Il caso Gheorghij Gongadze

Nei giorni successivi la scomparsa, il ministero cambia posizione e annuncia che la polizia ha escluso la pista politica, ritenendo che la sparizione di Gongadze sia legata piuttosto alla sua vita personale. Tuttavia, la tesi di un collegamento tra la sua scomparsa e l’attività di editore è rafforzata dalla denuncia fatta poco tempo prima dal giornalista stesso. In una lettera al pubblico ministero ucraino, Mihailo Potebenko, Gongadze dichiarava di essere sorvegliato da funzionari del ministero degli Interni, appostati fuori dell’ufficio in cui egli lavorava e sotto la sua abitazione, nelle settimane prima della sua scomparsa. La lettera, sebbene i pedinamenti ebbero luogo a Kiev, viene inoltrata dal pubblico ministero all’ufficio del procuratore regionale di Lviv, città dell’ovest dove vive la madre di Gongadze, con l’intento di disperdere la denuncia nei meandri della burocrazia. Una denuncia peraltro ben dettagliata nella quale il giornalista dichiarava di essere costantemente seguito da un’auto che dalla targa risultava appartenere alla polizia del ministero dell’interno. Potebenko riferisce che, all’epoca dell’episodio, quel numero di targa non esisteva più, ma un articolo del giornale Grani, del 15 gennaio, svela l’identità di quattro ufficiali di polizia della divisione di indagine criminale del ministero dell’interno, a cui fu ordinato di seguire il giornalista.
Le prove che Gongadze fosse oggetto di speciali attenzioni nei mesi precedenti la sua scomparsa non si esauriscono qui. Nell’estate 2000, la madre e alcuni amici furono interrogati da ispettori di polizia che indagavano, a detta loro, per la morte di un ceceno a Odessa. Gongadze stesso fu sottoposto a interrogatorio, in più occasioni, dalla polizia nel contesto di un’indagine che egli definì “una tattica premeditata d’intimidazione”, progettata per spaventarlo o fargli cessare le sue attività.
Gheorghij Gongadze era un giornalista di orientamento moderato e democratico, un pioniere fra i giornalisti ucraini per la scelta di pubblicare il proprio lavoro su internet. Il suo sito pubblicava spesso articoli di altri giornalisti, in cui risultavano implicate in affari di corruzione importanti personalità delle sfere economica e politica del paese. Gongadze, poi, conduceva programmi radiofonici su argomenti simili, dall’emittente indipendente Radio Continent. Nel 1999 scrisse un appello, firmato da 60 giornalisti, sulle violazioni della libertà di parola e della legge elettorale in Ucraina, e si recò negli Stati Uniti, alla fine dello stesso anno, pochi giorni prima della visita ufficiale del presidente ucraino, Leonid Kuchma, per denunciare questi abusi. Nel corso del 2000 fu attivamente coinvolto nella denuncia del referendum per il rafforzamento dei poteri presidenziali, e fu uno dei principali organizzatori di una dimostrazione di giornalisti a Kiev, per protestare contro le restrizioni della libertà di stampa, volute dal governo.
Gongadze era un giornalista che credeva nella libertà raggiunta dall’Ucraina dopo il periodo sovietico, e la usava per far conoscere e combattere le storture di un regime oppressivo nei confronti delle libertà individuali e corrotto. Sapeva parlare in modo chiaro e convincente, e la gente gli accordava fiducia. Costituiva, quindi, un elemento pericoloso e di disturbo da eliminare.
Nella notte fra il 2 e il 3 novembre 2000, un agricoltore scopre un corpo senza testa, in una buca non molto profonda alla periferia della città di Tarashcha, vicino Kiev. Il sospetto che si tratti di Gongadze, ancora disperso, è molto forte, ma i familiari non vengono avvertiti del ritrovamento. Il 6 novembre funzionari regionali si recano a Tarashcha per condurre un’indagine sul corpo ritrovato. Le conclusioni preliminari dell’esperto indicano che sia stato ferito, presumibilmente, da una scure e che la data approssimativa della morte corrisponda al periodo della scomparsa di Gongadze. Tuttavia, nessun familiare viene convocato per tentare un’identificazione del corpo, che viene in ogni modo ostacolata nelle prime settimane dopo il ritrovamento, come quando il corpo viene lasciato nell’obitorio per 13 giorni in un locale non refrigerato, dove continua a decomporsi rendendo più difficili le successive analisi e l’identificazione.
