema cognitivo del popolo americano” si sono dimezzate. A vantaggio di chi?“
Dei 275 canali disponibili in ogni casa, di internet, ma anche del minor tempo disponibile”, rispondeva qualche tempo fa lo stesso Jennings in una lunga intervista sul mestiere. E spiegava che ormai alle mitiche sette della sera la maggior parte degli americani è in treno, in auto o ancora in ufficio.
Ma parlava anche delle potenti concentrazioni economiche che avevano conquistato il dominio totale dei media, del taglio dei budget che costringeva a guardare al mondo in “modo meno giornalistico di un tempo”, proprio nel momento in cui le notizie dall’estero diventavano interessanti per il pubblico americano.
E raccontava anche che la pubblicità aveva ridotto a soli ventidue minuti effettivi la mezz’ora di news che dovevano spiegare al pubblico tutto quanto di importante era successo quel giorno nel mondo. Diceva anche, Jennings, che per la nuova leva giornalistica vedeva meno opportunità, meno soldi e meno spazio.
Non lo diceva apertamente, ma non condivideva la scelta della guerra in Irak. Jennings era un giornalista freddo, legato ai fatti, scevro da infatuazioni e tendente piuttosto al pessimismo che la pratica quotidiana della realtà induce in chi vede da vicino le cose come stanno.
Ma questa sua avversione alla guerra sporca era trasparente, tanto che il sistema del nuovo maccartismo allestito dai media e i siti web allineati all’amministrazione Bush gli dedicava un monitoraggio quotidiano.
Figlio di uno dei pionieri della radio e tv canadesi, Jennings, aveva mantenuto questa nazionalità fino al 2003. Dopo l’11 settembre, avvenimento a cui aveva dedicato una interminabile diretta che la regia aveva bruscamente interrotto quando, per la prima volta, al vecchio cronista erano mancate la voce e le parole si erano strozzate in gola : “ Penso ai miei figli, a tutti quei cittadini che…”
Un groppo in gola che aveva portato sugli schermi lo shock di una nazione che avevano messo in sintonia l’anchorman con la sua audience.
Un groppo in gola che è tornato per non lasciarlo più, quando ha annunciato ai suoi spettatori quel cancro da fumatore che lo allontanava dal video dopo 35 anni. Quasi una malattia professionale per i giornalisti di una certa generazione.
Lo stesso groppo che raschiava la gola ai suoi colleghi, più preoccupati che commossi, convocati nei vari studi televisivi a commemorarlo. Ma più che di Jennings, tutti, sembravano parlare di se stessi, dei destini della figura dell’anchorman, della professione.
Tanti volti, tante notizie brevi e veloci, tante immagini da evelina, tante chiacchiere sul “ perché” invece che sul ” cosa “, ospiti in studio truccati e rassicuranti, invece di un testimone affidabile, giudicabile per la sua lunga storia di cronista, per il suo distacco, per il suo sacro rispetto dei fatti.
Avanza un’informazione implodente, frammentaria, faziosa, ideologizzata, esente da regole e controlli di garanzia, spersonalizzata.
Certo, i dinosauri delle sette di sera non erano privi di vizi: personalismo, potere personale, erano tenutari in qualche modo della lettura della realtà. Ma ne rispondevano al pubblico con il proprio nome, la propria faccia, la propria carriera. Ora l’informazione è concentrata nelle mani di poche grandi multinazionali che hanno i profitti in bilancio come priorità rispetto agli impegni editoriali verso il pubblico. Amministratori delegati e uffici legali pretendono di essere loro a decidere cosa sia o meno una notizia.
Avanza una nuova informazione come avanza una nuova America e una nuova società.
Il vecchio Peter l’aveva raccontato in un suo bellissimo libro all’indomani dell’11 settembre: In search of America.
Cambiano gli stili di vita, le sette ormai sono pomeriggio e non più sera, la gente preferisce le opinioni ai fatti, cerca identità invece di regole.
Il vecchio Peter tirava avanti, ma aveva capito tutto. D’altra parte era un vecchio cronista canadese e,c ome succede spesso agli inviati, capiva quel Paese meglio dei suoi stessi cittadini.
“Conoscete un'altra attività che sia rimasta uguale per 38 anni ?”, diceva Jennings parlando del modello informativo inventato da Cronkite e perpetuatosi fino ad oggi.
La storia sta facendo un salto e l’America, ancora una volta, cammina già sulle strade del nostro futuro.

   
   

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