Al Waleed bin Talal, il
principe saudita in affari con Murdoch ed ex socio di Berlusconi in
Mediaset; Sheikh Ghazi Al Yawer, vicepresidente del parlamento
iracheno; Saad Hariri, figlio dell'ex premier libanese assassinato lo
scorso febbraio. Sono solo alcune delle personalità che hanno
affollato i saloni del lussuossimo Madinat Jumeirah, complesso
alberghiero da favola nella città delle meraviglie, Dubai.
L'appuntamento, «Arab and world media conference 2005», è stato voluto
dal Dubai Press Club, guidato da Mona al Marri, e dall'Arab Thought
Foundation, la fondazione del pensiero arabo, inaugurata nel 2001 e
presieduta dal principe saudita Khalid al Faisal bin Abdul Aziz al
Saud. Da tutto il mondo arabo, ma anche da Europa e Usa, da India e
Cina, sono stati convocati giornalisti e personalità dei media per
discutere di temi come la copertura delle guerre, la censura e la
libertà di espressione, il confronto fra Occidente e mondo arabo,
l'Islam politico. Una parata di stelle, o forse uno show saudita, come
si è orecchiato nei corridoi del lussuoso hotel. Perché la prima cosa
che salta all'occhio è la clamorosa assenza, in un convegno che
discute di media arabi, del media arabo più famoso del mondo, quello
che ha portato alla luce dei riflettori globali l'esistenza stessa di
un vivace sistema mediale nella regione. Al Jazeera non c'è, o almeno
non ci sono la sua dirigenza e le sue grandi firme. L'assenza
dell'enfant terrible la dice lunga sullo stato attuale dei media
arabi. Si organizzano convegni per far dialogare mondo arabo e
Occidente, si fanno proclami per abbassare i toni dei programmi
televisivi arabi (troppo accesi e aggressivi, secondo alcuni
giornalisti arabi), si invoca l'unità della Nazione araba, eppure
quest'assenza di Al Jazeera - che è l'assenza non solo di un soggetto
televisivo importante ma anche di uno stato che in questo momento
conduce una brillante politica di espansione mediale, non solo nella
regione - dimostra che, nei fatti, i più acerrimi nemici degli arabi
sono gli arabi stessi. Il mondo dei media arabi è diviso, più che mai:
l'incontro del Madinat Jumeirah lo prova. Qui si vedono sfilare le
reti del gruppo di intrattenimento Mbc, la all news Al Arabiya (dello
stesso gruppo), la pay tv Orbit, i canali musicali di Rotana che, con
palinsesti diversissimi fra loro, sono tutti legati, indirettamente,
alla casa reale saudita. Di proprietà di diversi imprenditori privati,
accomunati dall'appartenenza a un'unica famiglia, anche mediale.
I libanesi presenti sono nient'altro che un pallido riflesso di questo
assetto proprietario che vede l'Arabia Saudita controllare la quasi
totalità dei media arabi: se non attraverso quote proprietarie
dirette, tramite la gestione dei flussi pubblicitari sulle reti arabe
(infatti le inserzioni languono su Al Jazeera). Eppure, come qui
lamenta Mike Gillam, responsabile degli acquisti di spazi sui media
arabi per conto della multinazionale Unilever, il mercato
pubblicitario non vale in Medio Oriente. La sua azienda spende sui
media arabi soltanto l'1% del suo budget mondiale, meno di cento
milioni di dollari l'anno, per un mercato che, potenzialmente,
raggruppando paesi di lingua comune fra cui alcuni ad alto reddito,
potrebbe valere molto di più.
Gillam sottolinea che, finché non si trova un accordo per un organo
comune di misurazione delle audience arabe, gli inserzionisti
pubblicitari non avranno mai la fiducia necessaria ad acquistare più
spazi e far salire il valore del mercato. La sala acconsente, ma
intanto, per dare il via a un organo super partes - una specie di
Auditel arabo - ci vorrebbe consenso fra i vari soggetti televisivi
della regione. La spaccatura che c'è oggi nei media arabi, senza che i
giornalisti occidentali se ne rendano conto - troppo concentrati sullo
scontro fra l'Occidente e un mondo arabo compatto che, nei fatti, non
esiste -, dimostra che il sogno di Gillam e di molti altri,
interessati a far diventare i media arabi un vero mercato e non un
terreno di battaglie politiche, non si avvererà così presto. I media
arabi sono ancora un affare di egocentrismo personale, piuttosto che
una macchina per fare soldi. Anche la natura dei loro proprietari lo
dimostra: sono principi, non businessmen. E quando sono businessmen,
come Al Waleed, gli affari li fanno nei media occidentali, non certo
in quelli arabi. Al Waleed, fra le tante altre cose, è socio di
Murdoch nella NewsCorp, e può permettersi di telefonargli per fargli
immediatamente cambiare la scritta «muslim riots» che compare nel
racconto delle rivolte delle banlieu sulla «sua» Fox News. Il
miliardario saudita, candidamente, dal podio dell'«Arab and world
media conference», invita gli altri uomini d'affari arabi, che hanno
quote nei media occidentali, a fare lo stesso. Poi precisa che i suoi
investimenti negli imperi mediali globali saranno più equilibrati con
il lancio di nuovi canali per il mondo arabo, rispettosi dell'identità
arabo-islamica: come Al Risala, rete di intrattenimento islamico che
bilancerà le sue più laiche reti Rotana e Lbc. Colpisce che Al Waleed
dovrebbe essere sollecitato da Jim Kelly del glorioso Time, che
invece riesce solo a chiedergli un parere sulla situazione
palestinese, toccando il grottesco con la domanda se è stato peggio
Sabra e Chatila o l'11 settembre. Davanti a uno dei businessman più
importanti del mondo ci si aspetterebbero domande sui suoi
possedimenti negli imperi mediali che controllano le opinioni
pubbliche occidentali e che sono quelli che più soffiano la rabbia
contro gli arabi e i musulmani: e invece ci troviamo a dover assistere
al penoso spettacolo di un uomo interrogato sui luoghi comuni delle
ragioni dell'odio arabo per Israele o per gli Usa. Stranamente, anche
tutti gli altri giornalisti occidentali, dal Washington Post
all'International Herald Tribune al New York Times,
tacciono, persino nelle sessioni dedicate agli stereotipi delle
culture prodotti dai media: come se lo scontro di civiltà che a casa
loro (e nostra) agitano dalle colonne dei loro giornali avesse perso
peso e senso nel lussuoso scenario di Dubai.