La Turchia e lo scrittore
perseguitato
di Gianni Riotta
Fonte: il Corriere della Sera
9 settembre 2005

Una vergogna che il governo del premier Tayyp Erdogan non riesce più a
nascondere, giusto alla vigilia del nuovo incontro per l'ammissione della
Turchia nell'Unione Europea, il 3 ottobre.
Il caso Turchia si riapre davanti alle nostre coscienze: è possibile ammettere
in Europa una nazione che medita se sbattere in cella per tre anni il suo più
amato narratore? Tutto comincia quando Pamuk, parlando con il quotidiano
svizzero Tages Anzeiger, riconosce che "trentamila curdi e un milione di
armeni sono stati uccisi dalle nostre parti e quasi nessuno osa parlarne: dunque
ci provo io". Le vendette contro la minoranza curda e il tentativo di genocidio
perpetrato dai turchi contro gli armeni a ridosso della prima guerra mondiale,
sono argomenti tabù e violare la censura costa carissimo: a norma dell'articolo
301/1 del codice penale "chi insulta i turchi, la Repubblica, l'Assemblea o
l'identità nazionale" va in cella per 36 mesi. Il maggiore quotdiano,
Hurriyet, va per le spicce "Pamuk è un essere abietto".
Il processo a Orhan Pamuk è rimasto sotto traccia finché la sua traduttrice
Maureen Freely, raggiungendo uno per uno via e mail gli scrittori europei, non
ha rotto il silenzi. Il ministro della giustizia Cemil Cicek è del resto
riuscito a far rinviare sine die la conferenza che un gruppo di docenti
universitari voleva tenere all'ateneo Bogazici di Instanbul sull'eccidio degli
armeni senza troppo rumore. Ora l'omertà politica si rompe e vedremo se stavolta
l'Italia, così a lungo farasiaca ai tempi della fatwa, la maledizione iraniana
contro lo scrittore Saman Rushdie, si darà da fare, con il governo e la
comunità di intellettuali ed artisti.
Pamuk, che da noi ha vinto il
premio Grinzane Cavour, si sforza con "Neve" di
far da ponte tra Occidente e Turchia ricordando come le rispettive identità
possano cozzare e come l'egoismo europeo e il fondamentalismo orientale
alimentino insieme la velenosa pozione di violenza e terrorismo.
Quando Ka, anziano esule politico torna in patria, nel villaggio di Kars, trova
una nazione stretta tra la laica identità cara ai militari e il fondamentalismo
islamico che ribolle, con i vicini europei più intenti a fare test astratti di
democrazia che non a nutrirla davvero. Dove le donne che devono indossare il
velo, si suicidano a catena, ma Ka non sa comprendere se per l'obbligo di
coprirsi imposto dai maschi religiosi o per l'obbligo di non coprirsi, diktat
dei maschi laici.
Dopo l'11 settembre 2001, riflettendo sulla New York Review of Books,
Orhan Pamuk scriveva "Nulla può alimentare il sostegno agli islamici che
gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento
dell'Occidente a comprendere i dannati della terra".
Oggi la profezia si capovolge e lo investe: nulla può tenere fuori la Turchia
dall'Europa, dando ragione ai suoi nemici, quanto la censura contro un libero
pensatore che aliena anche chi è favorevole ai turchi nella Ue.
Un harakiri diplomatico e culturale che Erdogan forse non è più in tempo a
riparare, mentre cresce la diffidenza europea verso i suoi connazionali.
La morale del caso Orhan Pamuk è candida come la neve del suo affascinante
romanzo. Se la Turchia tiene all'identità violenta e non è disposta a discutere
apertamente del passato, se la censura e l'arresto sono il modo per dibattere le
nuove idee, allora non c'è posto nell'Unione. Il multiculturalismo è una pianta
feconda, che fa scrivere romanzi come "Neve" e li fa amare in ogni parte del
mondo. Ma il multiculturalismo deve affondare le radici in una cultura
democratica condivisa, in valori dove il confronto delle identità sia la chiave,
non la repressione e il bavaglio.
E' doloroso quanto si fatichi a parlare di Orhan Pamuk, è doloroso che la
Turchia provi a dar ragione ai suoi peggiori nemici ma è chiara la strada maestra
nella lotta per la tolleranza che andiamo combattendo: multiculturaslismo sì, ma
nutrito di tolleranza e rispetto per le regole democratiche.
Altrimenti la zizzania dell'intolleranza brucia il dissenso.
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