Nuovi turchi e storie armene
di Fabio Salomoni
Fonte: il Manifesto
28 ottobre 2005

La violazione dell'articolo 301 è la ragione anche del procedimento
penale che vede coinvolto lo scrittore Orhan Pamuk, accusato di offesa
alla turchità per aver dichiarato ad una rivista svizzera: «Non lo
dice nessuno, lo dico io: i turchi hanno ucciso 1.000.000 di armeni e
30.000 curdi». Nel caso di Pamuk furono addirittura due i tribunali
penali di Istanbul ad aprire un procedimento. Mentre il primo di essi
è arrivato l'estate scorsa alla sentenza di «non luogo a procedere
perché il fatto non sussiste», il secondo ha deciso per il rinvio a
giudizio dello scrittore, al 16 dicembre.
Mancanza di trasparenza?
Sempre dagli ambienti giudiziari, questa volta da un tribunale
amministrativo attivatosi a seguito della denuncia di un pool di
avvocati vicini al Mhp (Movimento di azione nazionale, partito di
estrema destra), è arrivata la terza sorpresa: la richiesta di
annullamento della conferenza «Gli armeni ottomani nel periodo della
dissoluzione dell'Impero: responsabilità scientifica e questioni
democratiche», organizzata dall'Università del Bosforo per il 24-25
settembre e già rinviata nel maggio scorso. La motivazione: «La
mancanza di trasparenza nei criteri adottati per la scelta degli
oratori». La generale levata di scudi contro questa violazione della
libertà accademica e l'intervento del governo - Erdogan ha definito la
sentenza una «provocazione» - hanno permesso il regolare svolgimento
della conferenza, seppure con un giorno di ritardo. Per tutti vale il
commento del rettore dell'Università Bilgi che ha ospitato l'evento:
«Al termine di questo incontro a proposito degli argomenti dibattutti
non si dirà - bene, abbiamo detto l'ultima parola, ora occupiamoci
d'altro. Spero che da qui escano domande costruttive».
Questa serie di sconcertanti decisioni della magistratura riporta
l'attenzione su di una serie di questioni cruciali: la prima riguarda
il nuovo codice penale e le non sufficienti garanzie che esso contiene
in tema di libertà di espressione. Proprio l'articolo 301, di fatto
una riedizione dell'articolo 159 del vecchio codice, era stato al
centro delle critiche di molti osservatori già prima della sua entrata
in vigore il 1° aprile. Profeticamente si sottolineava il pericolo
rappresentato da un articolo i cui contenuti lasciavano ampio spazio
alle libere interpretazioni del singolo magistrato. Il secondo
elemento riporta in primo piano la resistenza che alcuni settori
istituzionali oppongono al processo riformatore in corso. Un
atteggiamento che non riguarda solo alcuni settori della magistratura,
considerati tradizionalmente le roccaforti della conservazione ma
anche dell'alta burocrazia di stato.
Si pensi alla sconcertante decisione di un sottoprefetto dell'Anatolia
centrale che ordinò la requisizione di tutte le opere di Orhan Pamuk
all'indomani della sua intervista al settimanale svizzero. Un
decisione, immediatamente annullata dal suo superiore, che assunse
anche una dimensione farsesca quando si constatò che non vi erano
libri dello scrittore nelle librerie e nelle biblioteche della
provincia.
L'ultimo aspetto riguarda la singolare coincidenza dei provvedimenti
della magistratura con il delicato periodo legato all'appuntamento del
3 ottobre, durante il quale gli occhi dei media e delle diplomazie
europee erano puntati sulla Turchia.
La condanna a Hrant Dink è arrivata poi proprio mentre si trovava in
visita ufficiale nel paese Olli Rehn, responsabile della Ue per
l'allargamento. Nel corso della sua visita di tre giorni Rehn, che ha
avuto anche un lungo incontro con Orhan Pamuk, dopo aver dichiarato
come «Tra le priorità che ogni paese che voglia entrare nell'Unione
europea deve rispettare vi è la libertà di pensiero e di espressione»,
ha ricordato che le sentenze della magistratura saranno inserite
nell'annuale Rapporto sullo stato di avanzamento delle riforme che
sarà reso noto il 9 novembre.
I recenti exploit della magistratura sembrano rappresentare solamente
un assaggio degli ostacoli che il fronte anti-europeo e anti-riforme
disseminerà sulle strada del governo e del paese nei mesi a venire. Un
rischio del quale appare essere consapevole anche il portavoce del
governo Cemil Cicek: «Noi ci potremo trovare di fronte ad una serie di
difficoltà, siamo consapevoli degli ostacoli che ci attendono nel
prossimo futuro. Sono alcuni gruppi marginali all'interno del paese a
rendere più ardui i nostri sforzi».
