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Dubai, la parata delle tv arabe

di Donatella Della Ratta
Fonte: il Manifesto

21 dicembre 2005

Al Waleed bin Talal, il principe saudita in affari con Murdoch ed ex socio di Berlusconi in Mediaset; Sheikh Ghazi Al Yawer, vicepresidente del parlamento iracheno; Saad Hariri, figlio dell'ex premier libanese assassinato lo scorso febbraio. Sono solo alcune delle personalità che hanno affollato i saloni del lussuossimo Madinat Jumeirah, complesso alberghiero da favola nella città delle meraviglie, Dubai. L'appuntamento, «Arab and world media conference 2005», è stato voluto dal Dubai Press Club, guidato da Mona al Marri, e dall'Arab Thought Foundation, la fondazione del pensiero arabo, inaugurata nel 2001 e presieduta dal principe saudita Khalid al Faisal bin Abdul Aziz al Saud. Da tutto il mondo arabo, ma anche da Europa e Usa, da India e Cina, sono stati convocati giornalisti e personalità dei media per discutere di temi come la copertura delle guerre, la censura e la libertà di espressione, il confronto fra Occidente e mondo arabo, l'Islam politico. Una parata di stelle, o forse uno show saudita, come si è orecchiato nei corridoi del lussuoso hotel. Perché la prima cosa che salta all'occhio è la clamorosa assenza, in un convegno che discute di media arabi, del media arabo più famoso del mondo, quello che ha portato alla luce dei riflettori globali l'esistenza stessa di un vivace sistema mediale nella regione. Al Jazeera non c'è, o almeno non ci sono la sua dirigenza e le sue grandi firme. L'assenza dell'enfant terrible la dice lunga sullo stato attuale dei media arabi. Si organizzano convegni per far dialogare mondo arabo e Occidente, si fanno proclami per abbassare i toni dei programmi televisivi arabi (troppo accesi e aggressivi, secondo alcuni giornalisti arabi), si invoca l'unità della Nazione araba, eppure quest'assenza di Al Jazeera - che è l'assenza non solo di un soggetto televisivo importante ma anche di uno stato che in questo momento conduce una brillante politica di espansione mediale, non solo nella regione - dimostra che, nei fatti, i più acerrimi nemici degli arabi sono gli arabi stessi. Il mondo dei media arabi è diviso, più che mai: l'incontro del Madinat Jumeirah lo prova. Qui si vedono sfilare le reti del gruppo di intrattenimento Mbc, la all news Al Arabiya (dello stesso gruppo), la pay tv Orbit, i canali musicali di Rotana che, con palinsesti diversissimi fra loro, sono tutti legati, indirettamente, alla casa reale saudita. Di proprietà di diversi imprenditori privati, accomunati dall'appartenenza a un'unica famiglia, anche mediale.

I libanesi presenti sono nient'altro che un pallido riflesso di questo assetto proprietario che vede l'Arabia Saudita controllare la quasi totalità dei media arabi: se non attraverso quote proprietarie dirette, tramite la gestione dei flussi pubblicitari sulle reti arabe (infatti le inserzioni languono su Al Jazeera). Eppure, come qui lamenta Mike Gillam, responsabile degli acquisti di spazi sui media arabi per conto della multinazionale Unilever, il mercato pubblicitario non vale in Medio Oriente. La sua azienda spende sui media arabi soltanto l'1% del suo budget mondiale, meno di cento milioni di dollari l'anno, per un mercato che, potenzialmente, raggruppando paesi di lingua comune fra cui alcuni ad alto reddito, potrebbe valere molto di più.

Gillam sottolinea che, finché non si trova un accordo per un organo comune di misurazione delle audience arabe, gli inserzionisti pubblicitari non avranno mai la fiducia necessaria ad acquistare più spazi e far salire il valore del mercato. La sala acconsente, ma intanto, per dare il via a un organo super partes - una specie di Auditel arabo - ci vorrebbe consenso fra i vari soggetti televisivi della regione. La spaccatura che c'è oggi nei media arabi, senza che i giornalisti occidentali se ne rendano conto - troppo concentrati sullo scontro fra l'Occidente e un mondo arabo compatto che, nei fatti, non esiste -, dimostra che il sogno di Gillam e di molti altri, interessati a far diventare i media arabi un vero mercato e non un terreno di battaglie politiche, non si avvererà così presto. I media arabi sono ancora un affare di egocentrismo personale, piuttosto che una macchina per fare soldi. Anche la natura dei loro proprietari lo dimostra: sono principi, non businessmen. E quando sono businessmen, come Al Waleed, gli affari li fanno nei media occidentali, non certo in quelli arabi. Al Waleed, fra le tante altre cose, è socio di Murdoch nella NewsCorp, e può permettersi di telefonargli per fargli immediatamente cambiare la scritta «muslim riots» che compare nel racconto delle rivolte delle banlieu sulla «sua» Fox News. Il miliardario saudita, candidamente, dal podio dell'«Arab and world media conference», invita gli altri uomini d'affari arabi, che hanno quote nei media occidentali, a fare lo stesso. Poi precisa che i suoi investimenti negli imperi mediali globali saranno più equilibrati con il lancio di nuovi canali per il mondo arabo, rispettosi dell'identità arabo-islamica: come Al Risala, rete di intrattenimento islamico che bilancerà le sue più laiche reti Rotana e Lbc. Colpisce che Al Waleed dovrebbe essere sollecitato da Jim Kelly del glorioso Time, che invece riesce solo a chiedergli un parere sulla situazione palestinese, toccando il grottesco con la domanda se è stato peggio Sabra e Chatila o l'11 settembre. Davanti a uno dei businessman più importanti del mondo ci si aspetterebbero domande sui suoi possedimenti negli imperi mediali che controllano le opinioni pubbliche occidentali e che sono quelli che più soffiano la rabbia contro gli arabi e i musulmani: e invece ci troviamo a dover assistere al penoso spettacolo di un uomo interrogato sui luoghi comuni delle ragioni dell'odio arabo per Israele o per gli Usa. Stranamente, anche tutti gli altri giornalisti occidentali, dal Washington Post all'International Herald Tribune al New York Times, tacciono, persino nelle sessioni dedicate agli stereotipi delle culture prodotti dai media: come se lo scontro di civiltà che a casa loro (e nostra) agitano dalle colonne dei loro giornali avesse perso peso e senso nel lussuoso scenario di Dubai.
 
   
   

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