Cina, le nuove vittime della censura
di Federico Rampini
(Fonte: la Repubblica)
26 settembre 2005

I siti Internet «devono servire il
popolo e il socialismo, guidare correttamente l´opinione pubblica
nell´interesse nazionale». E´ il testo della legge varata ieri a
Pechino per stringere meglio la museruola attorno all´informazione
online. E´ un nuovo giro di vite dopo la condanna a dieci anni di
carcere del giornalista dissidente Shi Tao, tradito da una email che
Yahoo ha consegnato alla polizia cinese.
La stretta su Internet ne nasconde un´altra, meno visibile ma
altrettanto significativa dei timori che agitano i leader di Pechino:
finiscono sotto assedio anche le organizzazioni non governative (Ong),
umanitarie o ambientaliste, che sono attecchite negli ultimi anni in
Cina. Il presidente Hu Jintao ha ordinato di sorvegliarle. Teme che
stiano preparando una «rivoluzione arancione» come i movimenti
democratici dell´Europa dell´Est e di certe repubbliche ex sovietiche.
Internet con oltre 100 milioni di navigatori, le Ong con il loro
seguito di volontari, sono due facce di una società civile vivace e
irrequieta che preoccupa il potere centrale.
Il comunicato diffuso ieri dall´agenzia ufficiale Xinhua (Nuova Cina)
è orwelliano e volutamente vago, come tutte le leggi sulla censura che
lasciano al governo e alla polizia un potere assoluto
nell´interpretarle: «Sui siti Internet saranno permesse solo notizie
sane e civili, e informazioni utili al progresso della nazione,
benefiche per il suo sviluppo economico e sociale». Come corollario,
prosegue l´annuncio diramato dal governo, «ai siti è proibito
diffondere notizie che vanno contro la sicurezza dello Stato e
l´interesse pubblico». La stretta può deludere chi sperava che
Internet sfociasse automaticamente verso la libertà di espressione.
D´altra parte gli strappi improvvisi della nomenklatura rivelano le
sue contraddizioni. Questa leadership ha lanciato la Cina in uno
sviluppo economico accelerato, ha favorito la diffusione delle nuove
tecnologie di comunicazione (dai telefonini a Internet), ha aperto le
frontiere al turismo, ai prodotti stranieri e alle multinazionali. Ma
vuole impedire che l´avanzata delle libertà individuali si tramuti in
dissenso politico, in rivendicazione democratica. I computer sono in
tutte le case, nelle grandi città come Pechino Shanghai e Canton c´è
la banda larga per i collegamenti online superveloci. Eppure la
polizia ha chiuso migliaia di cybercafè; le autorità di Shanghai hanno
installato telecamere negli Internet-cafè e registrano i documenti di
chi entra. La condanna di Shi Tao ha ricordato che un esercito di
tecnici della "cyberpolizia" spia i siti, i blog, e perfino le email,
oscura ogni cenno di protesta e persegue gli autori.
L´allarme sulle Ong è stato lanciato da Hu Jintao. Il presidente ha
ordinato all´Accademia delle Scienze Sociali di studiare le
rivoluzioni democratiche dell´Europa dell´Est e dell´Asia centrale, e
il ruolo che vi avrebbero avuto le Ong finanziate dagli Usa. Squadre
di osservatori cinesi sono state mandate in Ucraina, Bielorussia,
Georgia, Uzbekistan e Kyrgistan. Hu avrebbe chiesto informazioni al
presidente russo Putin sulle origini dei movimenti democratici nell´ex
Urss. Sul sito Internet del partito comunista cinese, Guangming, è
apparsa un´analisi firmata da Song Tianshui: prevede che America ed
Europa intensificheranno le manovre per il controllo strategico del
Caucaso e dell´Asia centrale, e finiranno con l´usare le stesse
tattiche contro la Cina. Di quali tattiche si tratti, lo rivela il
settimanale Xinmin di Shanghai: Washington userebbe come un cavallo di
Troia istituzioni internazionali legate al partito repubblicano, agli
ambienti neoconservatori e perfino al Peace Corps, per infiltrare la
democrazia in Cina. Il più duro è il China Economic Times, portavoce
del Consiglio di Stato: «Bisogna impedire ai paesi occidentali di
infiltrarci e sabotarci attraverso le Ong».
Le Ong nella Cina comunista hanno una storia recente. A lungo furono
bandite dal Paese, perché il partito unico non poteva ammettere
organizzazioni che non fossero delle sue emanazioni dirette. Alla fine
del decennio scorso si sono aperti degli spazi di tolleranza di cui
hanno potuto approfittare anzitutto istituzioni internazionali antiche
e accreditate come la Croce Rossa o il Wwf. Dietro di loro sono
riuscite a entrare Ong più «militanti», impegnate nella lotta contro
la povertà come Oxfam, Action Aid, Save the Children, o nella difesa
dell´ambiente come Greenpeace. L´esempio delle Ong venute dall´estero
ha fatto emuli dentro la Cina. Alcuni cittadini hanno scoperto un modo
per difendere i loro diritti, o impegnarsi in battaglie per il
progresso del Paese, senza incorrere nei fulmini della repressione.
Anche se il seguito di queste organizzazioni locali è ancora
minoritario, la loro esistenza è un campanello d´allarme per il
partito unico, timoroso di veder nascere movimenti che non controlla.
Lo choc più grave è accaduto quando alcune Ong sono riuscite ad
influenzare le elezioni locali (nei villaggi dove si vota per il
sindaco con più candidati) e i loro leader hanno sconfitto quelli del
partito comunista. A quel punto è scattato il contrordine da Pechino.
In almeno un caso l´altolà è stato brutale. Dei volontari
dell´Istituto dei Diritti (una Ong della capitale) viaggiavano nel
Guangdong quest´estate per prestare consulenza a un gruppo di
contadini in rivolta contro i dirigenti locali: i militanti dell´Ong
sono stati arrestati, imprigionati e torturati.
A eccitare i sospetti dei leader cinesi contribuisce la decisione del
finanziere-mecenate americano (di origine ungherese) George Soros di
aprire a Pechino una sede della sua Fondazione per la democrazia, che
ha avuto un ruolo attivo in diversi paesi dell´Europa dell´Est. Per Hu
Jintao è la prova che l´Occidente trama per destabilizzare il suo
paese. Il fatto che Soros sia stato un generoso sostenitore di John
Kerry e dei pacifisti, contro George Bush, non impressiona i dirigenti
cinesi.
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