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Sinclair, la rete televisiva che tifa per Bush

di Eric Klinenberg (Professore alla New York University. Autore di Heat Wave: A Social Autopsy of Disaster in Chicago, University of Chicago Press)
Fonte: le Monde Diplomatique

8 novembre 2005

David Smith presidente e consigliere delegato del gruppo Sinclair, fondato da suo padre Julian Sinclair Smith, abitualmente evita di ricevere i giornalisti. Ma, durante un nostro incontro, durato svariate ore, ha giudicato con grande franchezza e passione le informazioni trasmesse dai networks (Cbs, Nbc, Fox, Abc, Cnn), ha valutato il ruolo del proprietario e confidato i suoi progetti per il gruppo di sessantadue stazioni di televisioni locali di cui è presidente.
I suoi commenti non sempre evitano il tono predicatorio: «Da qualche parte, nel nostro lavoro, abbiamo una responsabilità sociale. Quella di fare ciò che è giusto. Definirlo non è facile, ma alcune cose sono evidenti».
La cosa più «evidente» e importante riguarda la politica. «Quello che si pensa non deve interferire con il business - indica Smith.
Per quanto riguarda le notizie, se non si è in grado di trattare un'informazione in maniera molto equilibrata, esattamente al centro, e io vengo a saperlo, sono guai». Tutto assolutamente banale, fino a quando precisa che di tutti i media degli Stati uniti, solo Fox e Sinclair si collocano «al centro». Il 99,9% che resta sarebbe di sinistra
(1)...
Smith precisa la sua definizione di pluralismo non appena affronta la politica estera: «Si è nel bel mezzo di una guerra, a torto o a ragione. Non posso farci niente. I nostri eletti hanno deciso che la guerra era nel nostro interesse. Una volta che hanno preso tale decisione, a torto o a ragione, credo che noi abbiamo l'obbligo di sostenere le nostre truppe ed è necessario che gli americani vadano a combattere. Di conseguenza, devo sostenere il presidente. In tutta coscienza, non posso rimanere in disparte, quando qualcuno impegna centinaia di migliaia di soldati in un'operazione destinata a difendermi».
Il Sinclair Broadcast Group ha sfruttato la deregulation dell'etere orchestrata dalla Federal communication commission (Fcc) per diventare il principale proprietario di stazioni televisive. Con sessantadue stazioni distribuite su trentanove «mercati» (o zone di trasmissione), il gruppo Sinclair, che si è molto sviluppato a partire dal 1971, l'anno della sua fondazione, può ormai raggiungere il 24% dei telespettatori americani. Tra cui quelli degli stati elettoralmente sensibili dell'Ohio (che ha assicurato, col minimo scarto, la rielezione del presidente uscente), della Florida (che ha consentito a Georges W. Bush, con circa 500 voti di vantaggio e l'appoggio della Corte suprema, di essere eletto nel 2000), ma anche della Pennsylvania, del Nevada, del Michigan, del Wisconsin, dell'Iowa. Pur non trasmettendo nelle grandi città democratiche di più alto profilo. New York, Los Angeles e Chicago, il gruppo, grazie all'acquisizione di una o due stazioni locali, si è inserito nelle città di medie dimensioni. Ciò che gli permette di influenzare gli elettori senza dare troppo nell'occhio.
Nel 2004, per la prima volta, il gruppo Sinclair è intervenuto esplicitamente nella politica interna, utilizzando le frequenze delle sue stazioni per denigrare il candidato democratico John Kerry, e per occultare le notizie negative sull'andamento della guerra in Iraq. «I media, sono politica - ci spiega David Smith. Fanno eleggere i candidati e poi se li mangiano a colazione».
Il centro nevralgico del complesso Sinclair è la direzione dell'informazione, News Central, una struttura fortemente gerarchizzata, che consente a David Smith, al vice presidente e star dell'emittente Mark Hyman e ad alcuni quadri di altissimo livello di decidere il contenuto delle trasmissioni delle sessantadue stazioni locali. Sono riusciti a creare così un sistema di relazioni pubbliche al servizio del partito repubblicano, che vorrebbero far passare per una impresa giornalistica
(2).
