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"Le intercettazioni continueranno"

di Alberto Flores d'Arcais
Fonte: la Repubblica

20 dicembre 2005

NEW YORK - Le intercettazioni «sono del tutto legittime e continueranno»; il presidente degli Stati Uniti «non ha poteri dittatoriali»; un´inchiesta del Congresso «è sbagliata», anzi l´indagine la farà la Casa Bianca per scoprire chi ha "soffiato" le notizie sulle intercettazioni; il Patriot Act va «approvato subito»; andare in Iraq «non è stato un errore». Erano trascorse appena tredici ore e mezzo dal discorso in diretta tv pronunciato domenica sera dallo Studio Ovale, che George W. Bush - nella consueta conferenza stampa di fine anno - è tornato davanti ai microfoni, aggressivo come da tempo non si vedeva e certamente più baldanzoso di come era apparso in tv.
La strategia della Casa Bianca è chiara: rispondere in tempo reale ad ogni attacco, critica o dubbio; evitare che i problemi finiscano per sedimentare un´immagine negativa della presidenza; far calare il sipario su un 2005 in cui i rovesci sono stati numerosi (Katrina, il Cia-gate, gli scandali dei leader del partito, gli odiati scoop della stampa) ed aprire gli scenari del 2006 - anno elettorale decisivo per gli obiettivi dell´amministrazione repubblicana - con una grande offensiva politico-mediatica. Così, visto che il discorso di domenica sera sull´Iraq era apparso a molti commentatori come una prima ammissione diretta di colpe ed errori, e dato che non aveva fermato le polemiche sullo spionaggio illegale della Nsa, ecco che Bush di buon mattino si è presentato alla stampa.
Le intercettazioni. Sulle vicenda resa nota dal New York Times non c´è stato alcun "mea culpa", anzi: «Ho ri-autorizzato questo programma una trentina di volte dopo l´11 settembre, e continuerò a farlo finché la nostra nazione dovrà difendersi dalla minaccia di un nemico che vuole uccidere cittadini americani. Ho l´autorità legale per farlo? La risposta è assolutamente sì. L´autorità legale deriva dalla Costituzione». Bush ha voluto rassicurare l´opinione pubblica: «le intercettazioni del programma riguardano telefonate ed e-mail originate negli Usa e dirette all´estero, o viceversa. Quelle fatte negli Usa verranno monitorate, se è il caso, solo dopo aver ottenuto il mandato dal tribunale nell´ambito della legge ordinaria». Bush, però, non ha spiegato, come invece chiedevano i critici, come mai la Casa Bianca non abbia chiesto il mandato dei giudici (secondo quanto prevede la legge) considerato che dal 1978 a oggi, su 1.900 domande di "spionaggio interno" i tribunali ne hanno respinte solo cinque. E a un certo punto si è innervosito, interrompendo il giornalista che stava facendo una domanda: «Dire che ho poteri non controllati significa attribuire poteri dittatoriali al presidente, e questo lo respingo con forza».
L´inchiesta. Secondo il presidente un´indagine del Senato con audizioni davanti alla Commissione Giustizia (come ipotizzato dal senatore repubblicano Arlen Specter) sarebbe fuori luogo - i leader del Congresso, repubblicani come democratici, «sono stati sempre tenuti al corrente» - e l´unica inchiesta necessaria è quella per scoprire le fonti del New York Times: «Faremo un´indagine completa. La mia personale opinione è che rivelare questo programma, di fondamentale importanza in tempo di guerra, sia stato un atto vergognoso. Il fatto che noi siamo qui a discutere di questo programma sta solo aiutando il nemico». Ma ieri mattina il Washington Post ha aperto un nuovo fronte, puntando il dito sulla Cifa (Counterintelligence Field Activity) una intelligence militare che esiste da meno di tre anni, della quale si sa poco o nulla, e che avrebbe violato anch´essa la legge indagando in segreto su cittadini americani.
Il Patriot Act. Bloccare il rinnovo del Patriot Act, per Bush, «è ingiustificabile», e la legge va approvata «subito», prima della scadenza del 31 dicembre, dato che «l´America non può permettersi di stare per un solo momento senza questa legge». Su questo punto Bush ha attaccato (pur senza farne i nomi) Hillary Clinton e il leader democratico al Senato Harry Reid: «Voglio che i senatori di New York o di Las Vegas mi spieghino perché queste città sono più sicure senza la proroga del Patriot Act».
L´Iraq. Domenica sera Bush aveva parlato della guerra in modo meno trionfalistico del solito, aveva ammesso gli «errori» tanto che i commenti lo avevano puntualmente sottolineato (il Washington Post lo aveva definito un «cambio di rotta»). Ieri mattina il presidente ha troncato ogni speculazione: «La guerra in Iraq non è stata un errore, è stata la giusta decisione da prendere. Se vi avessi detto l´anno scorso che quest´anno sarebbe successo quello che è successo non mi avreste creduto. Ci vorrà del tempo perché l´Iraq sia unito e democratico, ma il nuovo Iraq sarà un potente esempio per Teheran e Damasco. La storia ci giudicherà».

   
   

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