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Internet, prova tecnica di controllo

di Arturo Di Corinto
Fonte: il Manifesto

24 ottobre 2005

Che «Yahoo!» sia stata corresponsabile dell'arresto e della condanna a 10 anni di carcere di un giornalista cinese, reo di aver spedito una email sgradita al suo governo, è cosa nota. In Italia, alcuni quotidiani hanno dedicato al caso un paio di articoli di fondo, mentre nella capitale i Verdi hanno protestato davanti all'ambasciata cinese, mentre in rete è stata lanciata una campagna di boicottaggio nei confronti di Yahoo!. Per quelli che considerano la libertà un valore da difendere la questione però non finisce qui. E non solo perché si parla di regimi autoritari come la Cina che fanno accordi con colossi come Msn e Google per bandire dal lessico dei propri motori di ricerca e dalle mailbox parole come «democrazia», «libertà» o «Tibet», ma anche perché viene invocata la violazione della privacy per «proteggere la proprietà intellettuale delle imprese», come ripete con una certa insistenza l'associazione che riunisce le industrie discografiche.

Ed è a partire da questi recenti fatti di cronaca che un insieme di personalità politiche e della società civile che ha proposto una «Carta dei diritti della rete», che insieme al diritto di accesso a Internet e alla valorizzazione dei beni comuni immateriali, considera il diritto alla privacy come un principio imprescindibile per l'attualizzazione della libertà che la rete promuove e rappresenta (il manifesto del 15/10/2005). Firmata tra gli altri da Walter Veltroni, Gilberto Gil e Stefano Rodotà, la Carta sarà presentata e discussa anche al prossimo summit dell'Onu dedicato alla «società dell'informazione» che avrà luogo a Tunisi dal 16 al 18 novembre.

Tuttavia di fronte alle resistenze di quei paesi che vogliono imporre un controllo governativo della rete per «monitorare» i comportamenti individuali dei loro cittadini, il percorso che porti a una ampia discussione globale sui «diritti nella rete» è pieno di ostacoli. Nel frattempo però si moltiplicano le scelte, spesso individuali, di una gestione «fai da te» della riservatezza a partire dall'uso delle cosiddette privacy enanching technologies, cioè di quelle tecnologie che permettono il rispetto della privacy, come ad esempio la crittografia o le reti peer to peer che consentono la comunicazione uno ad uno, da pari a pari, senza la presenza del middle man di turno che si mette in mezzo e fa la spia, visto che questa modalità di comunicazione è schermata grazie all'uso di appropriati e sofisticati software.

Il moltiplicarsi di casi di censura nel cyberspace pone, tuttavia, il quesito sulla legittimità o il diritto di una resistenza attiva in rete. Una domanda a cui Ross Anderson risponde che la resistenza attiva è la «cosa giusta» da fare su Internet.

Ricercatore nel campo della sicurezza di rete, pioniere nello sviluppo di reti peer to peer, Anderson collabora col Massachussettes Institute of Technology (Mit) e in giugno ha pubblicato un testo per spiegare come sia possibile resistere ai tentativi delle aziende di penetrare i sistemi peer to peer. Il testo, dal titolo The economics of censorship resistance, non è solo un saggio sull'invadenza delle imprese e dei governi nella rete, ma anche un vademecum per muoversi in ambienti «digitalmente ostili» (www.cl.cam.ac.uk/users/gd216/redblue.pdf). Anderson, che ha alle spalle la partecipazione alla battaglia che ha opposto il provider Penet alla chiesa di Scientology per non voler denunciare l'autore delle critiche verso quella chiesa, ha spesso dichiarato che non gli interessano tanto le guerre di religione, quanto la difese delle «libertà che tutti abbiamo acquisito dall'invenzione di Gutenberg in poi».

E attorno a «privacy, anonimato e crittografia» è previsto un workshop oggi allo Smau di Milano, con la partecipazione di Ian Clarke, un ricercatore che lo scorso agosto ha presentato a Las Vegas la nuova versione di un sistema per lo cambio di file (file-sharing) basato sulla tecnologia peer to peer per «scambiarsi informazioni digitali in maniera anonima e rendere il controllo sociale di governi e multinazionali più difficile».

Che questo sia l'obiettivo di Ian Clarke non c'è da dubitarne, visto che è lo stesso personaggio che ha dato vita a Freenet, un progetto, un software, un'architettura dell'informazione per la condivisione di notizie e materiali digitali in base al principio del web of trust, cioè di una una «rete sociale basata sulla fiducia». Clarke, che si è laureato in Intelligenza Artificiale e Informatica all'Università di Edinburgo, non è dunque solo un geek, cioè un informatico che che si attacca come un geco al computer: è piuttosto un mediattivista che esplicita sempre l'intento politico di quando disegna sistemi sicuri per la condivisione di file. «Può essere che qualcuno usi il sistema per aggirare le norme sulla proprietà intellettuale ma l'uso naturale di Freenet è per i gruppi di politici dissidenti, in Cina, ma anche negli Stati Uniti». E a chi lo rimprovera che così facendo aiuta i terroristi risponde: «cose come il terrorismo sono il risultato dell'assenza di comunicazione».

In ogni caso, nel sistema presentato a Las Vegas, si entra su invito e quelli che lo usano spesso si conoscono o semplicemente si fidano di chi ha introdotto il neofita di turno. L'unico «difetto» è che è più difficile da usare: un limite che Clarke e altri sviluppatori di software hanno promesso di superare. E oggi, forse, la nuova versione che sarà presentata al pubblico sarà user friendly.

   
   

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