di Eric Klinenberg (Professore alla New York University.
Autore di Heat Wave: A Social Autopsy of Disaster in Chicago,
University of Chicago Press)
Fonte: le Monde Diplomatique
8 novembre 2005
David
Smith presidente e consigliere delegato del gruppo Sinclair, fondato
da suo padre Julian Sinclair Smith, abitualmente evita di ricevere i
giornalisti. Ma, durante un nostro incontro, durato svariate ore, ha
giudicato con grande franchezza e passione le informazioni trasmesse
dai networks (Cbs, Nbc, Fox, Abc, Cnn), ha valutato il ruolo del
proprietario e confidato i suoi progetti per il gruppo di sessantadue
stazioni di televisioni locali di cui è presidente.
I suoi commenti non sempre evitano il tono predicatorio: «Da qualche
parte, nel nostro lavoro, abbiamo una responsabilità sociale. Quella
di fare ciò che è giusto. Definirlo non è facile, ma alcune cose sono
evidenti».
La cosa più «evidente» e importante riguarda la politica. «Quello che
si pensa non deve interferire con il business - indica Smith.
Per quanto riguarda le notizie, se non si è in grado di trattare
un'informazione in maniera molto equilibrata, esattamente al centro, e
io vengo a saperlo, sono guai». Tutto assolutamente banale, fino a
quando precisa che di tutti i media degli Stati uniti, solo Fox e
Sinclair si collocano «al centro». Il 99,9% che resta sarebbe di
sinistra (1)...
Smith precisa la sua definizione di pluralismo non appena affronta la
politica estera: «Si è nel bel mezzo di una guerra, a torto o a
ragione. Non posso farci niente. I nostri eletti hanno deciso che la
guerra era nel nostro interesse. Una volta che hanno preso tale
decisione, a torto o a ragione, credo che noi abbiamo l'obbligo di
sostenere le nostre truppe ed è necessario che gli americani vadano a
combattere. Di conseguenza, devo sostenere il presidente. In tutta
coscienza, non posso rimanere in disparte, quando qualcuno impegna
centinaia di migliaia di soldati in un'operazione destinata a
difendermi».
Il Sinclair Broadcast Group ha sfruttato la deregulation dell'etere
orchestrata dalla Federal communication commission (Fcc) per diventare
il principale proprietario di stazioni televisive. Con sessantadue
stazioni distribuite su trentanove «mercati» (o zone di trasmissione),
il gruppo Sinclair, che si è molto sviluppato a partire dal 1971,
l'anno della sua fondazione, può ormai raggiungere il 24% dei
telespettatori americani. Tra cui quelli degli stati elettoralmente
sensibili dell'Ohio (che ha assicurato, col minimo scarto, la
rielezione del presidente uscente), della Florida (che ha consentito a
Georges W. Bush, con circa 500 voti di vantaggio e l'appoggio della
Corte suprema, di essere eletto nel 2000), ma anche della
Pennsylvania, del Nevada, del Michigan, del Wisconsin, dell'Iowa. Pur
non trasmettendo nelle grandi città democratiche di più alto profilo.
New York, Los Angeles e Chicago, il gruppo, grazie all'acquisizione di
una o due stazioni locali, si è inserito nelle città di medie
dimensioni. Ciò che gli permette di influenzare gli elettori senza
dare troppo nell'occhio.
Nel 2004, per la prima volta, il gruppo Sinclair è intervenuto
esplicitamente nella politica interna, utilizzando le frequenze delle
sue stazioni per denigrare il candidato democratico John Kerry, e per
occultare le notizie negative sull'andamento della guerra in Iraq. «I
media, sono politica - ci spiega David Smith. Fanno eleggere i
candidati e poi se li mangiano a colazione».
Il centro nevralgico del complesso Sinclair è la direzione
dell'informazione, News Central, una struttura fortemente
gerarchizzata, che consente a David Smith, al vice presidente e star
dell'emittente Mark Hyman e ad alcuni quadri di altissimo livello di
decidere il contenuto delle trasmissioni delle sessantadue stazioni
locali. Sono riusciti a creare così un sistema di relazioni pubbliche
al servizio del partito repubblicano, che vorrebbero far passare per
una impresa giornalistica
(2).
