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Yahoo fa la spia per la Cina, ma il mondo chiude gli occhi

di Federico Rampini
Fonte: la Repubblica

19 settembre 2005

Sarà a causa dell´immagine giovanile e progressista che associamo alle dot.com, le aziende di Internet. Sarà per realismo, perché nessuno di questi tempi può sfidare la potenza economica cinese. Comunque sia Yahoo l´ha fatta franca. Il portale americano sta superando indenne uno scandalo che, in altri tempi e contesti politici, avrebbe scatenato manifestazioni ostili e boicottaggi dei consumatori.
È difficile trovare precedenti simili all´epoca dell´Unione Sovietica o del Cile di Pinochet, del Sudafrica o della Spagna franchista: una multinazionale occidentale «consegna» un presunto dissidente alla polizia di un regime autoritario, ammette il fatto senza un´ombra di pentimento, e la delazione lascia indifferente l´opinione pubblica dei Paesi democratici.
Ieri, a due settimane dalle ammissioni del portale Internet americano, il New York Times ha reagito all´apatìa con un editoriale di denuncia: «A tutti gli utenti di Yahoo nel mondo intero, dovrebbero tremare le dita sulla tastiera del computer».
È il primo maggio di quest´anno, solenne festa del lavoro anche in Cina, quando l´agenzia di stampa ufficiale Xinhuanet dà l´annuncio del processo a un giornalista,
Shi Tao, 37 anni, caporedattore centrale del giornale Notizie Economiche Contemporanee nella città di Changsha, viene condannato a dieci anni di carcere. Il Tribunale del Popolo ha preso atto dell´accusa formulata da un ramo speciale della polizia, l´agenzia per la protezione dei segreti di Stato: Shi Tao è colpevole di aver divulgato via email delle notizie riservate di cui era venuto a conoscenza durante la riunione di redazione del suo giornale. La corte non ha ascoltato un avvocato difensore. Passano due settimane e si viene a sapere quale «segreto di Stato» raggiunge la redazione di un giornale di provincia: è la circolare che ogni anno le autorità di Pechino diramano a tutti i mass media per vietare rievocazioni del massacro di Piazza Tienanmen (4 giugno 1989), all´avvicinarsi dell´anniversario. Shi Tao si è guadagnato sul campo la definizione di dissidente solo per aver mandato il testo della circolare via email a un amico cinese in America, che lo ha pubblicato su Internet.
La storia sarebbe già stata dimenticata da un pezzo, come quella di altri 40 giornalisti cinesi in carcere. Senonché due settimane fa la pubblicazione del testo della sentenza ha rivelato un dettaglio nuovo. Shi Tao usava la posta elettronica di Yahoo. E´ Yahoo ad aver passato la sua email alla polizia. Il portale, che ha sede a Sunnyvale nella Silicon Valley californiana, non tenta neppure di smentire. Al contrario la sua autodifesa, più che avere a cuore i diritti umani, sembra quasi voler rassicurare le autorità cinesi sulla propria obbedienza e sottomissione. Dal quartier generale americano dell´azienda spiegano infatti di essere tenuti ad applicare le leggi in vigore in Cina. La giustificazione è un forzatura. In realtà la filiale cinese di Yahoo ha la sua sede sociale a Hong Kong, città che ha conservato uno statuto autonomo e delle leggi molto più liberali sull´informazione. Ma Yahoo aveva spontaneamente sottoscritto nel 2002 una «promessa di autodisciplina», impegnandosi ad applicare tutte le normative sulla censura in vigore a Pechino. Quella esibizione di zelo può avere aiutato la multinazionale californiana nei suoi affari. Ai primi di agosto Yahoo ha messo a segno un colpo notevole: per un miliardo di dollari ha acquistato il 35% di Alibaba. com, il più grande portale di commercio elettronico in Cina, surclassando concorrenti come Ebay e Google.
L´accesso al più grande mercato del mondo val bene un giornalista in carcere?
Lo scandalo Yahoo è il più grave ma non l´unico episodio di collaborazionismo tra le multinazionali occidentali e la censura cinese. A giugno, quando Microsoft ha lanciato un nuovo portale in Cina con il servizio Msn Spaces che consente agli utenti di creare dei blog, l´azienda di Bill Gates ha messo al bando parole come «democrazia» e «libertà», onde prevenire ogni possibile conflitto con le autorità locali. Chi cerchi di inserire nei titoli dei blog la parola «democrazia», o anche «manifestazione», vede apparire un messaggio di errore: «Questo contiene linguaggio proibito. Cancellare il linguaggio proibito». L´autodisciplina delle dot.com straniere rafforza il controllo di Pechino su Internet che è già molto rigoroso. Decine di migliaia di tecnici lavorano per conto del governo cinese perfezionando dei filtri sempre più sofisticati che impediscono l´accesso a siti proibiti (per esempio quello della Bbc).
Si oscurano i testi dove compaiono temi proibiti come Tienanmen, i diritti umani, il Dalai Lama e il Tibet. La settimana scorsa al vertice di New York tra George Bush e Hu Jintao il tema dei diritti umani è stato appena sfiorato dal presidente americano. La sua preoccupazione principale era un´altra: come convincere la Cina a moderare le esportazioni per ridurre l´immenso deficit commerciale degli Stati Uniti.
«L´America - scrive il New York Times - ha una politica dei diritti umani bi-partisan sulla Cina. La chiamiamo commercio».

   
   

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