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Press

di Roberto Reale
segretario generale di Information Safety and Freedom

29 novembre 2005


L'oscura, sciagurata, torbida realtà della guerra incisa in una foto. La sagoma  che vediamo era di un essere umano, di uno di noi. Esercitando la sua azione devastante, il  fuoco con lui  non è stato pietoso e neppure -  come usano invece  affermare i presunti  esperti -  “chirurgico”.  
La  “sostanza esplosiva/corrosiva” non si è accontentata di uccidere quest’uomo ma gli ha portato via  ogni cosa: si è presa persino quella  smorfia di dolore che possiamo  supporre fosse scolpita su un volto che non esiste più.  Di questa persona non  conosciamo, ovviamente, né il nome,  né la storia, né come fosse giunta a Fallujah.  A fornirci l’ unico indizio utile sulla sua identità  c’è soltanto un giubbetto con stampigliata una parola. Consiste in  quel termine inglese  “Press”  che la nostra memoria solitamente riconduce a  contesti decisamente meno drammatici.  L’ipotesi più probabile, è che la traccia di uomo,  che qui vediamo raffigurata,  fosse in vita  un operatore dell’informazione.  
Possiamo azzardare anche  una ipotesi banale. Che fidasse nella  possibilità di ottenere una sorta di salvacondotto da quel proporsi come rappresentante della stampa, da quella pubblica ostentazione della sua attività giornalistica. Una speranza – lo testimonia l’impietoso esito della vicenda – fatalmente illusoria.  Certo qualcuno potrebbe sostenere che il giubbetto potesse  non appartenergli,  che una mano ignota avrebbe potuto averlo aggiunto dopo la morte. Ma è un’obiezione debole,  irrilevante alla luce dell’esperienza della tragedia irachena.  Perché questo corpo martoriato di cui non conosciamo l’identità,  proprio per il suo anonimato, può essere assunto a simbolo di un discorso più complessivo: quello relativo alla  violenza di cui in questa guerra sono stati sistematico oggetto i reporter.

L’elenco degli “operatori dell’informazione” caduti in Iraq ha superato, in poco più di due anni,  il numero dei giornalisti uccisi dal ’63 al ’75 nel Vietnam.  Si tratta di una contabilità faticosa e dolorosa anche perché, al giorno d’oggi,  i media elettronici esigono nel loro lavoro il concorso di una molteplicità di figure professionali. Così non è facile avere un quadro preciso. Sono sicuramente più di sessanta i giornalisti e gli operatori uccisi. Se si conteggiano (sarebbe eticamente accettabile  dimenticarli?) interpreti e autisti si arriva a una cifra superiore alle novanta unità. Una strage mirata.
Una sistematica eliminazione  di testimoni iscritta in una carneficina  che ha provocato decine di migliaia di vittime civili. E anche qui si oscilla paurosamente nel calcolo complessivo ( non sarebbe il caso che i grandi media ne facessero  materia di inchiesta?).  C’è chi parla di 30mila morti, chi di oltre 100mila causati da bombardamenti indiscriminati, attentati terroristici, privazioni,  malattie. Da parte loro, per la prima volta  nella storia,  i giornalisti hanno condiviso la sorte degli altri civili, non hanno goduto di privilegi o di salvacondotti,  sono diventati bersaglio, sono stati deliberatamente tolti di mezzo. Non a caso, fra i reporter deceduti,  la maggioranza delle vittime è stata di nazionalità irachena.  E’ quasi certo che tale fosse anche l’uomo che vediamo straziato nella foto. Indirettamente ce lo dicono tutti i precedenti. In particolare lo gridano tre nomi che invece conosciamo: quelli di Burhan Mohammed Mazhour, Hossam Ali Mahmoud,  Hamid Abbas. Si tratta di  telecineoperatori/giornalisti iracheni caduti proprio  a Fallujah nel corso del 2004. Lavoravano tutti per conto di  televisioni occidentali.  La loro sorte è stata ben presto dimenticata, metabolizzata in poche righe dai principali organi di stampa. Come se la morte dei giornalisti, la soppressione fisica delle voci indipendenti e non arruolate, non facesse notizia agli occhi degli stessi network per cui realizzavano servizi e filmati.

Per chi non la pensa così,  questa passività di grandi giornali e tv è invece una  ragione di più   per soffermarsi  sul “reporter ignoto” arso nel rogo di Fallujah, per ricordare il significato del suo sacrificio. Simbolo estremo di una libertà d’informazione  drammaticamente violentata da guerra e terrore, ma pure amaramente compromessa da indifferenza e silenzio.

   
   

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