Per eseguire questo lavoro «d'informazione», il programma di Hyman,
che ha come titolo generico The Point («Il punto del giorno» o
«L'essenziale») va in onda ogni sera su tutte le stazioni del gruppo,
che lo vogliano o no. Hyman è un ex ufficiale del Servizio
informazioni della marina militare, che porta perennemente al polso un
braccialetto su cui è inciso il nome di un soldato morto durante la
guerra del Golfo.
Serve a ricordargli, spiega, il prezzo della libertà. Nel gruppo, è un
uomo che indossa vari cappelli, di volta in volta vice-presidente,
cronista, e responsabile delle attività di lobbying.
Quando gli resta ancora qualche momento libero, Hyman è anche
vice-presidente del Centro per una politica pubblica fondata sulla
scienza, con sede a Annapolis (Maryland), non lontano dagli uffici di
Sinclair. L'istituto, che ha ricevuto oltre 650.000 dollari dalla
ExxonMobil dal 1998 a oggi, è la fonte di scoperte pittoresche, come
ad esempio il fatto che «il livello di mercurio ingerito dai pesci non
ha alcuna conseguenza sulla salute umana», oppure l'affermazione
secondo cui l'inquinamento atmosferico «non sarebbe un fattore
determinante all'origine dell'asma».
Hyman è uomo dalla lingua sciolta e pungente. Petto in fuori,
snocciola le sue invettive conservatrici di fronte alle telecamere. Lo
fa senza delicatezza, ma con grande disinvoltura. La sua battuta del
giorno può ricordare che i francesi sono «cheese-eating surrender
monkeys» (scimmie mangiatrici di formaggio sempre pronte alla resa).
Non ha troppo amore neanche per i suoi compatrioti, quando sono di
sinistra - «la gente meno generosa del paese»; «passano il tempo ad
attaccare l'America» - e non dimostra maggiore apprezzamento per le
reti televisive che «manipolano l'informazione e nutrono pregiudizi»
nei confronti della Casa bianca. L'ex ispettore delle Nazioni unite in
Iraq e critico della guerra, Hans Blix è tacciato di «incompetenza»
semplicemente perché non è riuscito a trovare le famose armi di
distruzione di massa.
L'appoggio alla guerra preventiva Qualche settimana prima delle
elezioni presidenziali del novembre 2004, Hyman dichiarava in un
editoriale che «i leader terroristi sarebbero molto felici se il
presidente Bush venisse sconfitto e sostituito dal senatore Kerry», e
forniva una stima ridicolmente bassa delle perdite irachene nel
conflitto. Ma la star mediatica del gruppo Sinclair sa anche fare
altre proposte, come ad esempio l'eliminazione della progressività
dell'imposta e la sua sostituzione con una tassa sui consumi, la
privatizzazione dei sistemi federali di assistenza sanitaria per gli
anziani (Medicare) e per i poveri (Medicaid), la tutela incondizionata
di tutti i «diritti» dei proprietari di armi da fuoco. Senza
dimenticare ovviamente il sostegno alla guerra in Iraq.
Poco importa l'ondata di reazioni critiche suscitate da «uscite» del
genere: i responsabili delle stazioni televisive gestite dal gruppo
Sinclair tentati di non mandare in onda «The Point», hanno imparato a
non chiedere più tale autorizzazione, che sarebbe comunque negata
senza mezzi termini. La filosofia di gestione di David Smith
stabilisce che «ogni volta che una decisione conta veramente,
un'organizzazione giornalistica agisce come una dittatura. Uno solo
deve decidere».
Allorché la Cnn gli ha chiesto per quale motivo le stazioni affiliate
al gruppo non potessero scegliere i contenuti più consoni al loro
pubblico, questo paladino del neoliberismo ha illustrato la sua
concezione dell'autonomia locale: «La catena di grandi magazzini Sears
dice alle sue succursali: "Vendere tutti gli strumenti della
Craftsman", i Mc Donald's dicono ai loro ristoranti: "Servire tutti
panini con i chicchi di sesamo". Perché è questo il nostro business.