Per eseguire questo lavoro «d'informazione», il programma di Hyman, che ha come titolo generico The Point («Il punto del giorno» o «L'essenziale») va in onda ogni sera su tutte le stazioni del gruppo, che lo vogliano o no. Hyman è un ex ufficiale del Servizio informazioni della marina militare, che porta perennemente al polso un braccialetto su cui è inciso il nome di un soldato morto durante la guerra del Golfo.
Serve a ricordargli, spiega, il prezzo della libertà. Nel gruppo, è un uomo che indossa vari cappelli, di volta in volta vice-presidente, cronista, e responsabile delle attività di lobbying.
Quando gli resta ancora qualche momento libero, Hyman è anche vice-presidente del Centro per una politica pubblica fondata sulla scienza, con sede a Annapolis (Maryland), non lontano dagli uffici di Sinclair. L'istituto, che ha ricevuto oltre 650.000 dollari dalla ExxonMobil dal 1998 a oggi, è la fonte di scoperte pittoresche, come ad esempio il fatto che «il livello di mercurio ingerito dai pesci non ha alcuna conseguenza sulla salute umana», oppure l'affermazione secondo cui l'inquinamento atmosferico «non sarebbe un fattore determinante all'origine dell'asma».
Hyman è uomo dalla lingua sciolta e pungente. Petto in fuori, snocciola le sue invettive conservatrici di fronte alle telecamere. Lo fa senza delicatezza, ma con grande disinvoltura. La sua battuta del giorno può ricordare che i francesi sono «cheese-eating surrender monkeys» (scimmie mangiatrici di formaggio sempre pronte alla resa). Non ha troppo amore neanche per i suoi compatrioti, quando sono di sinistra - «la gente meno generosa del paese»; «passano il tempo ad attaccare l'America» - e non dimostra maggiore apprezzamento per le reti televisive che «manipolano l'informazione e nutrono pregiudizi» nei confronti della Casa bianca. L'ex ispettore delle Nazioni unite in Iraq e critico della guerra, Hans Blix è tacciato di «incompetenza» semplicemente perché non è riuscito a trovare le famose armi di distruzione di massa.
L'appoggio alla guerra preventiva Qualche settimana prima delle elezioni presidenziali del novembre 2004, Hyman dichiarava in un editoriale che «i leader terroristi sarebbero molto felici se il presidente Bush venisse sconfitto e sostituito dal senatore Kerry», e forniva una stima ridicolmente bassa delle perdite irachene nel conflitto. Ma la star mediatica del gruppo Sinclair sa anche fare altre proposte, come ad esempio l'eliminazione della progressività dell'imposta e la sua sostituzione con una tassa sui consumi, la privatizzazione dei sistemi federali di assistenza sanitaria per gli anziani (Medicare) e per i poveri (Medicaid), la tutela incondizionata di tutti i «diritti» dei proprietari di armi da fuoco. Senza dimenticare ovviamente il sostegno alla guerra in Iraq.
Poco importa l'ondata di reazioni critiche suscitate da «uscite» del genere: i responsabili delle stazioni televisive gestite dal gruppo Sinclair tentati di non mandare in onda «The Point», hanno imparato a non chiedere più tale autorizzazione, che sarebbe comunque negata senza mezzi termini. La filosofia di gestione di David Smith stabilisce che «ogni volta che una decisione conta veramente, un'organizzazione giornalistica agisce come una dittatura. Uno solo deve decidere».
Allorché la Cnn gli ha chiesto per quale motivo le stazioni affiliate al gruppo non potessero scegliere i contenuti più consoni al loro pubblico, questo paladino del neoliberismo ha illustrato la sua concezione dell'autonomia locale: «La catena di grandi magazzini Sears dice alle sue succursali: "Vendere tutti gli strumenti della Craftsman", i Mc Donald's dicono ai loro ristoranti: "Servire tutti panini con i chicchi di sesamo". Perché è questo il nostro business. Immaginarsi che le nostre stazioni televisive siano semplicemente delle concessionarie autonome e che il gestore locale possa scegliere il programma che più gli aggrada, è assolutamente insensato
(3)».
