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Lo scrittore Pamuk alla sbarra: denunciò il genocidio armeno

di Marco Ansaldo
Fonte: la Repubblica

16 dicembre 2005

Specialista nel complicarsi la vita da sola, la Turchia che guarda all´agognato ingresso in Europa chiama oggi a processo il suo scrittore più celebrato. Questa mattina al tribunale di Sisli, distretto della Istanbul bene, Orhan Pamuk si presenterà dopo aver attraversato la strada di fronte, sede da tutta la vita dei cosiddetti "Pamuk apartments", la casa di famiglia che tanti suoi lettori in tutto il mondo hanno imparato a conoscere.
Il romanziere di "Neve" e "Il mio nome è rosso", vincitore dell´ultimo Premio dei librai di Francoforte e candidato al Nobel per la letteratura, deve rispondere al giudice di aver «offeso l´identità turca» in un´intervista a un giornale svizzero. «Qui sono stati uccisi 30 mila curdi e un milione di armeni - aveva detto il romanziere nella frase incriminata secondo il codice penale - E quasi nessuno si preoccupa di dirlo. Provo a farlo io».
Ci ha provato, Orhan Pamuk. Ora rischia da sei mesi a 3 anni di prigione. Lo scrittore è prudente. «Non credo che mi chiuderanno in carcere», si limita a dire. Ma gli amici raccolgono il suo sfogo di uomo che si sente perseguitato. Lui ringrazia Repubblica per l´attenzione alle sue opere e al suo caso. «È uno scandalo, una vergogna - dice dell´accusa che lo ha travolto - certe leggi sono come martelli nascosti che i magistrati tengono nel cassetto per colpire quando vogliono. Perché i tabù qui sono ancora protetti legalmente. Quando la gente parla dell´Islam politico o del ruolo dell´esercito nella vita politica del paese, oppure di che cosa accadde agli armeni ottomani o del modo in cui la Turchia dovrebbe trattare i suoi curdi, sfortunatamente questi commenti non appaiono in modo nitido nelle pagine delle lettere dei giornali».
Pamuk comunque non sembra affatto pentito delle sue parole. «Non c´è nemmeno bisogno di dire che le sostengo pienamente - confida alla sua traduttrice inglese Maureeen Freely - anzi di più: sostengo il mio diritto di dirle. Sono molto incoraggiato dalla conferenza sulla questione armena organizzata di recente a Istanbul. E grato a studiosi come Halil Berktay, Murat Belge e Taner Akcam che hanno ricercato questo argomento per tanti anni con onestà, e hanno esposto una verità non detta. Soprattutto, sono contento che il tabù - quel che accadde agli armeni ottomani - stia cominciando a rompersi. Ci troviamo di fronte a un´immensa tragedia umana, e a un´immensa sofferenza umana che a scuola non abbiamo imparato. E´ un soggetto molto delicato».
Non pronuncia la parola proibita, Pamuk: genocidio. Che significa annientamento pianificato di un´etnia, ed è una tesi a cui la Turchia si oppone con molta forza e diverse, circostanziate ragioni. Come dice lo stesso scrittore: «Ho detto forte e chiaro che un milione di armeni e 30 mila curdi sono stati uccisi, e non lo nego. Per me, queste sono questioni da storici. Io sono un narratore. Mi interesso alla sofferenza della gente, al dolore. Ed è ovvio che anche in Turchia ci sia stato un immenso dolore nascosto, che ora dobbiamo affrontare».
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, conservatore di ispirazione islamica, definisce come «improprie» le pressioni internazionali per Pamuk, a favore del quale l´altro giorno autori del calibro di José Saramago, Gabriel Garcia Marquez, Guenter Grass, Umberto Eco, John Updike, Mario Vargas Llosa, Carlos Fuentes e Juan Goytisolo, hanno firmato un manifesto di solidarietà.
Ma è tutta la Turchia più liberale a ribellarsi a un caso che pare studiato a tavolino per mettere in cattiva luce la parte più sana e aperta del paese, desiderosa di entrare nell´Unione europea. A duellare sono infatti due realtà: quella pronta ad abbracciare valori condivisi anche all´estero, e il cosiddetto "Stato profondo", espressione con cui vengono generalmente indicati ambienti oscuri legati ai nazionalisti, alla burocrazia, ai servizi segreti e a circoli militari: ognuno timoroso di perdere potere mentre Ankara si avvicina invece a grandi passi all´Europa. Ambienti però ancora molto potenti, capaci di muovere a comando soprattutto alcuni magistrati, e infangare così un intero paese che l´attuale governo sta cercando di riformare, spesso con successo.
«È umiliante - dice Pamuk, che nel 1999 aveva orgogliosamente rifiutato il riconoscimento ufficiale di "Artista di Stato" - vivere in un paese dove il soggetto degli armeni non può essere discusso. Ma sono appunto uno scrittore, in questo momento desideroso solo di tornare alla mia scrivania». Se la Turchia dello "Stato profondo", appunto, lo permetterà.

   
   

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