Guerre culturali: ecco come finiscono
Quando un telepredicatore
esalta l’omicidio in tv
di Roberto Reale
segretario generale di Information Safety and Freedom
24 agosto 2005

Ma
com’è che tanti “ex laici e incalliti mangiapreti” hanno scoperto
all’improvviso in Italia “valori cristiani e guerre culturali”? La
folgorazione è maturata – molti ne hanno purtroppo già perso memoria
– dopo la rielezione di Bush nel novembre 2004. Malgrado i molti
disastri combinati, il presidente era riuscito a farsi riconfermare
mettendo al centro dell’agenda politica - insieme alla lotta al
terrore - il no ai matrimoni gay . Gli imitatori nostrani hanno
“semplicemente” pensato che si potesse provare a ripetere il giochetto
qui da noi. Per questo ( in primo luogo perché la storia non si ferma)
vale due volte la pena tenere d’occhio quanto sta invece accadendo
oggi negli Stati Uniti. Perché se è vero che Bush è stato rieletto è
altrettanto vero che – a pochi mesi di distanza dal voto – il consenso
verso il Presidente stia letteralmente precipitando. Un quotidiano
conservatore come il Wall Street Journal nella sua edizione online di
oggi ci informa che 58 americani su 100 disapprovano il suo operato
mentre solo 40 lo sostengono. Per la prima volta la mobilitazione
contro la guerra in Iraq ha sfondato il muro dell’indifferenza
dell’opinione pubblica. Cindy Sheenan - la madre di un soldato di 24
anni ucciso nel 2004 – accampandosi vicino al ranch texano di
Crawford dove il presidente è in vacanza è riuscita a mettere in moto
la sensibilità del paese. Nonostante i ritardi, le reticenze, i
silenzi di molti mezzi di comunicazione, i quasi duemila caduti
americani ( che l’amministrazione vorrebbe cancellare più delle
stesse vittime irachene) hanno fatto irruzione sulla scena della vita
pubblica statunitense. Il presidente e i suoi stanno cercando di
rimontare provando a demolire la figura di Cindy ( nello staff
repubblicano ci sono degli autentici specialisti in questo genere di
operazioni) e dicendo quello che il potere afferma sempre quando le
guerre vanno male. E cioè che i caduti vanno onorati continuando a
combattere. Ma l’argomento non fa presa. Oggi il New York Times nel
primo dei suoi editoriali non firmati scrive che la perdita di fiducia
in Bush è inarrestabile. Se gli americani avessero saputo quello che
sanno adesso: che le armi di distruzione di massa in Iraq non
c’erano allora “l’invasione ( è questo il termine usato) sarebbe
stata fermata a furor di popolo”.
Certo ai repubblicani resta sempre il sostegno
dell’America conservatrice, della Chiese Evangeliche i cui aderenti
hanno votato in massa per Bush. Peccato che la logica delle “guerre
culturali” stia facendo acqua anche su questo versante. Lo dimostra
l’uscita del reverendo Pat Robertson che ieri ha incredibilmente
chiesto in televisione al proprio governo di assassinare il presidente
venezuelano Chavez, un leftist ( leggi comunista) “ovviamente” amico
degli islamici. Questo Robertson non è una figura coreografica. Certo
vuole farsi pubblicità, ma è un protagonista della politica, già
candidato repubblicano e sostenitore dichiarato di Bush junior. Le sue
trasmissioni sono seguite da milioni di telespettatori. Le produce CBN,
un “network cristiano”, ma le manda in onda un canale che fa capo a
uno dei colossi della tv americana l’ABC. Un canale addirittura
dedicato alle famiglie. I gruppi di ascolto progressisti hanno già
chiesto alle autorità di intervenire: se aveva fatto scandalo il seno
televisivo di Janet Jackson, non è peggio l’esaltazione dell’omicidio
in un programma visto anche dai ragazzi americani?
Pat Robertson è l’uomo delle crociate antifemministe,
antiaborto, antiislam. Adesso è giunto a esaltare l’uccisione dei
nemici politici dell’America mettendo in ulteriore imbarazzo i suoi
stessi amici governanti già in crisi di consenso. Ecco dove vanno a
parare quelle guerre culturali che qualcuno vuole importare da noi.
Non sarebbe il caso di informare la gente di dove si va a finire
quando bugie o sparate (più o meno metaforiche) accecano le menti e
nascondono la realtà?
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