Secondo i dipendenti, presenti e passati, che abbiamo interrogato, le scelte editoriali di Mark Hyman hanno un impatto che si spinge molto al di là del semplice commento in onda ogni sera. Dopo l'11 settembre, ad esempio, Sinclair ha costretto ogni stazione del gruppo a far sapere, tramite un giornalista o un presentatore, che sosteneva la «guerra contro il terrorismo» lanciata dal presidente George W.
Bush. Se le stazioni rifiutavano, appellandosi alla deontologia professionale, allora Hyman registrava egli stesso quella dichiarazione di lealtà e la faceva trasmettere a loro nome.
Il sostegno a un punto di vista di destra, a volte consiste nell'occultare talune informazioni. È quanto è avvenuto, ad esempio nell'aprile 2004, allorché il gruppo Sinclair ha vietato alle stazioni affiliate all'Abc di mandare in onda una trasmissione speciale di Nightline (Abc) «The Fallen» (Caduti), durante la quale il famoso giornalista Ted Koppel scandiva uno ad uno i nomi dei soldati morti in Iraq.
Jon Liberman, che è stato il responsabile dell'ufficio del gruppo Sinclair a New York, riferisce che il suo capo redattore, adducendo pressioni esercitate dai vertici della gerarchia, non gli ha mai consentito di parlare dello scandalo delle torture di Abu Ghraib.
Un ex produttore rincara la dose: «In due occasioni di cui mi ricordo, mi è stato detto che non bisognava fornire cattive notizie riguardo all'Iraq. Era opportuno suggerire che laggiù tutto andasse bene».
Il gruppo ha fatto parecchia strada da quando, nel 1971, Julian Sinclair Smith ha ottenuto una frequenza Uhf che gli ha consentito di creare una piccola azienda di televisione familiare a Baltimora, la Wbff.
Nel 1986, i suoi quattro figli - David, Frederick. Robert e J. Duncan - si uniscono al padre e tutti insieme costituiscono una holding.
Sarà la Sinclair Broadcast Group. Quattro anni dopo, I fratelli subentrano in tutto e per tutto al padre e si mettono al lavoro per «concretizzare la loro visione».
Oggi come oggi tre fratelli si dedicano ad altre faccende, alcune delle quali generano sinergie con il loro impero mediatico. David Smith, grosso investitore in rivendite di automobili che figurano fra i principali inserzionisti pubblicitari della regione di Baltimora, guadagna una bella somma quando acquistano spazi pubblicitari sulle sue stazioni televisive. Frederick è titolare di una società immobiliare, Todd Village Llc che, secondo una televisione di Baltimora, praticava la discriminazione razziale, evitando di far visitare certe proprietà ai neri. I fratelli Sinclair ovviamente giocano anche in borsa, cosa che ha alimentato i sospetti di insider trading allorché hanno venduto migliaia di dollari di azioni Sinclair in un momento in cui le loro quotazioni erano altissime.
La filosofia conservatrice del gruppo spiega perché Sinclair abbia vietato alle sue stazioni di mandare in onda il servizio di Nightline, «The Fallen». La censura avrebbe avuto come unico motivo il fatto che il programma incriminato leggeva i nomi dei caduti senza contestualizzarli nelle vicende belliche - peraltro largamente trattate dall'Abc, spesso in maniera conforme ai desiderata dell'amministrazione Bush - e coincideva in maniera palesemente polemica con il primo anniversario del discorso del presidente che, il 2 maggio 2003, sfoggiando un giubbotto da pilota, aveva annunciato dalla portaerei Lincoln che in Iraq la «missione era compiuta»... Né le famiglie dei soldati né la maggior parte dei parlamentari, repubblicani o democratici, furono convinti dalle spiegazioni di Sinclair per la censura di «Nightline». Il senatore John Mc Cain, ex prigioniero in Vietnam e paladino delle operazioni in Iraq, arrivò addirittura a scrivere a John Smith una lettera aperta: «La decisione di privare i telespettatori di un'occasione di misurare i costi atroci della guerra rappresenta un grave disservizio pubblico». Aggiunse anche che in tutta la manovra c'era qualcosa di «non patriottico».
