Raccontare
l'Iraq senza arrendersi
Scenari crudeli di
una guerra globale.
In Fuoco amico Giuliana Sgrena intreccia la narrazione del
proprio rapimento e del suo tragico epilogo con una analisi della
situazione attuale.
Il
racconto di una sconfitta, professionale e
politica, individuale e collettiva. Ma, anche,
l'ostinata volontà di non accettarne la sua
portata definitiva. Questo è il libro di
Giuliana Sgrena, Fuoco amico
(Feltrinelli, pp. 158, € 12) nelle librerie da
pochi giorni. Sarebbe stato più semplice, più
comodo editorialmente e persino commercialmente,
scrivere un diario di prigionia: avrebbe persino
risposto meglio alle curiosità del pubblico. Ma
sarebbe stato banale. Così Giuliana ha scelto la
strada più difficile, quella di raccontare la
propria vicenda personale - i trenta giorni del
rapimento, la sua drammatica conclusione -
intrecciandola con l'Iraq di oggi, cioè con la
guerra e la resistenza armata, con
quell'intruglio di violenze che possiamo
considerare il paradigma più lucido del mondo
attuale. E, anche se nella narrazione ritorna
continuamente lo spirito del passato (di altre
guerre e di altre narrazioni in cui Giuliana si
è formata come inviata di pace), alla fine la
forma estrema della guerra contemporanea prende
il sopravvento per sentenziare una doppia
perdita: quella (esistenziale)
dell'impossibilità di poter continuare a
raccontare la guerra dal punto di vista di chi
la subisce e quella (politica) di essere
assegnati alla categoria del «nemico». Una
tenaglia che spiazza, perché ogni distinguo
viene cancellato, perché anche l'inviata di pace
viene considerata come una embedded.
Fuoco amico è un libro crudele, non lascia
spazio a mediazioni: racconta in tutte le sue
asprezze il sequestro ad opera dei resistenti
iracheni, che viola l'identità e il corpo della
prigioniera; narra senza celare il dolore
l'omicidio di Nicola Calipari ad opera di una
pallottola americana, che rovescia
immediatamente la gioia della ritrovata libertà.
È la stessa crudeltà che abbiamo provato tutti
dall'inizio alla fine, dal 4 febbraio al 4 marzo
di quest'anno: Giuliana sequestrata da coloro
che si affermano rappresentanti del dolore che
lei voleva denunciare appena uscita dalla
moschea dove erano sfollati i profughi di
Falluja; Nicola ucciso da un esercito alleato.
Due paradossi logici che spiegano come questa
guerra stia distruggendo il pensiero che ha
fatto la storia delle modernità occidentale, più
espliciti persino del Kant gettato a mare dal
Bush della guerra preventiva. Un rovesciamento
di senso, spiegabile solo con la conclusione che
la verità vuole essere nascosta: dai combattenti
iracheni interessati più al messaggio di guerra
che il sequestro lancia («per noi voi
occidentali siete tutti uguali, tutti nemici») e
al valore dell'ostaggio (a quanto esso possa
fruttare economicamente e politicamente) che
alla denuncia presso le opinioni pubbliche
occidentali delle condizioni in cui la guerra ha
gettato la popolazione irachena. E, dall'altra
parte, la verità deve essere nascosta dagli
occupanti americani: nascosta come è stato
nascosto il massacro di Falluja, derubricato in
incidente l'omicidio di Calipari, cancellata
l'esclusione politica di una parte intera del
popolo iracheno, quei sunniti che con il primo
Saddam gli stessi americani avevano fatto
diventare gruppo dirigente di un Iraq allora
considerato barriera contro l'Islam iraniano.
Una verità nascosta con il bianchetto che toglie
dai rapporti ufficiali i nomi della pattuglia
che spara sulla Toyota in viaggio la sera del 4
marzo verso l'aeroporto di Baghdad.
È questa realtà negata, questa convergenza di
interessi tra i due opposti, che determina
quella che Giuliana esplicita come una sconfitta
professionale e umana: «Non potrò più raccontare
l'Iraq - ci dice - mi sono resa conto che lo
spazio altro della società civile che
rifiuta il doppio versante della guerra e del
terrorismo si è ristretto al punto di non
trovare più voce». Eppure non c'è una resa in
questa confessione. Fuoco amico è anche
un'operazione di resistenza. Non solo perché
racconta un evento personalmente sconvolgente
con la lucidità del cronista che rifiuta ogni
cinismo, che non rinuncia alla propria umanità,
che confessa la sofferenza e rende vivo il
racconto; non solo perché denuncia un omicidio
che ancora oggi viene negato in quanto tale e ne
chiede giustizia con la partecipazione di un
affetto interrotto dopo solo mezz'ora dalle
pallottole; ma anche perché Giuliana Sgrena non
rinuncia a ciò che è stata e vuole continuare a
essere, una giornalista. E, allora, forse la
parte più interessante del libro è quella che
non abbiamo mai ascoltato nelle tante interviste
scritte e filmate che Giuliana ha rilasciato
dopo il suo ritorno in Italia, quella che dà
senso al suo mestiere e al suo essere una di
questo giornale: sono i capitoli dedicati alle
condizioni di vita a Baghdad, alla composizione
politica ed etnica della resistenza,
all'islamizzazione del paese e all'integralismo
risorgente, alla vita delle donne in quella
realtà, alla «libanizzazione» dell'Iraq. Lì
ritroviamo la lucidità della cronista e
dell'esperta del mondo islamico, la sapienza
accumulata in tanti viaggi nel mondo arabo e
nelle sue guerre, persino la necessaria
freddezza dell'analista che sa ricostruire i
percorsi e connettere i fatti tra loro, cercando
di spiegarli ai lettori.
È quindi un doppio racconto quello che si snoda
in Fuoco amico: c'è la «microstoria» del
febbraio-marzo 2004 in cui Giuliana è la
protagonista della narrazione con l'intima
confessione di quella passione; e c'è la
«macrostoria» dentro cui quella sua vicenda si
colloca. È in questa duplicità che si colloca la
difficoltà di tenere assieme la «sconfitta
personale» che vi si ammette con il dovere di
testimonianza che vi si pratica. Una dimensione
con cui è difficile convivere, una alternanza di
elaborazione individuale di un lutto e di
missione professionale e politica. In fondo, è
la condizione in cui - pur in maniera meno
traumatica - siamo tutti chiamati a vivere, tra
senso della nostra esistenza personale in un
mondo che scivola altrove e bisogno di cercare
una via d'uscita che non può che essere
collettiva in un'epoca in cui nessuno ce la può
fare da solo. E la guerra, in tutti i suoi
risvolti, è lo scenario che illustra la
lacerazione dell'odierna dimensione umana. Per
questo espungerla dalla storia assume una
portata esistenziale e battersi per la verità un
compito persino più politico che professionale.
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