torna alla home page

 

 


 

Intervista al fratello di Josè Couso

di Alberto D'Argenzio
Fonte: il Manifesto

21 ottobre 2005

Si sente dalla voce che David Couso, fratello di José, è semplicemente euforico: «Dopo due anni e mezzo che lottiamo su tutti i fronti per noi questo è un momento molto dolce». Lui, assieme alla famiglia, fa parte di quella macchina di sensibilizzazione che da mesi cerca di non far dimenticare José, chiedendo giustizia.

Come si è comportata la giustizia spagnola?
Abbiamo avuto sempre fiducia. Già in estate il giudice ha incriminato i tre per presunto crimine di omicidio. Dando così ha dato un appoggio totale alla nostra tesi: questo è un attacco contro la stampa. Non abbiamo dimenticato che in quello stesso 8 aprile gli Usa hanno attaccato Al Jazeera e la televisione di Abu Dhabi, poi, mezz'ora dopo, hanno sparato sull'hotel Palestine.

Secondo un'inchiesta di Reporter senza frontiere chi sparava non sapeva a cosa stava sparando, solo i superiori. Voi avete avuto una dura polemica con Rsf.
La mia famiglia è di origine militare, sappiamo come funziona un carroarmato. Abbiamo avuto accesso ad un manuale per gli Abrahams M-1, ti spiega che si vede perfettamente fino a 4 chilometri e mio fratello era a un chilometro di distanza. Anche i comandi erano in contatto visivo con l'obiettivo del tank, vedevano quello che vedeva chi sparava. Secondo il manuale il generale di divisione Busford Blount ha dovuto dare l'ok allo sparo, ossia è il responsabile. Inoltre per l'occasione hanno cambiato proiettile, passando da uno a perforazione ad un altro indicato per gli obiettivi umani. Un rapporto di un generale della Guardia Civil dice chiaramente che il proiettile è esploso a 2-300 metri e che è stata la mitragliata successiva ad uccidere mio fratello. Il giorno prima José stava salutando dall'hotel i militari americani, ossia che l'intelligence sapeva che lì era pieno di giornalisti. Rsf vuole alzare la responsabilità ad un livello tale in cui il giudizio diventa impossibile.

La richiesta spagnola è un segnale importante anche per altri paesi, come l'Italia, alle prese con dei crimini commessi da militari Usa. Che margine ha un giudice?
Pensiamo che la lotta dei cittadini, della famiglia, dei colleghi, degli amici sia stata determinante per non dimenticare José, poi la giustizia è stata contagiata da questa indignazione. Deve esserci un richiamo generale che parte dai media. Ha funzionato tanto che c'è un magistrato che si occupa del caso e ci sono tre richieste di cattura. Gli Usa e la Spagna hanno firmato un Convegno internazionale di cooperazione giudiziaria e gli Stati uniti devono iniziare a rispondere alla giustizia. È due anni e mezzo che lottiamo, sono stato due volte a Baghdad, abbiamo recuperato molto materiale investigativo, il tutto continuando a manifestare ogni martedì di fronte all'ambasciata Usa di Madrid. Io sono ottimista.

La politica si è intromessa? In fondo a Zapatero, dopo aver ritiratole truppe, fa più comodo non disturbare troppo Bush.
Il governo ha fatto al 90% quello che abbiamo chiesto. Ora esigiamo che trasmetta il più presto le richieste di estradizione e gli chiediamo più fermezza nel chiedere agli Usa il rispetto del Convegno. Non si tratta di considerazioni politiche ma di esigere la tutela giuridica.

Ha fiducia nella giustizia spagnola, ma è la stessa giustizia che il 26 settembre ha condannato a 7 anni di carcere il giornalista di
Al Jazeera Taisir Alony per terrorismo islamico...
Dobbiamo rispettare le decisioni giudiziarie, ma la nostra famiglia ha l'impressione che Taisir sia innocente. Oltretutto sulla base di questo giudizio potrebbero finire in carcere moltissimi giornalisti che hanno pagato per avere interviste. Per me è un castigo ad Al Jazeera ed alla stampa non allineata.

Adesso cosa vi rimane da fare?
Andremo avanti su questa strada. La mobilitazione continua, ogni martedì di fronte all'ambasciata, ma faremo anche altre cose. Mia madre Maria Isabel il 25 settembre è stata a fianco di Cindy Sheehan nella marcia celebrata a Washington. Crediamo che la nostra lotta e quella di Cindy siano la stessa, quella di madri unite nel dolore contro la guerra. Dobbiamo esigere la fine della guerra e la libertà di espressione.

   
   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it