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Il lato oscuro della Turchia

di Salman Rushdie
traduzione di Emilia Benghi
Fonte: la Repubblica

18 ottobre 2005

Lo studio dello scrittore Orhan Pamuk affaccia sul Bosforo, il leggendario stretto che a seconda dei punti di vista separa o unisce, o forse separa e unisce il mondo europeo e quello asiatico. L´ambiente non potrebbe essere più consono ad un romanziere la cui opera fa più o meno altrettanto. Molti libri, tra cui più recentemente l´acclamato romanzo "Neve" (Einaudi, 2004) e l´inquietante memoriale/ritratto della sua città, "Istanbul: Memories and the City" (Knopf, 2005), candidano Pamuk al titolo, in precedenza attribuito a Yashar Kemal, di "Massimo scrittore turco". E´ anche un uomo schietto. Nel 1999, ad esempio, rifiutò il titolo di "Artista di Stato". «Da anni critico lo stato perché imprigiona gli scrittori, perché tenta di risolvere la questione curda solo con la forza e per il suo gretto nazionalismo…», dichiarò. «Non capisco come mai mi vogliano insignire di quell´onorificenza».
Della Turchia ha detto che ha «due anime», e ne ha criticato le violazioni dei diritti umani. «Geograficamente siamo parte dell´Europa», afferma, «ma politicamente?». Ho trascorso qualche giorno assieme a Pamuk a luglio, in occasione di un festival letterario nella graziosa cittadina balneare di Parati, in Brasile. In quei giorni sembrava sereno, anche se le minacce di morte indirizzategli dagli ultranazionalisti turchi – uno diceva che «non dovrebbe essergli consentito di respirare» – lo hanno costretto a trascorrere due mesi fuori dal suo Paese.
Ma le nuvole si ammassavano all´orizzonte. La dichiarazione rilasciata al quotidiano svizzero Tages Anzeiger il 6 febbraio 2005, che aveva scatenato l´ira degli ultranazionalisti, stava per dargli altri seri problemi. "In Turchia sono stati uccisi trentamila curdi e un milione di armeni", aveva detto al giornale svizzero. "Quasi nessuno oltre a me osa denunciarlo apertamente".
Si riferiva agli eccidi di migliaia di armeni avvenuti per mano delle forze ottomane tra il 1915 e il 1917. La Turchia non contesta il numero delle vittime, ma nega che le uccisioni abbiano assunto le dimensioni di genocidio. I "30.000" morti curdi di cui parla Pamuk sono quelli uccisi dal 1984 in poi nel conflitto tra forze turche e separatisti curdi.
Il dibattito su questi temi è imbavagliato da norme severe, alcune delle quali conducono a lunghi processi, ammende e, in alcuni casi, alla detenzione. Il primo settembre Pamuk è stato rinviato a giudizio con l´accusa di aver "esplicitamente denigrato l´identità nazionale turca" con le sue dichiarazioni. In caso di condanna rischia tre anni di carcere. L´art. 301/1 del codice penale turco in base al quale Pamuk sarà processato, afferma che "Un individuo che esplicitamente rechi offesa all´identità nazionale turca, alla Repubblica o alla Grande Assemblea Nazionale Turca sarà condannato ad una pena carceraria variabile dai sei mesi ai tre anni… se l´offesa all´identità nazionale turca avviene ad opera di un cittadino turco in un paese straniero, la pena sarà elevata di un terzo". Quindi se Pamuk verrà dichiarato colpevole rischia una pena aggiuntiva per aver rilasciato la dichiarazione incriminata all´estero.
Viene da pensare che le autorità turche avrebbero potuto evitare un attacco così esplicito alle libertà fondamentali di uno dei loro scrittori più famosi all´estero proprio nel momento in cui la loro richiesta di adesione all´Unione Europea come membri a pieno titolo – fortemente impopolare in molti paesi dell´Unione – veniva esaminata al vertice UE.
Ma nonostante abbia ratificato sia il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ONU) che la Convenzione Europea sui Diritti Umani, in entrambi i quali la libertà di espressione è centrale, la Turchia continua ad applicare un codice penale chiaramente contrario a quegli stessi principi e, a dispetto di diffuse proteste globali, ha fissato la data per il processo a Pamuk. Esso prenderà il via, a meno di un ripensamento, il 16 dicembre.
Che Pamuk sia oggetto delle critiche degli islamisti e dei nazionalisti radicali turchi non sorprende. Né sorprende il fatto che chi lo attacca spesso denigri la sua opera definendola criptica e egocentrica, accusandolo di essersi venduto all´Occidente. Ma è scoraggiante leggere intellettuali come Soli Ozel, editorialista di un quotidiano e professore di relazioni internazionali presso l´università Bilgi di Istanbul criticare "chi, soprattutto in Occidente, userà il rinvio a giudizio di Pamuk per denigrare il progresso della Turchia verso la più ampia garanzia dei diritti civili e verso l´ingresso nell´Unione Europea". Ozel auspica che le accuse nei confronti di Pamuk vengano respinte al processo e ammette che esse rappresentano un "affronto" alla libertà di parola, ma preferisce porre l´accento sul "cammino compiuto dal paese nell´ultimo decennio". Ma è una tesi troppo debole. Il numero di condanne al carcere in base alle norme che criminalizzano la libertà di parola in Turchia è realmente diminuito nell´ultimo decennio, ma i dati del PEN internazionale mostrano che più di 50 scrittori, giornalisti e editori sono attualmente sotto processo. I giornalisti turchi continuano a protestare contro le modifiche al codice penale e l´Associazione Internazionale degli Editori in una deposizione all´ONU ha definito il nuovo codice penale turco "profondamente viziato". Il commissario UE Josè Manuel Barroso afferma che l´ingresso della Turchia nella UE non è affatto certo. Il paese dovrà conquistare i cuori e le menti della cittadinanza europea, profondamente scettica. La richiesta turca di adesione è stata definita, con la massima veemenza da parte del primo ministro britannico Tony Blair e del ministro degli Esteri Jack Straw, come un banco di prova per l´UE. Respingerla, ci dicono, sarebbe una catastrofe, poiché si amplierebbe il divario tra l´Islam e l´Occidente. In questo c´è un elemento di ciance blairiste, una fastidiosa volontà di parte di sacrificare il laicismo turco sull´altare della politica a sfondo religioso. Ma la richiesta turca di adesione è realmente un banco di prova per la UE, un test per verificare se l´Europa possegga o meno dei principi morali. Se li ha, i suoi leader insisteranno affinché le accuse contro Pamuk siano immediatamente ritirate, non c´è motivo di farlo attendere fino a dicembre per avere giustizia. Insisteranno quindi su una rapida modifica del repressivo codice penale turco.
Un´Europa priva di principi che volge le spalle ai grandi artisti e a chi lotta per la libertà, continuerà ad alienarsi la cittadinanza, il cui disincanto è già stato ampiamente dimostrato dal voto contro la nuova costituzione proposta.
Così l´Occidente è sotto esame quanto l´Oriente. Su entrambe le sponde del Bosforo il caso Pamuk è rilevante.

   
   

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