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I media e l'uragano
George W, Katrina e i poveri cristi


di Roberto Reale
segretario generale di Information Safety and Freedom

5 settembre 2005

Chi combatte e muore a nome dell’America nel pantano iracheno? I benestanti o piuttosto i poveri, quelli che si sono fatti arruolare in cambio di una paga? Chi è morto o ha sofferto in queste ore a New Orleans e dintorni? Quelli che potevano andare da qualche altra parte o piuttosto chi non aveva nulla ed è stato  da tutti dimenticato?

Sono domande retoriche. Eppure nelle scontate risposte c’è la chiave per capire gli Stati Uniti di George W, un paese segnato da una vera e propria frattura che spacca la società coi privilegiati ( che stanno sempre meglio) da una parte e i diseredati ( che pagano per tutti) dall’altra. Tranne alcune eccezioni – un pugno di articolisti particolarmente sensibili – i media non  sono riusciti in questi anni a leggere queste dinamiche sociali. Anche i quotidiani liberal sulle questioni economiche sono stati particolarmente disattenti. Le televisioni poi hanno risentito dei condizionamenti proprietari e pubblicitari, certi temi sono stati semplicemente rimossi perché scomodi. Si è preferita la realtà virtuale a quella effettiva. George W. in questa dimensione virtuale si è trovato, dal 2001 in poi, particolarmente bene. Le cose andavano sempre peggio in Iraq? Il terrorismo colpiva in tutto il mondo con crescente efficacia? Lui non ha mai fatto una piega recitando sempre lo stesso copione. Garantendo: “Stiamo vincendo, dobbiamo solo completare il lavoro iniziato”.  Fino a un certo punto lo schema ha funzionato. I media conservatori hanno indirizzato il grosso dell’opinione pubblica contro i “veri nemici dell’America”: i liberal, gli islamici, i comunisti, i sostenitori dei matrimoni gay, gli scienziati seguaci di Darwin. Ma alla lunga qualcosa si è incrinato: a Baghdad la situazione è parsa - anche all’americano più distratto -  più compromessa di quanto volesse far credere la propaganda repubblicana. E il Presidente ha cominciato a perdere punti nei sondaggi.

In questo contesto è piombata Katrina con tutto ciò che ne è seguito: una dramma dalle proporzioni bibliche. E le televisioni non hanno potuto fare a meno di raccontarlo. La realtà ha prevalso sulla propaganda. Sulla CNN, ma anche sulla schieratissima Foxnews, gli inviati hanno cominciato a raccontare la incredibile situazione di decine di migliaia di americani ( neri ma non solo) abbandonati a se stessi. Tutti hanno ripetuto le stesse parole: “Stiamo vedendo qui cose non degne di un paese sviluppato”. Figuriamoci poi se eranoo accettabili in quella che si presenta come la maggiore potenza mondiale.

E così il vero fatto mediatico di questi giorni non sono gli editoriali  sul New York Times di Paul Krugman, Frank Rich o Maureen Dowd ( che, irriverente, chiama il Presidente usando solo una delle iniziali, il W, cioè il doppiovu). La novità è la rottura della cappa rappresentata da quella realtà virtuale che soffocava  la comunicazione e la vita politica negli Stati Uniti. Dopo le tv sono arrivati i dissensi in campo repubblicano e tutto si è rimesso in modo. Purtroppo ancora una volta sulla pelle di tanti poveri cristi che hanno pagato per tutti.

   
   

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