Immaginarsi che le nostre stazioni televisive siano semplicemente
delle concessionarie autonome e che il gestore locale possa scegliere
il programma che più gli aggrada, è assolutamente insensato
(3)».
Secondo i dipendenti, presenti e passati, che abbiamo interrogato, le
scelte editoriali di Mark Hyman hanno un impatto che si spinge molto
al di là del semplice commento in onda ogni sera. Dopo l'11 settembre,
ad esempio, Sinclair ha costretto ogni stazione del gruppo a far
sapere, tramite un giornalista o un presentatore, che sosteneva la
«guerra contro il terrorismo» lanciata dal presidente George W.
Bush. Se le stazioni rifiutavano, appellandosi alla deontologia
professionale, allora Hyman registrava egli stesso quella
dichiarazione di lealtà e la faceva trasmettere a loro nome.
Il sostegno a un punto di vista di destra, a volte consiste
nell'occultare talune informazioni. È quanto è avvenuto, ad esempio
nell'aprile 2004, allorché il gruppo Sinclair ha vietato alle stazioni
affiliate all'Abc di mandare in onda una trasmissione speciale di
Nightline (Abc) «The Fallen» (Caduti), durante la quale il famoso
giornalista Ted Koppel scandiva uno ad uno i nomi dei soldati morti in
Iraq.
Jon Liberman, che è stato il responsabile dell'ufficio del gruppo
Sinclair a New York, riferisce che il suo capo redattore, adducendo
pressioni esercitate dai vertici della gerarchia, non gli ha mai
consentito di parlare dello scandalo delle torture di Abu Ghraib.
Un ex produttore rincara la dose: «In due occasioni di cui mi ricordo,
mi è stato detto che non bisognava fornire cattive notizie riguardo
all'Iraq. Era opportuno suggerire che laggiù tutto andasse bene».
Il gruppo ha fatto parecchia strada da quando, nel 1971, Julian
Sinclair Smith ha ottenuto una frequenza Uhf che gli ha consentito di
creare una piccola azienda di televisione familiare a Baltimora, la
Wbff.
Nel 1986, i suoi quattro figli - David, Frederick. Robert e J. Duncan
- si uniscono al padre e tutti insieme costituiscono una holding.
Sarà la Sinclair Broadcast Group. Quattro anni dopo, I fratelli
subentrano in tutto e per tutto al padre e si mettono al lavoro per
«concretizzare la loro visione».
Oggi come oggi tre fratelli si dedicano ad altre faccende, alcune
delle quali generano sinergie con il loro impero mediatico. David
Smith, grosso investitore in rivendite di automobili che figurano fra
i principali inserzionisti pubblicitari della regione di Baltimora,
guadagna una bella somma quando acquistano spazi pubblicitari sulle
sue stazioni televisive. Frederick è titolare di una società
immobiliare, Todd Village Llc che, secondo una televisione di
Baltimora, praticava la discriminazione razziale, evitando di far
visitare certe proprietà ai neri. I fratelli Sinclair ovviamente
giocano anche in borsa, cosa che ha alimentato i sospetti di insider
trading allorché hanno venduto migliaia di dollari di azioni Sinclair
in un momento in cui le loro quotazioni erano altissime.
La filosofia conservatrice del gruppo spiega perché Sinclair abbia
vietato alle sue stazioni di mandare in onda il servizio di Nightline,
«The Fallen». La censura avrebbe avuto come unico motivo il fatto che
il programma incriminato leggeva i nomi dei caduti senza
contestualizzarli nelle vicende belliche - peraltro largamente
trattate dall'Abc, spesso in maniera conforme ai desiderata
dell'amministrazione Bush - e coincideva in maniera palesemente
polemica con il primo anniversario del discorso del presidente che, il
2 maggio 2003, sfoggiando un giubbotto da pilota, aveva annunciato
dalla portaerei Lincoln che in Iraq la «missione era compiuta»... Né
le famiglie dei soldati né la maggior parte dei parlamentari,
repubblicani o democratici, furono convinti dalle spiegazioni di
Sinclair per la censura di «Nightline». Il senatore John Mc Cain, ex
prigioniero in Vietnam e paladino delle operazioni in Iraq, arrivò
addirittura a scrivere a John Smith una lettera aperta: «La decisione
di privare i telespettatori di un'occasione di misurare i costi atroci
della guerra rappresenta un grave disservizio pubblico». Aggiunse
anche che in tutta la manovra c'era qualcosa di «non patriottico».
