Il Palestine, fortezza triste di noi
inviati nel mirino
di Bernardo Valli
Fonte: la Repubblica
25 ottobre 2005

A cena ti ritrovi spesso solo davanti a camerieri assonnati che ti
guardano come se fossi un uccello raro smarritosi, capitato lì per
caso
Un fortino scarsamente protetto nel cuore della
città in preda alla guerra civile, un obiettivo ambito da guerriglieri
e kamikaze.
Giovedì scorso, lasciandolo di primo mattino, all´alba, quando gli
abitanti di Bagdad (e quindi anche i kamikaze) dormivano ancora dopo
la lunga cena notturna del ramadan, ho provato un grande senso di
sollievo. Mentre l´automobile si inoltrava a tutta velocità su un
rettilineo viale deserto, ho gettato un ultimo sguardo ai diciotto
piani grigi, svettanti nella luce pallida, nebbiosa per la sabbia del
deserto, senza il minimo rimpianto. Neppure un malinconico pensiero al
letto appena abbandonato dopo un sonno troppo breve e abbastanza
agitato dalla voglia di partire.
Nessuno mi aveva annunciato un attentato. Ma sentivo che bisognava
lasciare l´hotel Palestine al più presto. Era una fortezza scarsamente
protetta nel cuore della città in preda alla guerra civile e dunque un
obiettivo ambito da guerriglieri e terroristi. Mi meravigliava che non
fosse più da tempo uno dei bersagli preferiti da mortai e lanciarazzi.
Oppure la meta di qualche kamikaze ansioso di compiere un´impresa
spettacolare. Tradizionale albergo dei giornalisti durante la guerra
del 2003, quando ospitava le televisioni di tutto il mondo, era un
trofeo da esibire anche nell´aldilà. Quello riservato agli eroi. Chi
l´avesse demolito o ferito, schiacciando sotto le macerie i suoi
ospiti, avrebbe conquistato la gloria. Meglio lasciare il Palestine al
più presto. Dopo aver seguito il referendum del 15 ottobre sulla
Costituzione, e il processo a Saddam Hussein del 19, non si doveva
perdere tempo.
Non c´era stato nessun segno premonitore. Adesso qualche amico, che
con me ha lasciato il Palestine la mattina di giovedì, interpreta come
un avvertimento la frase sibillina di un autista, di un cameriere, di
un interprete iracheno o di uno dei tanti sfaccendati seduti nella
hall dell´albergo. In realtà con Alberto Negri, del Sole 24 Ore, con
Giuseppe Zaccaria de La Stampa e con Daniele Mastrogiacomo di
Repubblica, decidemmo di andarcene «perché si avvertiva nell´aria
qualcosa che non andava». Niente di più vago. Una semplice sensazione,
basata però su qualcosa di razionale. A Bagdad ci sono regole non
scritte che vanno rispettate. Dopo dieci giorni al massimo devi
cambiare il posto dove abiti, altrimenti le spie presenti in tutti gli
alberghi ti segnalano e diventi un ostaggio o un cadavere. Se non hai
una scorta armata e non sei in un luogo superprotetto (come è il caso
dei giornalisti americani e inglesi) è di rigore far perdere le
proprie tracce.
Al Palestine non avevamo né guardaspalle con il mitra (detesto la
semplice idea di sentire il loro fiato sul collo) né eravamo
abbastanza immunizzati da attentati terroristici. L´albergo era
scarsamente presidiato da alcuni soldati americani. I controlli erano
affidati soprattutto a poliziotti e militari iracheni. Al quinto
piano, la redazione dell´Associated Press, la maggiore agenzia stampa
degli Stati Uniti, e al terzo la Fox, network Tv anch´esso americano,
avevano al loro servizio piccoli eserciti privati. Quando le porte
dell´ascensore si spalancavano a quei piani ti trovavi davanti a un
paio di mitra puntati. Io abitavo al nono semideserto. Gli amici
Daniele Mastrogiacomo e Alberto Negri erano all´ottavo, insieme a un
paio di giornalisti russi. Giuseppe Zaccaria era solitario al
dodicesimo. Eravamo dispersi e vulnerabili. Avevo suggerito di
raggrupparci tutti allo stesso piano e di incaricare Fuad, il fedele
palestinese che mi accompagna in tutti i viaggi iracheni, di
organizzare un pacifico sistema di protezione.
La presidenza del Consiglio italiana (preoccupata per la nostra
presenza a Bagdad, che aveva più volte sconsigliato) aveva segnalato
ai nostri rispettivi giornali possibili attacchi nei nostri confronti.
L´avvertimento si basava su quanto avevano riferito i servizi di
informazioni della nostra ambasciata. Ma se noi giornalisti dovessimo
tener conto degli inviti alla prudenza non ci muoveremmo mai di casa.
Lo scetticismo ci ha comunque convinto a restare divisi, senza nessuna
particolare protezione, ai nostri piani. Del resto i colleghi dell´AP
e della Fox, accampati da mesi al Palestine, costituivano un bottino
umano assai più cospicuo di noi, anche se meno vulnerabile.
Secondo la ricostruzione delle autorità irachene i terroristi volevano
catturare i clienti dell´albergo. Le due automobili imbottite di
esplosivo, che hanno aperto un varco nel muro in cemento armato e poi
sono saltate per aria davanti all´ingresso del Palestine, dovevano
aprire la strada ad un commando, il cui compito era appunto di
sequestrare un certo numero di ostaggi. L´azione dei kamikaze non era
insomma fine a se stessa. Tutto è possibile, ma nulla è certo a
Bagdad. La violenza è spesso, a mio avviso, una roulette russa.
Perché non ho mai amato l´hotel Palestine? E´ triste. Intenebrato. Le
camere affacciate sul Tigri e sulla città, che si stende piatta fino
perdersi nel deserto, ti permettono di respirare e di osservare le
colonne di fumo sollevate dai razzi e dai colpi di mortaio. Ma ti
senti in gabbia. Più ancora un bersaglio. Neppure gli americani
resistettero alla tentazione. Nell´aprile 2003, al momento della
conquista di Bagdad, un carro armato arrivato su un ponte a cavallo
del Tigri sparò sul Palestine uccidendo due giornalisti, uno spagnolo
e un ucraino, che da un balcone riprendevano la battaglia con le
telecamere. Quella tarda mattina mi trovavo al pianterreno, e vidi
passare i colleghi sanguinanti. A Bagdad non ci si deve fidare di
nessuno. Neppure se abiti nell´albergo più celebre della città ti
senti al sicuro. Pochi osano scendere nel ristorante al pianterreno.
Gli americani dell´AP e della Fox abbandonano di rado i loro piani. A
cena ti ritrovi spesso solo davanti a manciata di camerieri assonnati
che ti guardano come se tu fossi un uccello raro smarritosi, capitato
lì per caso e hai l´impressione che ti dicano: «Cosa sei venuto a fare
qui?», per questo finito il referendum sulla Costituzione e concluso
il processo a Saddam, compiuto cioè il nostro lavoro di reporter,
Daniele, Alberto, Giuseppe ed io ce ne siamo andati questa volta in
tempo. Stendhal dice che arrivando in una città bisogna conoscere al
più presto le dieci persone più ricche, le dieci donne più belle e le
dieci persone che potrebbero ucciderti. A Bagdad bisogna conoscere
soprattutto quest´ultime.
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