Il bavaglio ai giornali sulle indagini
di Giuseppe D'Avanzo
Fonte: la Repubblica
15 settembre 2005
A Roma c´è un´altra inchiesta giudiziaria, per corruzione, contro
Cesare Previti. L´avvocato avrebbe pagato Pasquale Musco, il perito
ingaggiato dal Tribunale per stimare il valore del gruppo Sir (lo
Stato fu costretto a pagare un risarcimento di mille miliardi di
lire). Nelle carte bancarie c´è la traccia di due versamenti (1
miliardo e 935 milioni e 793.650 dollari) che, dal conto Mercier di
Cesare Previti, transitano attraverso una posta di comodo (Aconitum)
fino al conto svizzero di Musco (Pietralata). Nelle carte c´è un´altra
interessante traccia che la procura vuole vagliare: il denaro che
Previti consegna al perito provengono dai conti della Fininvest.
Questa è una notizia che, se dovesse essere approvato il disegno di
legge del governo «in materia di intercettazioni e di pubblicità degli
atti del fascicolo del pubblico ministero e del difensore», non
potreste leggere più. Mai più.
In apparenza il muro di censura costruito dal governo è nell´articolo
che «vieta la pubblicazione, anche parziale o per riassunto o nel
contenuto, di atti dell´indagine preliminare nonché di quanto
acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche
se non sussiste più il segreto, fino a che non siano concluse le
indagini preliminari ovvero fino al termine dell´udienza preliminare».
Detto in altre parole, il governo vuole che non si muova foglia fino
all´udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti,
dinanzi a un giudice terzo). Non si scriva un rigo. Non si dia voce a
un protagonista. Si può sapere naturalmente che a Cogne è stato ucciso
un bambino di nome Samuele.
Non si può scrivere che la madre è accusata dell´omicidio. Si può
informare l´opinione pubblica che un influente giudice di Roma è stato
arrestato, ma non sapere perché, per quale vicenda e con chi è
accusato. Poco importa, a quanto pare, che un´udienza preliminare può
durare anni (l´udienza preliminare contro Berlusconi, Previti e il
giudice Squillante, impiegò quattro lunghi anni). La pubblica opinione
dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici
che chiedono fiducia al Paese e rappresentatività a chi vota.
Soltanto in apparenza il bavaglio all´informazione si nasconde in
quest´articolo. Per l´elementare ragione che i divieti arrangiati dal
governo nel suo disegno di legge sono già nel nostro codice. Il
governo li ha soltanto riaggregati, senza concretamente modificarli.
Oggi l´articolo 114 del codice di procedura penale vieta «la
pubblicazione, anche parziale e per riassunto, degli atti coperti dal
segreto o anche solo del loro contenuto». Ancora: «È vietata la
pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti da segreto
fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al
termine dell´udienza preliminare». Infine, «se si procede al
dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli
atti del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia
della sentenza di appello». È con questa rete di divieti che finora
giornali e giornalisti hanno fatto i conti. Si sono fatti forza con
due armi. Le armi della legge e del dovere professionale. Nel diritto
capita, infatti, che le ruote si muovano divaricate. Così quel che
nell´articolo dei divieti (il 114) è categorico, lascia qualche varco
indeterminato fino alla vaghezza in un altro articolo, il 329. «Gli
atti d´indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia
giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l´imputato non ne
possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiususa delle
indagini preliminari». In quel varco lavorano le cronache. È ipocrita
negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il
giornalismo italiano, ma si può dire che, se si rispettano i confini
dell´articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il
dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto
dello Stato a non vedere compromessa l´indagine; il diritto
dell´imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a
sentenza; il diritto della pubblica opinione a essere informata. Nel
territorio stretto tra questi tre diritti, il giornalista può fare con
decente correttezza il suo mestiere proponendo al lettore le fonti di
prova raccolte dall´accusa e gli argomenti della difesa, e soprattutto
valutando l´interesse pubblico dell´affare. Perché non ci sono
soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso
diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel
racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli, della
fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli. Sono un
osservatorio che permette di guardare dentro «il giocattolo»; di
vedere da vicino, a immagine ingrandita, come funzionano la nostra
società, lo Stato, i controlli, le autorità, i poteri che in qualche
caso da noi diventano un illegale "infrastato". Svelano quale tenuta
ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni
pubbliche, la consapevolezza che soltanto regole, legalità e
trasparenza possono garantire un ordinato vivere civile. L´incontro
ravvicinato con le opacità del potere ha spesso convinto il
giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il
segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c´è
nessuna ragione accettabile e degna per non pubblicare documenti non
contestati che raccontano alla pubblica opinione - è il caso del
governatore di Bankitalia - come un´autorità di vigilanza,
indipendente e "terza", protegge (o non protegge) il risparmio e il
mercato. Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere
professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle
conseguenze di violazioni finora comunemente accettate che la legge
del governo lascia cadere un maglio catastrofico per la libertà di
stampa (anche se l´opposizione sembra non essersene accorta). La
«pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale» è oggi
regolata dall´articolo 684 del codice penale. «Chiunque pubblica, in
tutto o in parte, anche per riassunto, atti o documenti di un
procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione, è
punito con l´arresto fino a trenta giorni e con l´ammenda da 51 a 258
euro». In realtà, quasi nessun giornalista è mai finito in galera.
