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Stampa anglosassone, mito che fa comodo

di Danilo Taino
Fonte: il Corriere della Sera

12 settembre 2005

Il guaio dell’Italia è che la classe dirigente legge troppo i giornali. E, avendo imparato l’inglese, al mattino, col caffè, si beve anche la stampa anglosassone. La quale, infatti, nella Penisola gode di un prestigio e di un’influenza che non hanno pari in altri Paesi dell’Europa continentale. Le cronache di fine agosto hanno raccontato che il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, nella riunione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio che ha ascoltato Antonio Fazio sulle scalate bancarie dell'estate, avrebbe portato a sostegno della crisi di credibilità della Banca d’Italia e dell’Italia stessa i «167 articoli del Financial Times » dedicati alla vicenda. Tutti pesantemente critici. Niente di strano se si fosse trattato di un modo, da economista che va per le spicce, di approssimare un’unità di misura. Il fatto è che l'uscita di Siniscalco si è posata in cima a una montagna di reazioni che da anni si scatenano ogni volta che la stampa estera scrive dell'Italia. Un’isteria che attraversa i Palazzi quando Economist , Financial Times , Wall Street Journal e via dicendo mettono i piedi nel piatto dei nostri aggrovigliati spaghetti. Provincialismo? Senso di inferiorità? Esterofilia? Cattiva stampa italiana che ha bisogno di buoni maestri? Oppure globalizzazione anglosassone che impone la sua ideologia?

La questione va al cuore del potere in Italia. «C’è un approccio piuttosto provinciale alla stampa estera — sostiene Francesco Micheli, finanziere tra i più addentro alle cose del potere italiano —. Si riprende, si ingigantisce tutto quello che è scritto sui giornali esteri e si ottiene un effetto doppiaggio che in alcuni casi è pessimo, proprio come capita a certi film». Cattiva abitudine dei giornali italiani, i quali spesso usano l'autorevolezza degli altri per dare più forza alle loro tesi, in economia e in politica ma anche nella cronaca e nel gossip. E ossessione per politici, intellettuali, forze sociali: quando un giornale estero autorevole scrive qualcosa di forte sull’Italia, le agenzie di stampa si riempiono di applausi, repliche, controrepliche, indignazioni. E tutto diventa arma di lotta politica: se l’Economist scrive, come ha fatto nel 2001, che Berlusconi non è adatto a guidare l'Italia, i politici, la stampa e i siti web della sinistra fanno festa; e se scrive che Prodi è stato un presidente della Commissione europea mediocre si entusiasmano parlamentari e media della destra. Se lo dice l’Economist — o il Financial Times o il Wall Street Journal — vale di più, diventa un fatto obiettivo, indiscutibile. Anche se il 95% degli italiani non se n’è accorto. Non che la cosa non abbia spiegazione. Il Financial Times , per esempio, ha sfondato in Italia negli anni ’90 guidando la rivolta degli azionisti contro operazioni finanziarie considerate anti-mercato condotte da Gemina e Mediobanca.