Il desiderio costante di equilibrio di cui si riempie la bocca Smith
non riguarda neppure la distribuzione dei contributi politici tra i
due principali partiti americani. In occasione del nostro incontro
ripetè con insistenza: «Lo sa che verso più denaro ai democratici che
ai repubblicani?». La rivelazione era sorprendente, ma anche
inesatta... Secondo due responsabili di associazioni indipendenti che
abbiamo interpellato, il Center for Public Integrity e il Center for
Responsive Politics, sono i repubblicani a essere di gran lunga
favorititi dalle donazioni del numero uno della Sinclair.
La differenza è ancora più evidente allorché si esaminano i contributi
politici dei dipendenti e dei dirigenti del gruppo. Dal 1998 ad oggi,
oltre il 90% delle loro donazioni va al partito di Bush, mentre in
generale le grandi imprese di comunicazione fanno del loro meglio per
distribuire equamente le loro puntate. Ad esempio, i responsabili di
Clear Channel, un gruppo di stazioni radiofoniche fortemente connotate
a destra, che spesso viene confrontato con Sinclair e Fox, ha versato
al Partito democratico oltre un terzo dei suoi contributi elettorali.
Il signor Smith non gradisce che gli si domandi perché non dia mai la
parola a editorialisti progressisti in omaggio al pluralismo.
«The Point - risponde - dura appena due minuti in un notiziario di
un'ora [meno la pubblicità, assai prolifica]. Dura meno dei servizi
meteorologici». Pochi minuti prima, il suo giornalista Mark Hyman si
era vantato in nostra presenza del fatto che la maggior parte dei
telespettatori si ricordasse meglio di lui che non del presentatore
del telegiornale...
In realtà, i capi del gruppo Sinclair si curano assai poco delle
critiche che ricevono. Al contrario, si sono impegnati a rafforzare il
loro controllo organizzativo e ideologico su tutto l'insieme delle
operazioni. Allorché ci ha fatto fare un lungo giro delle proprietà,
Hyman ha cominciato dall'ufficio grafica, laddove i designer della
cybergeneration producono un film promozionale tipo Mtv (per capirci,
la televisione dei videoclip musicali) infarcito di immagini
computerizzate e di ritmi da discoteca. «Vogliamo raggiungere un
pubblico più giovane - spiega - e quindi cerchiamo anche un look
particolare. I nostri conduttori in generale sono più giovani degli
altri, la nostra grafica non ha nulla da invidiare a quella delle
grandi reti. Nulla a che vedere con i notiziari della maggior parte
delle televisioni locali».
Un tecnico precisa che «il concetto essenziale è quello di dare un
look unico e centralizzato» a tutte le emittenti del gruppo.
Le informazioni meteo spingono all'estremo limite questa logica della
centralizzazione. Lo staff dei meteorologi (da otto a dieci persone,
di solito di aspetto truce, considerando essenziale questa parte delle
notizie locali) lavora alla sede di Sinclair, a Hunt Valley nel
Maryland, a circa un centinaio di chilometri da Washington. Là
conservano pile di atlanti, studiano le mappe regionali e si allenano
a pronunciare i nomi di luoghi che non hanno mai visto in vita loro.
Ogni presentatore meteo prepara il suo notiziario - il che significa
anche che si occupa del montaggio e dei movimenti delle telecamere e
che sceglie la grafica - per tre, quattro o cinque città al giorno.
Le economie che il gruppo realizza con questo modus operandi è di
tutto rispetto, come ci spiega Hyman: «Comporre un bollettino meteo al
giorno è una questione di pochi minuti. Proprio per questi i
meteorologi che lavorano per gli altri media svolgono una quantità di
altre attività collaterali, a titolo gratuito o meno, come ad esempio
partecipare a feste locali, fiere, eventi scolastici. Allora ci siamo
detti: perché non avere invece persone che si occupano solo della
meteorologia per tutto il giorno? I telespettatori se ne infischiano
di sapere se il meteorologo si trova in uno studio a Oklahoma City, o
a College Park, o in questa stanza». James Wieland, che ci spiega il
funzionamento del sistema, precisa: «La maggior parte della gente
resta sorpresa, quando viene a sapere che non ci troviamo neppure sul
posto».