Sarebbe però fuorviante trarre da questi episodi la conclusione di un
paese immobile, che si rifiuta di mettere in discussione il proprio
passato e di creare gli spazi per dibattere posizioni alternative. Da
alcuni anni in realtà la società turca è impegnata nel difficile
compito di «confrontarsi con la propria storia», con i tabù e le
reticenze dell'ideologia ufficiale non solo rispetto alla storia
repubblicana, lontana e recente, ma anche a quella ottomana. La
questione armena rappresenta indubbiamente uno dei nodi più resistenti
e dolorosi di questo processo, «il buco nero dell'identità
repubblicana», come ha scritto lo storico Taner Akcam.
La messa in discussione di questo tabù si è però avviata: timidamente,
all'inizio del 2005, con una mostra ad Istanbul di 600 cartoline
d'epoca che nelle intenzioni degli organizzatori aveva l'obiettivo di
«far gradualmente prendere coscienza ai cittadini turchi di quanto
vasta e radicata fosse la presenza armena sul territorio ottomano». Ed
è proseguita con l'apertura di un museo armeno ad Istanbul, inaugurato
da Erdogan, per poi subire un'accelerazione improvvisa e vorticosa.
Tra marzo e maggio la gran parte dei canali televisivi del paese,
compresa la tradizionalmente ingessata tv di stato, hanno
quotidianamente proposto trasmissioni dedicate alla questione armena
nella quale storici, giornalisti, opinion makers, intellettuali
delle più diverse posizioni e orientamenti hanno avuto modo di
confrontarsi e scontrarsi in dibattiti interminabili. Lo stesso
fenomeno ha coinvolto i quotidiani che hanno riversato sul lettore
turco un'autentica valanga di articoli, editoriali ed interviste
dedicate alla questione armena ed all'Armenia contemporanea.
Iniziative a raffica
Una fibrillazione generalizzata che non ha risparmiato nemmeno gli
scaffali delle librerie: accanto agli inserti speciali di alcune
riviste dedicati alla «tragedia armena», sono tre le iniziative che
meritano di essere segnalate. La prima è il volume «1915, che cosa è
successo?» che raccoglie le interviste pubblicate sull'argomento dal
popolare quotidiano di centrodestra Hurriyet. Tra esse trovano
posto quelle a molti intellettuali eretici rispetto alla versione
ufficiale ed a esponenti della comunità armena. Il secondo esempio è
il caso editoriale rappresentato dal libro Annem (Mia nonna)
che contando soltanto sul tam tam silenzioso dei lettori ha raggiunto
inattesi picchi di vendite. Nel libro, un racconto autobiografico,
Ferhiye Cetin affronta un aspetto fino ad oggi poco noto della
tragedia del 1915: il caso di decine di migliaia di bambini armeni
adottati da famiglie musulmane e scampati al massacro e la faticosa
riscoperta delle proprie origini da parte dei discendenti. Infine
«M.K. Memorie della deportazione» un libro-intervista curato del Prof.
Baskin Oran, uno degli intellettuali più esposti sul fronte della
difesa delle minoranze, nel quale Manuel K., nel 1915 un bambino di
nove anni, ricorda la sua personale esperienza. Il libro proponeva
anche il cd con la versione originale dell'intervista.
L'accelerazione improvvisa che ha subito il dibattito pubblico sulla
questione armena è il prodotto della convergenza di elementi diversi:
il pluralismo prodotto dal processo di democratizzazione, le pressioni
dei paesi Ue che si sono intensificate con il progredire del percorso
europeo della Turchia ed infine la ricorrenza, il 24 aprile, del 90°
anniversario dei fatti del 1915 e la conseguente rinnovata
mobilitazione della diaspora armena nel mondo. Un dibattito che ha
assunto però i caratteri di un tornado che si è letteralmente
abbattuto su di una società per molti aspetti colta impreparata.
Il rischio evidente era che questa situazione avrebbe potuto produrre
crisi di rigetto e corto circuiti. E così è stato. Il pretesto lo ha
fornito la conferenza «Gli armeni nell'ultimo periodo dell'Impero
Ottomano» in programma a maggio all'Università del Bosforo e che
vedeva la presenza dei più importanti intellettuali progressisti. Il
ministro della giustizia Cicek unendosi alle voci che da più parti
gridavano al tradimento ha accusato gli organizzatori di «voler
pugnalare il paese alle spalle» e di «aver invitato solamente oratori
critici verso le tesi ufficiali». Una presa di posizione che ha
provocato la decisione di rinviare la conferenza per motivi di ordine
pubblico e che ha simbolicamente decretato la marginalizzazione della
questione armena dal discorso pubblico. Si è trattato però solo di una
tregua, perché con la fine dell'estate la società turca si è trovata
di nuovo di fronte alla sfida del «fare i conti la propria storia».
Una sfida che si presenta tutt'altro che indolore come dimostrano i
recenti avvenimenti ma che appare sempre più in tutta la sua urgenza
perché, come ha ricordato Murat Belge nel suo intervento alla
conferenza di Istanbul, «in realtà quello di cui stiamo discutendo qui
non è il passato ma il futuro».
|
per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it |