Iraq: la guerra Usa ai media
di Nicola Scevola
Fonte: il Manifesto
30 settembre 2005

Non è la prima volta che Reuters cerca di mettersi in contatto
con il Pentagono per discutere questi temi, ma, fino ad ora, i
tentativi sono sempre andati a vuoto. «Siamo estremamente frustrati
dall'atteggiamento del Pentagono», dice al manifesto Susan
Allsopp, portavoce del direttore generale di Reuters. «Da anni
cerchiamo di instaurare un dialogo senza risultati e intanto la
situazione sul terreno sta diventando sempre più problematica». Almeno
66 giornalisti, di cui la maggior parte iracheni, sono stati uccisi
dall'inizio della guerra nel marzo 2003. Tre di questi lavoravano per
Reuters. L'ultimo a pagare con la vita per garantire al mondo
il diritto all'informazione è stato Waleed Khaled, ucciso a fine
agosto da un cecchino americano a Baghdad. L'agenzia è convinta che
anche un quarto dei suoi giornalisti sia caduto sotto il fuoco
americano in uno scontro avvenuto a Ramadi lo scorso anno.
Ma l'esercito americano non vuole ammetterlo e, comunque, sostiene che
i suoi uomini hanno sempre sparato in condizioni tali da giustificare
la legittima difesa (contro giornalisti armati di telecamere e
microfoni). Nella sua lettera, Schlesinger denuncia anche il rifiuto
delle autorità militari di aprire delle indagini indipendenti sulle
uccisioni dei giornalisti, accontentandosi invece di affidare il
giudizio ad ufficiali appartenenti alle stesse unità responsabili
degli incidenti - i quali, strano a dirsi, hanno giudicato innocenti
tutti i soldati coinvolti.
Oltre che per quelli uccisi, Reuters è preoccupata anche per la
sorte di tre suoi collaboratori che sono stati fatti prigionieri senza
apparente motivo e si crede siano detenuti dalle forze americane ad
Abu Ghraib o a Camp Bucca. «La situazione sta precipitando senza
controllo - conclude Schlesinger - sembra che l'esercito US in Iraq
non riesca a comprendere il ruolo dei giornalisti oppure che non
sappia come trattarli, o forse entrambe le cose».
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