Il desiderio costante di equilibrio di cui si riempie la bocca Smith non riguarda neppure la distribuzione dei contributi politici tra i due principali partiti americani. In occasione del nostro incontro ripetè con insistenza: «Lo sa che verso più denaro ai democratici che ai repubblicani?». La rivelazione era sorprendente, ma anche inesatta... Secondo due responsabili di associazioni indipendenti che abbiamo interpellato, il Center for Public Integrity e il Center for Responsive Politics, sono i repubblicani a essere di gran lunga favorititi dalle donazioni del numero uno della Sinclair.
La differenza è ancora più evidente allorché si esaminano i contributi politici dei dipendenti e dei dirigenti del gruppo. Dal 1998 ad oggi, oltre il 90% delle loro donazioni va al partito di Bush, mentre in generale le grandi imprese di comunicazione fanno del loro meglio per distribuire equamente le loro puntate. Ad esempio, i responsabili di Clear Channel, un gruppo di stazioni radiofoniche fortemente connotate a destra, che spesso viene confrontato con Sinclair e Fox, ha versato al Partito democratico oltre un terzo dei suoi contributi elettorali.
Il signor Smith non gradisce che gli si domandi perché non dia mai la parola a editorialisti progressisti in omaggio al pluralismo.
«The Point - risponde - dura appena due minuti in un notiziario di un'ora [meno la pubblicità, assai prolifica]. Dura meno dei servizi meteorologici». Pochi minuti prima, il suo giornalista Mark Hyman si era vantato in nostra presenza del fatto che la maggior parte dei telespettatori si ricordasse meglio di lui che non del presentatore del telegiornale...
In realtà, i capi del gruppo Sinclair si curano assai poco delle critiche che ricevono. Al contrario, si sono impegnati a rafforzare il loro controllo organizzativo e ideologico su tutto l'insieme delle operazioni. Allorché ci ha fatto fare un lungo giro delle proprietà, Hyman ha cominciato dall'ufficio grafica, laddove i designer della cybergeneration producono un film promozionale tipo Mtv (per capirci, la televisione dei videoclip musicali) infarcito di immagini computerizzate e di ritmi da discoteca. «Vogliamo raggiungere un pubblico più giovane - spiega - e quindi cerchiamo anche un look particolare. I nostri conduttori in generale sono più giovani degli altri, la nostra grafica non ha nulla da invidiare a quella delle grandi reti. Nulla a che vedere con i notiziari della maggior parte delle televisioni locali».
Un tecnico precisa che «il concetto essenziale è quello di dare un look unico e centralizzato» a tutte le emittenti del gruppo.
Le informazioni meteo spingono all'estremo limite questa logica della centralizzazione. Lo staff dei meteorologi (da otto a dieci persone, di solito di aspetto truce, considerando essenziale questa parte delle notizie locali) lavora alla sede di Sinclair, a Hunt Valley nel Maryland, a circa un centinaio di chilometri da Washington. Là conservano pile di atlanti, studiano le mappe regionali e si allenano a pronunciare i nomi di luoghi che non hanno mai visto in vita loro.
Ogni presentatore meteo prepara il suo notiziario - il che significa anche che si occupa del montaggio e dei movimenti delle telecamere e che sceglie la grafica - per tre, quattro o cinque città al giorno.
Le economie che il gruppo realizza con questo modus operandi è di tutto rispetto, come ci spiega Hyman: «Comporre un bollettino meteo al giorno è una questione di pochi minuti. Proprio per questi i meteorologi che lavorano per gli altri media svolgono una quantità di altre attività collaterali, a titolo gratuito o meno, come ad esempio partecipare a feste locali, fiere, eventi scolastici. Allora ci siamo detti: perché non avere invece persone che si occupano solo della meteorologia per tutto il giorno? I telespettatori se ne infischiano di sapere se il meteorologo si trova in uno studio a Oklahoma City, o a College Park, o in questa stanza». James Wieland, che ci spiega il funzionamento del sistema, precisa: «La maggior parte della gente resta sorpresa, quando viene a sapere che non ci troviamo neppure sul posto».