I critici televisivi ritengono che questo tipo di falsa prossimità sia
parente stretto di una menzogna, e forse di qualcosa di ancora più
viscido, addirittura minaccioso. Non ci vuole molto a capirli.
E così, Hyman e Wieland ci fanno vedere tre bollettini d'informazione
meteo, tutti realizzati il giorno prima da Vytas Reid, il capo
meteorologo.
Per la città di Buffalo (stato di New York), Reid invita i
telespettatori a «osservare che cosa ci viene addosso». Nel caso di
Flint nel Michigan, annuncia forti venti «appena a sud del luogo in
cui ci troviamo».
Infine, nel caso di Raleigh nella Carolina del Nord, riassume il tempo
che «farà qui da noi».
Ma c'è di più: Vytas Reid conversa con i presentatori del telegiornale
locale che hanno inviato lo script di quello che diranno prima del
notiziario, per dare l'impressione di trovarsi al loro fianco,
contemporaneamente a Buffalo, nel Nord est, a Flint, nel Midwest, e a
Raleigh, nel Sud.
Non è lecito sapere che cosa succederà in caso di burrasca
imprevedibile, allorché l'osservazione di un meteorologo e la sua
conoscenza della geografia locale potrebbero aiutare gli abitanti a
proteggersi. I responsabili del gruppo replicano che, in
un'eventualità del genere, il telegiornale locale parlerà del maltempo
in diretta.
Nelle reti di proprietà di Sinclair, non sono soltanto i meteorologi a
scarseggiare. Anche le squadre di giornalisti e montatori sono ridotte
all'osso. Infatti, il lavoro è spesso informatizzato e composto
secondo formati e temi generici, che possono essere trasmessi senza
modifiche da una stazione del paese all'altra, cosa che permette di
ridurre fortemente i costi salariali. A dar ascolto ad Hyman, le cose
sono semplicissime: «Non abbiamo nulla contro i montatori o i
cameramen. Ma la tecnologia ha fatto tali progressi che i nostri
registi ritengono di poter realizzare un lavoro ancora migliore
automatizzando certe operazioni. È ormai possibile organizzare uno
studio d'informazioni televisive, diciamo, con un produttore in meno,
un giornalista in meno, nessun montatore, due cameramen in meno e via
dicendo». Secondo lui, Sinclair non ha licenziato più di «tre dozzine»
di persone in tutto. Non è quello che dice il sito dei giornalisti
americani dedicato all'occupazione, JournalismJobs.com, che parla
della riduzione di 229 persone dell'organico nelle stazioni del
gruppo... nel giro di un anno.
Anche in questo caso, la spiegazione è bell'e pronta, anche se non
necessariamente convincente. Le notizie realizzate a basso prezzo,
secondo Hyman, consentirebbero di offrire notiziari di informazioni
locali a stazioni televisive che altrimenti non avrebbero i mezzi per
pagarsele. In certi casi è anche vero. Ma Sinclair ha anche acquistato
emittenti affiliate ai networks e dotate di programmi d'informazione
in buona salute, per «smagrire» gli addetti, convertendo i servizi di
attualità al modello «New central» del gruppo, nonostante le vibranti
proteste dei telespettatori. A St. Louis, nel Missouri, ad esempio,
Sinclair ha chiuso tutto il dipartimento d'informazione della
stazione.
Peraltro, gli ascolti dei telegiornali del gruppo sono mediocri nella
maggior parte dei mercati. Anche la stazione ammiraglia di Baltimora,
quartier generale di Sinclair, perde pub- blico a un ritmo allarmante.
L'onore perduto Hyman riconosce però che l'informazione locale
risponde a motivi diversi da quello di illuminare il pubblico. «Dal 30
al 35% degli inserzionisti, a seconda delle regioni, è disposto ad
acquistare spazi pubblicitari soltanto sui notiziari d'informazione.