Alcuni colleghi di Gongadze apprendono del ritrovamento del corpo tra le notizie brevi di un giornale, e il 15 novembre si recano all’obitorio di Tarashcha per iniziare una personale indagine. Da un gioiello ritrovato sul posto e dalla lastra dell’avambraccio destro, che mostra la presenza di frammenti metallici provocati da una ferita che Gongadze aveva riportato durante un’inchiesta in Abkhazia, concludono che sia il corpo del giornalista. Il coroner locale, d’accordo con le loro conclusioni, emette il certificato di morte e permette loro di portare via il cadavere. Tornati nel pomeriggio con l’auto e la bara, scoprono che il corpo è stato trasportato segretamente a Kiev, all’insaputa del responsabile dell’obitorio su ordinanza del procuratore di Stato, perché vi fosse eseguito il test del DNA. Non avendo seguito le adeguate procedure, il trasferimento costituisce l’opportunità per ogni tipo di manipolazioni, ed anche per uno scambio di corpi di modo che i risultati delle analisi possano essere controllati.
Il 16 novembre, il ministro dell’Interno dichiara che il corpo trovato è rimasto sotterrato per circa due anni, e non può quindi appartenere a Gongadze, contraddicendo in questo modo le conclusioni preliminari dell’esperto di Tarashcha, che, giustifica il ministro, sono state condotte in violazione della legge. All’esperto locale viene vietato di rilasciare dichiarazioni sulle conclusioni iniziali, la sua casa viene messa a soqquadro e il computer e tutti i documenti collegati al caso vengono sequestrati. Viene, inoltre, accusato di essere stato troppo sollecito con gli amici della vittima, quando essi si recarono all’obitorio.
Il 28 novembre viene presentata la prova di un probabile coinvolgimento di alti funzionari di Stato nella scomparsa del giornalista. Oleksandr Moroz, leader del partito socialista e a lungo rivale del presidente Kuchma, rende pubbliche le audiocassette di quelle che dichiara essere conversazioni fra il presidente ucraino, il capo dello staff presidenziale, Vladimir Litvin, e il ministro dell’interno, Yury Kravchenko. Nei nastri si distinguono tre voci maschili discutere i vari modi di “occuparsi” di Gheorgij Gongadze, che aveva rivelato scandali di corruzione in cui risultavano coinvolti lo stesso Kuchma, alti funzionari dell’intelligence e boss d’affari locali. Le possibilità espresse dalle voci sono di sorvegliare segretamente Gongadze, deportarlo nella sua nativa Georgia, perseguirlo penalmente in Ucraina, oppure farlo rapire da un gruppo di ceceni.
Moroz riceve le cassette a metà ottobre da un ex ufficiale dei servizi di sicurezza di Stato dell’Ucraina (SBU), il maggiore Mykola Melnychenko, ma ritarda la rivelazione fino a novembre per fare autenticare le cassette da esperti stranieri, e per permettere alla famiglia della fonte di lasciare il paese. Melnychenko registrò segretamente le conversazioni, ponendo un audio registratore digitale sotto il divano nell’ufficio presidenziale, e giustificando l’azione come atto di fedeltà verso l’Ucraina. Ricercatori dell’Istituto tedesco di Scienze Applicate concludono che le cassette non sono adulterate, ma non è possibile identificare con sicurezza le voci. La rivelazione di Moroz, comunque, scatena in tutto il paese una grave crisi politica, e i media iniziano a parlare di “Kuchmagate” o “Tapegate”.
Solo il 10 dicembre, più di un mese dopo il ritrovamento, alla moglie viene permesso di vedere il corpo. La vedova riconosce dalla corporatura e da altri particolari fisici (piede e spalle), nonché dai gioielli trovati indosso, che probabilmente si tratta di suo marito, pur non avendone la certezza assoluta. I risultati di diversi test del DNA, condotti congiuntamente da esperti ufficiali russi e ucraini, stabiliscono che esiste il 99,64 % di probabilità che si tratti di Gongadze, invece del 99,7% che è lo standard di identificazione. L’ufficio del procuratore precisa che non può esserne definitivamente accertata l’identità, privando così la famiglia della vittima di ogni diritto nel procedimento.
Numerosi sono i tentativi di archiviare al più presto il caso e seppellire i resti del corpo, senza giungere alla certezza che si tratti del giornalista scomparso. Nel rapporto sulle conclusioni preliminari dell’investigazione, presentato al parlamento l’11 gennaio 2001, il procuratore di Stato esclude ogni responsabilità del ministero dell’interno nella vicenda, e annuncia nuove testimonianze di persone che hanno visto il giornalista vivo a Lviv, nell’ovest. Queste calunnie hanno lo scopo di screditare la figura positiva di Gongadze e di mantenere il dubbio sull’identità del corpo, e sono un tentativo di smorzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso.