Quasi mai i giornali hanno pagato 258 euro. Sono sufficienti appena
127 euro per estinguere il reato pagando un´oblazione.
Pare che Berlusconi abbia sorriso ascoltando il ministro della
Giustizia accaldarsi e chiedere «più galera per i giornalisti» (fino a
sei mesi per un documento processuale; fino a tre anni per
un´intercettazione). Raccontano che Berlusconi gli abbia detto: «Caro,
lascia dire a me che sono editore di mestiere. Se tocchi i
giornalisti, se li mandi in galera, ne fai degli eroi della libertà di
stampa e magari il giornale per cui lavorano vende anche di più, e
questo sarebbe uno smacco. La galera è inutile. So io, da editore,
quel che bisogna fare…».
Ecco allora l´idea. Geniale, diabolica, efficace, distruttiva. Che
paghino, e salato, gli editori, che sia il loro portafogli in palio.
La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la
redazione, l´autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a
confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali.
Quella trovata trasferisce il conflitto nel giornale. Con un gran
lavoro di avvocati. Oggi, gli avvocati si limitano a controllare se le
cronache sono accurate, documentate e si tengono al di qua del reato
di diffamazione. Domani l´avvocato del giornale diventerà il dominus
dell´informazione. Chiederà soltanto: in questo processo è già
conclusa l´indagine preliminare? Il cronista dirà, come ha detto fino
a oggi: no, ma gli imputati sono a conoscenza delle accuse e delle
fonti di prova; anzi, hanno a loro volta presentato memorie di cui
posso dar conto in modo esauriente. Le parole del cronista saranno
accolte nel silenzio. Avrà il tempo però di vedere l´avvocato tirare
su la cornetta del telefono e dire: pubblicare questa roba costerà 1,5
milioni di euro perché viola la "legge Berlusconi", fate voi... Così
la riforma del governo trasferisce le ragioni della cronaca
dall´interesse pubblico a un interesse privato.
Discorso chiuso, se si fa qualche conto e un esempio. Diciamo che
potrebbero essere necessarie, a istruttoria conclusa, cinque
cronachette per raccontarvi come lo Stato è stato impoverito di mille
miliardi con un diffuso lavoro di corruzione. Si potrebbe raccontare,
ad esempio, che cosa ha raccolto la procura sul conto del perito
accusato di corruzione e dar conto delle sue controdeduzioni, visto
che è stato interrogato. Al giornale che le stampa, cinque cronache
potrebbero costare quindici miliardi di lire (7,5 milioni di euro):
una penalità capace di mandare all´aria, o di ridimensionare, anche la
più florida impresa editoriale. Ora chiunque può immaginare la
discussione in redazione. Va bene, pubblichiamo poi magari chiudiamo
la redazione di Palermo. Pubblichiamo e riduciamo le iniziative
speciali. Pubblichiamo e andiamo in edicola senza promozioni.
Pubblichiamo e in Medioriente non mandiamo più nessuno. Oppure non
pubblichiamo? Il dilemma fa affiorare un modesta proposta: perché non
ci restituite un po´ di carcere? Se proprio non potete darcelo, in
alternativa, non ci sarebbe da fare un bel servizio su Michelle
Hunziker? Tanto quel Previti, con quel che costa, a chi interessa?
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