Il lato oscuro della Turchia
di Salman Rushdie
traduzione di Emilia Benghi
Fonte: la Repubblica
18 ottobre 2005

Della Turchia ha detto che ha «due anime», e ne
ha criticato le violazioni dei diritti umani.
«Geograficamente siamo parte dell´Europa»,
afferma, «ma politicamente?». Ho trascorso
qualche giorno assieme a Pamuk a luglio, in
occasione di un festival letterario nella
graziosa cittadina balneare di Parati, in
Brasile. In quei giorni sembrava sereno, anche
se le minacce di morte indirizzategli dagli
ultranazionalisti turchi – uno diceva che «non
dovrebbe essergli consentito di respirare» – lo
hanno costretto a trascorrere due mesi fuori dal
suo Paese.
Ma le nuvole si ammassavano all´orizzonte. La
dichiarazione rilasciata al quotidiano svizzero
Tages Anzeiger il 6 febbraio 2005, che aveva
scatenato l´ira degli ultranazionalisti, stava
per dargli altri seri problemi. "In Turchia sono
stati uccisi trentamila curdi e un milione di
armeni", aveva detto al giornale svizzero.
"Quasi nessuno oltre a me osa denunciarlo
apertamente".
Si riferiva agli eccidi di migliaia di armeni
avvenuti per mano delle forze ottomane tra il
1915 e il 1917. La Turchia non contesta il
numero delle vittime, ma nega che le uccisioni
abbiano assunto le dimensioni di genocidio. I
"30.000" morti curdi di cui parla Pamuk sono
quelli uccisi dal 1984 in poi nel conflitto tra
forze turche e separatisti curdi.
Il dibattito su questi temi è imbavagliato da
norme severe, alcune delle quali conducono a
lunghi processi, ammende e, in alcuni casi, alla
detenzione. Il primo settembre Pamuk è stato
rinviato a giudizio con l´accusa di aver
"esplicitamente denigrato l´identità nazionale
turca" con le sue dichiarazioni. In caso di
condanna rischia tre anni di carcere. L´art.
301/1 del codice penale turco in base al quale
Pamuk sarà processato, afferma che "Un individuo
che esplicitamente rechi offesa all´identità
nazionale turca, alla Repubblica o alla Grande
Assemblea Nazionale Turca sarà condannato ad una
pena carceraria variabile dai sei mesi ai tre
anni… se l´offesa all´identità nazionale turca
avviene ad opera di un cittadino turco in un
paese straniero, la pena sarà elevata di un
terzo". Quindi se Pamuk verrà dichiarato
colpevole rischia una pena aggiuntiva per aver
rilasciato la dichiarazione incriminata
all´estero.
Viene da pensare che le autorità turche
avrebbero potuto evitare un attacco così
esplicito alle libertà fondamentali di uno dei
loro scrittori più famosi all´estero proprio nel
momento in cui la loro richiesta di adesione
all´Unione Europea come membri a pieno titolo –
fortemente impopolare in molti paesi dell´Unione
– veniva esaminata al vertice UE.
Ma nonostante abbia ratificato sia il Patto
Internazionale sui Diritti Civili e Politici
(ONU) che la Convenzione Europea sui Diritti
Umani, in entrambi i quali la libertà di
espressione è centrale, la Turchia continua ad
applicare un codice penale chiaramente contrario
a quegli stessi principi e, a dispetto di
diffuse proteste globali, ha fissato la data per
il processo a Pamuk. Esso prenderà il via, a
meno di un ripensamento, il 16 dicembre.
Che Pamuk sia oggetto delle critiche degli
islamisti e dei nazionalisti radicali turchi non
sorprende. Né sorprende il fatto che chi lo
attacca spesso denigri la sua opera definendola
criptica e egocentrica, accusandolo di essersi
venduto all´Occidente. Ma è scoraggiante leggere
intellettuali come Soli Ozel, editorialista di
un quotidiano e professore di relazioni
internazionali presso l´università Bilgi di
Istanbul criticare "chi, soprattutto in
Occidente, userà il rinvio a giudizio di Pamuk
per denigrare il progresso della Turchia verso
la più ampia garanzia dei diritti civili e verso
l´ingresso nell´Unione Europea". Ozel auspica
che le accuse nei confronti di Pamuk vengano
respinte al processo e ammette che esse
rappresentano un "affronto" alla libertà di
parola, ma preferisce porre l´accento sul
"cammino compiuto dal paese nell´ultimo
decennio". Ma è una tesi troppo debole. Il
numero di condanne al carcere in base alle norme
che criminalizzano la libertà di parola in
Turchia è realmente diminuito nell´ultimo
decennio, ma i dati del PEN internazionale
mostrano che più di 50 scrittori, giornalisti e
editori sono attualmente sotto processo. I
giornalisti turchi continuano a protestare
contro le modifiche al codice penale e
l´Associazione Internazionale degli Editori in
una deposizione all´ONU ha definito il nuovo
codice penale turco "profondamente viziato". Il
commissario UE Josè Manuel Barroso afferma che
l´ingresso della Turchia nella UE non è affatto
certo. Il paese dovrà conquistare i cuori e le
menti della cittadinanza europea, profondamente
scettica. La richiesta turca di adesione è stata
definita, con la massima veemenza da parte del
primo ministro britannico Tony Blair e del
ministro degli Esteri Jack Straw, come un banco
di prova per l´UE. Respingerla, ci dicono,
sarebbe una catastrofe, poiché si amplierebbe il
divario tra l´Islam e l´Occidente. In questo c´è
un elemento di ciance blairiste, una fastidiosa
volontà di parte di sacrificare il laicismo
turco sull´altare della politica a sfondo
religioso. Ma la richiesta turca di adesione è
realmente un banco di prova per la UE, un test
per verificare se l´Europa possegga o meno dei
principi morali. Se li ha, i suoi leader
insisteranno affinché le accuse contro Pamuk
siano immediatamente ritirate, non c´è motivo di
farlo attendere fino a dicembre per avere
giustizia. Insisteranno quindi su una rapida
modifica del repressivo codice penale turco.
Un´Europa priva di principi che volge le spalle
ai grandi artisti e a chi lotta per la libertà,
continuerà ad alienarsi la cittadinanza, il cui
disincanto è già stato ampiamente dimostrato dal
voto contro la nuova costituzione proposta.
Così l´Occidente è sotto esame quanto l´Oriente.
Su entrambe le sponde del Bosforo il caso Pamuk
è rilevante.
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