I critici televisivi ritengono che questo tipo di falsa prossimità sia parente stretto di una menzogna, e forse di qualcosa di ancora più viscido, addirittura minaccioso. Non ci vuole molto a capirli.
E così, Hyman e Wieland ci fanno vedere tre bollettini d'informazione meteo, tutti realizzati il giorno prima da Vytas Reid, il capo meteorologo.
Per la città di Buffalo (stato di New York), Reid invita i telespettatori a «osservare che cosa ci viene addosso». Nel caso di Flint nel Michigan, annuncia forti venti «appena a sud del luogo in cui ci troviamo».
Infine, nel caso di Raleigh nella Carolina del Nord, riassume il tempo che «farà qui da noi».
Ma c'è di più: Vytas Reid conversa con i presentatori del telegiornale locale che hanno inviato lo script di quello che diranno prima del notiziario, per dare l'impressione di trovarsi al loro fianco, contemporaneamente a Buffalo, nel Nord est, a Flint, nel Midwest, e a Raleigh, nel Sud.
Non è lecito sapere che cosa succederà in caso di burrasca imprevedibile, allorché l'osservazione di un meteorologo e la sua conoscenza della geografia locale potrebbero aiutare gli abitanti a proteggersi. I responsabili del gruppo replicano che, in un'eventualità del genere, il telegiornale locale parlerà del maltempo in diretta.
Nelle reti di proprietà di Sinclair, non sono soltanto i meteorologi a scarseggiare. Anche le squadre di giornalisti e montatori sono ridotte all'osso. Infatti, il lavoro è spesso informatizzato e composto secondo formati e temi generici, che possono essere trasmessi senza modifiche da una stazione del paese all'altra, cosa che permette di ridurre fortemente i costi salariali. A dar ascolto ad Hyman, le cose sono semplicissime: «Non abbiamo nulla contro i montatori o i cameramen. Ma la tecnologia ha fatto tali progressi che i nostri registi ritengono di poter realizzare un lavoro ancora migliore automatizzando certe operazioni. È ormai possibile organizzare uno studio d'informazioni televisive, diciamo, con un produttore in meno, un giornalista in meno, nessun montatore, due cameramen in meno e via dicendo». Secondo lui, Sinclair non ha licenziato più di «tre dozzine» di persone in tutto. Non è quello che dice il sito dei giornalisti americani dedicato all'occupazione, JournalismJobs.com, che parla della riduzione di 229 persone dell'organico nelle stazioni del gruppo... nel giro di un anno.
Anche in questo caso, la spiegazione è bell'e pronta, anche se non necessariamente convincente. Le notizie realizzate a basso prezzo, secondo Hyman, consentirebbero di offrire notiziari di informazioni locali a stazioni televisive che altrimenti non avrebbero i mezzi per pagarsele. In certi casi è anche vero. Ma Sinclair ha anche acquistato emittenti affiliate ai networks e dotate di programmi d'informazione in buona salute, per «smagrire» gli addetti, convertendo i servizi di attualità al modello «New central» del gruppo, nonostante le vibranti proteste dei telespettatori. A St. Louis, nel Missouri, ad esempio, Sinclair ha chiuso tutto il dipartimento d'informazione della stazione.
Peraltro, gli ascolti dei telegiornali del gruppo sono mediocri nella maggior parte dei mercati. Anche la stazione ammiraglia di Baltimora, quartier generale di Sinclair, perde pub- blico a un ritmo allarmante.
L'onore perduto Hyman riconosce però che l'informazione locale risponde a motivi diversi da quello di illuminare il pubblico. «Dal 30 al 35% degli inserzionisti, a seconda delle regioni, è disposto ad acquistare spazi pubblicitari soltanto sui notiziari d'informazione. Allorché si segue un'ottica finanziaria, è difficile limitarsi a concorrere al 70% degli introiti pubblicitari». In altre parole, senza notiziari, la maggior parte delle stazioni locali non riuscirebbe a far quadrare i conti.