Allorché si segue un'ottica finanziaria, è difficile limitarsi a
concorrere al 70% degli introiti pubblicitari». In altre parole, senza
notiziari, la maggior parte delle stazioni locali non riuscirebbe a
far quadrare i conti.
Il gruppo, infatti, ha bisogno di soldi. La sua politica di
acquisizioni l'ha fortemente indebitato, e il suo fatturato (meno di
750 milioni di dollari nel 2003) è nettamente inferiore rispetto a
quello della concorrenza
(3). Lo stesso
discorso vale per la qualità del prodotto: i ricercatori che hanno
messo a confronto i servizi sulla campagna elettorale presentati dalle
varie stazioni televisive concludono che quelli di Sinclair hanno
trattato meno argomenti, più brevi e di minore qualità rispetto agli
altri (4).
Le dichiarazioni di un candidato durano in media 36 secondi sulle
altre stazioni locali, mentre per quelle del gruppo Sinclair bastano 7
secondi.
In compenso, non si sta a lesinare sul tempo quando si tratta di
attaccare i democratici. Il che spiega come mai Smith e Hyman si siano
tanto prodigati,un anno fa per mettere le mani su Stolen Honor
(L'onore perduto), un documentario che era un atto di accusa contro
John Kerry. Nel momento culminante della campagna presidenziale, il
programma si proponeva l'obiettivo di dimostrare che il candidato
democratico, arruolatosi volontario in Vietnam e decorato al valore
(mentre Bush junior si era dato da fare per evitare la leva), una
volta tornato negli Stati uniti aveva indebolito il fronte interno con
le sue critiche dei crimini americani nel Sud Est asiatico e aveva
incoraggiato la resistenza vietnamita.
Qualche giorno dopo essersi procurato questo gioiello «storico»,
Sinclair annuncia a ognuna delle sue stazioni che dovrà rimaneggiare i
palinsesti per lasciare spazio alla trasmissione del documentario.
La decisione era particolarmente importante nei venti stati in cui
l'esito delle elezioni sembrava molto incerto (Florida, Ohio,
Pennsylvania, Virginia occidentale, ecc.). Quando parlano
dell'argomento (conservando l'anonimato, per motivi che non tarderanno
a chiarirsi...), i giornalisti di «News Central» affermano che era
Hyman a pilotare tutta l'operazione: «Ci hanno spiegato che sarebbe
stato il suo show, e che l'avrebbe presentato personalmente». A inizio
ottobre 2004, i programmi televisivi annunziano quindi: «Stolen Honor:
Un'edizione straordinaria di "The Point"».
Non appena i responsabili della campagna elettorale di Kerry vengono a
sapere che la trasmissione avrà luogo pochi giorni prima delle
elezioni, ricorrono all'autorità di controllo federale per impedire a
Sinclair di utilizzare le sue licenze di trasmissione allo scopo di
influenzare l'andamento delle elezioni. Chiedono anche che
l'equivalente del prezzo della trasmissione alla tariffa pubblicitaria
sia addebitato sulle spese elettorali del partito repubblicano e
calcolato come se si trattasse di una donazione di Sinclair al
candidato Bush. Gruppi di controllo dei media lanciano un boicottaggio
degli inserzionisti che comprano spazio nel documentario.
La Lehman Brothers, una banca d'affari (settore piuttosto favorevole
ai democratici) annuncia che «la decisione di sostituire i programmi
abituali con Stolen Honor avrà effetti negativi, sia sul piano
finanziario che su quello politico» per il gruppo. Di fatto, la sua
stima del valore del gruppo viene immediatamente ridotta; Moody's
rivede al ribasso il suo giudizio sulle prospettive di Sinclair, che
passano da «stabili» a «negative»; le azioni crollano del 17%: alcuni
grandi investitori istituzionali esigono che il documentario non vada
in onda.
La situazione non è molto più allegra fra i giornalisti del gruppo.
Demoralizzati dagli interventi continui della direzione, si
preoccupano di dove finirà il loro credito professionale, dopo una
vicenda del genere. Già prima si lamentavano in privato della presenza
invadente di Hyman nelle conferenze di redazione, sia allo scoppio
della guerra in Iraq che durante la campagna presidenziale: «I
produttori avevano paura. Andavamo alle riunioni soltanto per sentirci
dire quali argomenti sarebbero stati trattati».