La Lex Column del giornale color salmone di Londra diventò in quei giorni la Bibbia di Piazza Affari, un passo davanti alla stampa italiana che nei confronti delle due società, pilastri del potere finanziario e mediatico del Paese, aveva un certo timore reverenziale. Ed è proprio sulla micro- economia che la stampa estera si è fatta i muscoli in Italia: ogni volta che c'era da difendere il mercato, era in prima fila. Il fatto è che i giornali finanziari anglosassoni si caratterizzano per essere essi stessi parte del mercato finanziario e ne prendono le parti: il Financial Times di Andrew Gowers e l’Economist di Bill Emmott della City di Londra, il Wall Street Journal di Paul Steiger della finanza newyorchese. Fatti i muscoli con le battaglie di Borsa e vista la reattività italiana, per questi giornali il salto di interesse è stato conseguente: conti pubblici prima, in concerto con le agenzie di rating, e politica subito dopo. Nel complesso, uno stimolo all’apertura e alla liberalizzazione: «Sono stati e sono un pungolo critico importante, del quale abbiamo molto bisogno», dice Pierleone Ottolenghi, ex Warburg, per anni pendolare tra Milano e la City di Londra. Ma anche un po’ di illusione. «Mi ha sempre colpito il fatto che gli italiani non avessero fiducia nella loro stampa e l’avessero in quella straniera — dice John Rossant, per anni capo della redazione romana di Business Week , oggi a Parigi con il gruppo di marketing Publicis —. Pensano che la stampa anglosassone sia più obiettiva ma questa è per molti versi una sciocchezza. Anche i media anglosassoni hanno una loro agenda politica». Spesso, in effetti, in Italia si è sostenuto che i giornali anglosassoni «accompagnassero» l’espansione delle banche d’investimento di Londra e New York nella Penisola o addirittura fossero le teste di cuoio che aprono i mercati per permettere poi l’«invasione» del capitalismo globale. Sospetti riemersi anche nella battaglia di quest’anno per il controllo di Antonveneta e Bnl. Ottolenghi non ci crede. «Non ho mai sospettato che avessero interessi nascosti — dice — . Sostengono in Italia le stesse posizioni che sostengono altrove». «Non è che difendano interessi particolari — dice Rossant — è che riflettono le opinioni politiche degli ambienti che esprimono, la City e Wall Street. Hanno punti di vista molto definiti e quando analizzano un evento lo fanno attraverso il loro prisma». In altri termini, sono soprattutto il veicolo attraverso cui l’Italia sente il fiato dei mercati sul collo, fatto tanto più rilevante oggi che il «vincolo virtuoso » dell’Europa è ai minimi. Ciò spiega in parte perché, nonostante in Italia vendano un numero limitato di copie — 15 mila l'Economist , meno di 10 mila il Financial Times e ancora meno il Wall Street Journal — abbiano un’influenza così alta.

Ma sono anche più indipendenti e liberi della stampa italiana? Che nel caso dell’informazione la Penisola sia un’anomalia è fuori dubbio, sia nella televisione che nella stampa. «Certo, la struttura proprietaria dei giornali tedeschi o di quelli anglosassoni li rende più credibili », sostiene Micheli. Il quale, però, nota delle novità. «Prendiamo il caso — dice — del Corriere della Sera , che è stato al centro delle cronache nei mesi scorsi. Fino a un po’ di tempo fa, aveva due riferimenti nell’azionariato, Fiat e Mediobanca. Ma nel momento in cui i riferimenti si sono moltiplicati per otto, la situazione è cambiata e ora vige il vecchio principio del divide et impera: adesso i giornalisti sono in una posizione migliore, meno condizionati dalla proprietà. Detto da entomologo: l'idea che essere azionisti del Corriere dia potere è un’illusione. Per di più costosa, come si è visto nel caso di Ricucci, ma un'illusione». Quasi una public company, insomma, anche se lontana dal modello Economist , controllato al 50% dal gruppo Pearson (che possiede anche il Financial Times) e per il resto da individui ma che fa scegliere il direttore da quattro trustee , personaggi di chiara fama e indipendenza che, fatta la nomina, tornano nell’ombra (Emmott guida il settimanale dal 1993). Le cose sembrano muoversi un po’, insomma. Le tre testate anglosassoni sono ai massimi della loro capacità di influenza in Italia e lo sanno bene: quando l’Economist paragona Fazio a Rasputin, come ha fatto nei giorni scorsi, sa di sparare un colpo a effetto. Ma se politica e classe dirigente italiana iniziassero la giornata con una corsa nei prati anziché pensare che il centro del mondo siano i quotidiani e la tv, tutto, anche le opinioni estere, prenderebbe forse un tono più normale. E, in quel caso, se volessero continuare a contare in Italia, i magnifici tre dovrebbero investirci, come il Financial Times ha fatto in Germania con un’edizione tedesca. Non si può vivere per sempre con il piede nella porta.

   
   

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