Il gruppo, infatti, ha bisogno di soldi. La sua politica di acquisizioni l'ha fortemente indebitato, e il suo fatturato (meno di 750 milioni di dollari nel 2003) è nettamente inferiore rispetto a quello della concorrenza
(3). Lo stesso discorso vale per la qualità del prodotto: i ricercatori che hanno messo a confronto i servizi sulla campagna elettorale presentati dalle varie stazioni televisive concludono che quelli di Sinclair hanno trattato meno argomenti, più brevi e di minore qualità rispetto agli altri (4). Le dichiarazioni di un candidato durano in media 36 secondi sulle altre stazioni locali, mentre per quelle del gruppo Sinclair bastano 7 secondi.
In compenso, non si sta a lesinare sul tempo quando si tratta di attaccare i democratici. Il che spiega come mai Smith e Hyman si siano tanto prodigati,un anno fa per mettere le mani su Stolen Honor (L'onore perduto), un documentario che era un atto di accusa contro John Kerry. Nel momento culminante della campagna presidenziale, il programma si proponeva l'obiettivo di dimostrare che il candidato democratico, arruolatosi volontario in Vietnam e decorato al valore (mentre Bush junior si era dato da fare per evitare la leva), una volta tornato negli Stati uniti aveva indebolito il fronte interno con le sue critiche dei crimini americani nel Sud Est asiatico e aveva incoraggiato la resistenza vietnamita.
Qualche giorno dopo essersi procurato questo gioiello «storico», Sinclair annuncia a ognuna delle sue stazioni che dovrà rimaneggiare i palinsesti per lasciare spazio alla trasmissione del documentario.
La decisione era particolarmente importante nei venti stati in cui l'esito delle elezioni sembrava molto incerto (Florida, Ohio, Pennsylvania, Virginia occidentale, ecc.). Quando parlano dell'argomento (conservando l'anonimato, per motivi che non tarderanno a chiarirsi...), i giornalisti di «News Central» affermano che era Hyman a pilotare tutta l'operazione: «Ci hanno spiegato che sarebbe stato il suo show, e che l'avrebbe presentato personalmente». A inizio ottobre 2004, i programmi televisivi annunziano quindi: «Stolen Honor: Un'edizione straordinaria di "The Point"».
Non appena i responsabili della campagna elettorale di Kerry vengono a sapere che la trasmissione avrà luogo pochi giorni prima delle elezioni, ricorrono all'autorità di controllo federale per impedire a Sinclair di utilizzare le sue licenze di trasmissione allo scopo di influenzare l'andamento delle elezioni. Chiedono anche che l'equivalente del prezzo della trasmissione alla tariffa pubblicitaria sia addebitato sulle spese elettorali del partito repubblicano e calcolato come se si trattasse di una donazione di Sinclair al candidato Bush. Gruppi di controllo dei media lanciano un boicottaggio degli inserzionisti che comprano spazio nel documentario.
La Lehman Brothers, una banca d'affari (settore piuttosto favorevole ai democratici) annuncia che «la decisione di sostituire i programmi abituali con Stolen Honor avrà effetti negativi, sia sul piano finanziario che su quello politico» per il gruppo. Di fatto, la sua stima del valore del gruppo viene immediatamente ridotta; Moody's rivede al ribasso il suo giudizio sulle prospettive di Sinclair, che passano da «stabili» a «negative»; le azioni crollano del 17%: alcuni grandi investitori istituzionali esigono che il documentario non vada in onda.
La situazione non è molto più allegra fra i giornalisti del gruppo.
Demoralizzati dagli interventi continui della direzione, si preoccupano di dove finirà il loro credito professionale, dopo una vicenda del genere. Già prima si lamentavano in privato della presenza invadente di Hyman nelle conferenze di redazione, sia allo scoppio della guerra in Iraq che durante la campagna presidenziale: «I produttori avevano paura. Andavamo alle riunioni soltanto per sentirci dire quali argomenti sarebbero stati trattati».