La procura generale sostiene che Gongadze sia stato eliminato da una gang criminale cui doveva dei soldi, e la polizia interroga a lungo la madre del giornalista per cercare di farle firmare una dichiarazione che certifichi che suo figlio aveva molti debiti. Familiari, organizzazioni internazionali di tutela della libertà di stampa, che da subito si sono occupate del caso, partiti d’opposizione e giornalisti ucraini, esprimono l’esigenza di nuove analisi, nuovi test del Dna e, soprattutto, di una nuova inchiesta indipendente che scavi a fondo negli elementi finora trascurati, come la negligenza nei confronti delle minacce e dei pedinamenti denunciati da Gongadze, nelle settimane precedenti la sua scomparsa.
L’inchiesta svolta finora non sembra mai essere stata obiettiva e imparziale. Fin dall’inizio della vicenda, i media subirono pressioni da parte di funzionari dei servizi segreti e della milizia per mistificare la copertura sul caso Gongadze. Molte edizioni di giornali che parlarono della vicenda vennero bloccate, e altre andarono in stampa con pagine in bianco. Un team di esperti dell’FBI, chiamato dal governo per collaborare nell’indagine, lasciò il paese perché non ebbe mai accesso alle informazioni sul caso. Un nuovo test del DNA, eseguito da esperti non-ufficiali e confermato successivamente da altre analisi, asserisce che il corpo di Tarashcha è al 99,9% quello di Gongadze, ma il ministro dell’interno avanza forti riserve sui risultati.
Le omissioni e gli errori dell’inchiesta, condotta dalla Commissione parlamentare creata ad hoc per indagare sul caso, sono analizzati in un rapporto di Reporters sans frontiéres (“Mutilazione della verità – Inchiesta sulla morte di Gongadze”). Un’inchiesta, denuncia Reporters sans frontiéres, condotta principalmente per dimostrare il non coinvolgimento dell’esecutivo, messo seriamente sotto accusa dalla scoperta delle audiocassette, piuttosto che per scoprire la verità la scomparsa e l’uccisione di Gheorgij Gongadze. Gongadze è morto perché era un giornalista, altri moventi non sono mai stati comprovati.
Il ministro degli Affari Interni, Yuri Kravchenko, sospettato dopo la pubblicazione dei nastri di aver partecipato all’organizzazione dell’omicidio, si dimette il 19 marzo. A maggio arriva la conferma che il corpo di Tarashcha appartiene a Gongadze. Pochi giorni dopo, il nuovo ministro dell’interno annuncia che i presunti assassini, due tossicomani, sono stati trovati morti, e che l’omicidio di Gongadze è stato un loro spontaneo atto criminale. Gli “assassini degli assassini” sono in carcere e l’esecutivo è scagionato perché l’omicidio non è di natura politica, bensì frutto dell’agire di comuni criminali. Il caso può essere dichiarato risolto ed essere archiviato. Un tentativo grottesco e cinico, secondo il parere di chi cerca la verità sulla morte di Gongadze.
Dopo cinque anni è ancora un mistero irrisolto, che ben attesta la pratica del controllo e della repressione cui è sottoposta la stampa indipendente ucraina. Una vera inchiesta non è stata condotta, ed è lo stesso procuratore generale dell’Ucraina a riconoscere che il suo ufficio ha commesso molti errori dall’inizio dell’indagine. Queste ammissioni, purtroppo, sono solo un tentativo di arginare le numerose manifestazioni anti-Kuchma, che si scatenano nel paese. Occorre ripartire da una nuova indagine, scrupolosa trasparente e sotto il controllo di esperti internazionali, e creare una commissione d’inchiesta internazionale, che per il momento è vietata dalla legge ucraina.
In questi anni d’indipendenza dell’Ucraina, non un solo caso di crimine contro giornalisti è stato risolto. La mancanza di risultati sembra indicare che nessuno sia interessato al destino di questa categoria, eccetto i giornalisti stessi. Nonostante le minacce del Consiglio d’Europa di sospendere l’Ucraina, i maltrattamenti e le intimidazioni contro giornalisti indipendenti o critici del governo sono aumentati negli ultimi anni. Far luce sulla morte di Gongadze significherebbe offrire una speranza alla stampa indipendente del paese, e a quei giornalisti che sono oggetto di minacce e violenze, pratiche quotidiane ormai in Ucraina, che da tempo ormai compare nella lista dei principali paesi al mondo dove la libertà di stampa è seriamente minacciata.
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