A questo punto Jon Leiberman, il responsabile dell'ufficio di
Washington, decide che la misura è colma. «Avevo già detto al
consigliere delegato che tutta questa storia avrebbe avuto un effetto
molto negativo sulle capacità giornalistiche della mia squadra in
materia di raccolta d'informazioni. Allora ho preso la parola, durante
una riunione della redazione, per dire quanto fosse ridicolo
presentare quel documentario come se si trattasse di informazione.
Sapevo di correre un rischio enorme, ma ero anche sicuro di esprimere
quello che tanti altri provavano in quello stesso momento». Di fatto,
numerosi giornalisti non avevano reagito unicamente per paura di
ritrovarsi disoccupati, in un mercato del lavoro sempre più dominato
da un piccolo numero di grandi gruppi integrati
(5).
Leiberman decide di rendere di dominio pubblico la sua reazione.
Convoca un giornalista del Baltimore Sun, sperando che basterà un
avvertimento pubblicato sul quotidiano locale per costringere Sinclair
a rivedere i suo progetti. L'informazione è ripresa immediatamente da
numerosi siti Internet. Qualche ora dopo, i suoi superiori lo
convocano seduta stante. «Ho capito immediatamente cosa sarebbe
successo - ci dice - e sono partito per Hunt Valley. Lì mi hanno
informato che ero licenziato per colpa: parlando della riunione, avevo
rivelato informazioni interne al gruppo. Il mio stipendio e i benefit
collegati cessavano seduta stante, non avrei ricevuto alcuna indennità
di licenziamento, non avrebbero calcolato i giorni di ferie non
utilizzati. Mi hanno scortato fino alla mia auto, mi hanno chiesto di
vuotare le tasche e mi hanno trattato alla stregua di un criminale.
Questo è quanto.
Da allora non ho più rimesso piede da loro».
Il licenziamento di un giornalista di grido non risolve il problema di
Sinclair. L'indomani, un'azionista gli annuncia che intenterà causa
contro il gruppo, colpevole di aver dato la priorità alle sue scelte
politiche rispetto alle responsabilità fiduciarie. Questa volta è
gioco forza fare marcia indietro: Sinclair annunzia che il
documentario incriminato non sarà trasmesso integralmente, ma con
numerosi tagli, allo scopo di intavolare un dibattito molto più
generale sull'influenza della stampa in periodo elettorale ... La
trasmissione «Storia di un ex combattente: politica, pressioni e
media» va in onda il 22 ottobre 2004, appena undici giorni prima delle
elezioni presidenziali. Gli ascolti sono mediocri; la maggior parte
degli osservatori ritiene il programma piuttosto neutrale e privo di
interesse.
I gruppi favorevoli alla riforma dei media considerano comunque un
successo.
Dopo la rielezione di Bush, gli americani hanno fatto sapere che la
riforma dei media rappresentava a loro giudizio la seconda priorità
del paese. È una notizia piuttosto negativa per i grandi conglomerati,
sempre desiderosi di vedere la Federal Communication Commission
allentare un po' di più le restrizioni in materia di concentrazione.
Come spiega un ex funzionario della Fcc, Blair Levin, «la deregulation
di solito agisce senza dare nell'occhio». Con l'aiuto involontario del
gruppo Sinclair, il movimento americano per la riforma dei mass media
ha imparato a fare rumore.
note:
(1)
Leggere Eric Alterman, «La vecchia illusione dei media liberal», Le
Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2003.
(2)
La rivista Rolling Stone, che ha collaborato all'inchiesta, ha
pubblicato altri elementi del progetto nel suo fascicolo di febbraio
2005.
(3)
Per ulteriori ragguagli, vedere:
http://publicintegrity.org/telecom/analysis/CompanyProfile.aspx?HOID=22261.
(4)
Leggere Serge Halimi, «Stati uniti: un giornalismo di bassa lega», Le
Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1998.
(5)
Leggere «Dieci padroni per i media americani», Le Monde
diplomatique/il manifesto, aprile 2003. (Traduzione di R. I.)
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