A questo punto Jon Leiberman, il responsabile dell'ufficio di Washington, decide che la misura è colma. «Avevo già detto al consigliere delegato che tutta questa storia avrebbe avuto un effetto molto negativo sulle capacità giornalistiche della mia squadra in materia di raccolta d'informazioni. Allora ho preso la parola, durante una riunione della redazione, per dire quanto fosse ridicolo presentare quel documentario come se si trattasse di informazione. Sapevo di correre un rischio enorme, ma ero anche sicuro di esprimere quello che tanti altri provavano in quello stesso momento». Di fatto, numerosi giornalisti non avevano reagito unicamente per paura di ritrovarsi disoccupati, in un mercato del lavoro sempre più dominato da un piccolo numero di grandi gruppi integrati
(5).
Leiberman decide di rendere di dominio pubblico la sua reazione.
Convoca un giornalista del Baltimore Sun, sperando che basterà un avvertimento pubblicato sul quotidiano locale per costringere Sinclair a rivedere i suo progetti. L'informazione è ripresa immediatamente da numerosi siti Internet. Qualche ora dopo, i suoi superiori lo convocano seduta stante. «Ho capito immediatamente cosa sarebbe successo - ci dice - e sono partito per Hunt Valley. Lì mi hanno informato che ero licenziato per colpa: parlando della riunione, avevo rivelato informazioni interne al gruppo. Il mio stipendio e i benefit collegati cessavano seduta stante, non avrei ricevuto alcuna indennità di licenziamento, non avrebbero calcolato i giorni di ferie non utilizzati. Mi hanno scortato fino alla mia auto, mi hanno chiesto di vuotare le tasche e mi hanno trattato alla stregua di un criminale. Questo è quanto.
Da allora non ho più rimesso piede da loro».
Il licenziamento di un giornalista di grido non risolve il problema di Sinclair. L'indomani, un'azionista gli annuncia che intenterà causa contro il gruppo, colpevole di aver dato la priorità alle sue scelte politiche rispetto alle responsabilità fiduciarie. Questa volta è gioco forza fare marcia indietro: Sinclair annunzia che il documentario incriminato non sarà trasmesso integralmente, ma con numerosi tagli, allo scopo di intavolare un dibattito molto più generale sull'influenza della stampa in periodo elettorale ... La trasmissione «Storia di un ex combattente: politica, pressioni e media» va in onda il 22 ottobre 2004, appena undici giorni prima delle elezioni presidenziali. Gli ascolti sono mediocri; la maggior parte degli osservatori ritiene il programma piuttosto neutrale e privo di interesse.
I gruppi favorevoli alla riforma dei media considerano comunque un successo.
Dopo la rielezione di Bush, gli americani hanno fatto sapere che la riforma dei media rappresentava a loro giudizio la seconda priorità del paese. È una notizia piuttosto negativa per i grandi conglomerati, sempre desiderosi di vedere la Federal Communication Commission allentare un po' di più le restrizioni in materia di concentrazione. Come spiega un ex funzionario della Fcc, Blair Levin, «la deregulation di solito agisce senza dare nell'occhio». Con l'aiuto involontario del gruppo Sinclair, il movimento americano per la riforma dei mass media ha imparato a fare rumore.


note:

(1) Leggere Eric Alterman, «La vecchia illusione dei media liberal», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2003.
(2) La rivista Rolling Stone, che ha collaborato all'inchiesta, ha pubblicato altri elementi del progetto nel suo fascicolo di febbraio 2005.

(3) Per ulteriori ragguagli, vedere: http://publicintegrity.org/telecom/analysis/CompanyProfile.aspx?HOID=22261.

(4) Leggere Serge Halimi, «Stati uniti: un giornalismo di bassa lega», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1998.
(5) Leggere «Dieci padroni per i media americani», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2003. (Traduzione di R. I.)

   
   

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