Alziamo per un momento gli occhi dalle
baruffe italiane, guardiamo verso quel che accade nel mondo e così
capiremo meglio quali siano, alla fine del 2005, i destini delle
nostre libertà e dello Stato costituzionale di diritto. Pochi giorni
fa, il Parlamento europeo ha formalmente riconosciuto il diritto degli
Stati di raccogliere e conservare i dati riguardanti tutte le
comunicazioni elettroniche – telefonate, posta elettronica, accessi ad
Internet. Questo vuol dire che nei venticinque Paesi dell´Unione si
consolideranno, in maniera difficilmente reversibile, gigantesche
banche dati contenenti migliaia di miliardi di informazioni. E´ un
cambiamento d´epoca, quantitativo e qualitativo. Una rete invisibile e
tenacissima già ci avvolge, e ci avvolgerà in modo sempre più stretto.
Le società di persone libere si avviano a divenire "nazioni di
sospetti".
Per comprendere che cosa significhi tutto questo, può servire un
confronto con la più nota e controversa materia delle intercettazioni
telefoniche.
Di queste molti si preoccupano, e si propongono norme che le regolino
in maniera più rigorosa. Ma quasi nessuno riflette sui pericoli della
conservazione per anni delle tracce delle comunicazioni elettroniche.
Ci si scandalizza del fatto che si sia arrivati a circa centomila
intercettazioni l´anno. Nulla si dice di fronte ad una realtà che,
solo in Italia, ogni anno produce la conservazione di non meno di
ottocento miliardi di informazioni sulle persone che si scambiano
comunicazioni elettroniche. Si osserva, però, che in queste banche
dati, a differenza di quel che accade per le intercettazioni, non si
conservano i contenuti delle comunicazioni. Ma questa può essere una
garanzia solo apparente e divenire, invece, fonte di rischi ancora
maggiori di quelli che oggi si corrono a causa delle intercettazioni.
Se una mia conversazione con un personaggio indagato viene
intercettata, posso sempre dimostrare che i suoi contenuti sono del
tutto innocenti, nulla hanno a che fare con la materia dell´inchiesta,
liberandomi così da ogni sospetto. Ma se di quella telefonata si
conoscono soltanto data, durata e luogo, non potrò mai escludere in
maniera definitiva che il mio fugace rapporto con quel personaggio non
avesse nulla di censurabile o di illecito.
Le intercettazioni, inoltre, devono essere autorizzate dal magistrato,
riguardano persone determinate, sono limitate nel tempo. La
conservazione dei dati delle comunicazioni elettroniche, invece, è
prevista in via generale, riguarda tutti, ha tempi che possono essere
lunghissimi. Diventa uno strumento che non serve soltanto ad accertare
eventuali comportamenti illeciti, ma permette di ricostruire l´intera
rete delle relazioni personali, sociali, economiche e gli spostamenti
di ogni persona.
Un cambiamento così profondo viene giustificato con la necessità di
disporre di strumenti nuovi per la lotta al terrorismo ed alla grande
criminalità. Ma nei sistemi democratici le limitazioni delle libertà
fondamentali devono essere sempre accompagnate da adeguate garanzie,
che ancora mancano. E si può davvero sostenere che le regole sulla
conservazione vigenti in Italia rispettino l´articolo 15 della
Costituzione dove si afferma che "la libertà e la segretezza della
corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono
inviolabili" e che "la loro limitazione può avvenire soltanto per atto
motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla
legge"?
Il Parlamento europeo ha fatto un tentativo di limitare i danni di una
disciplina così pericolosa stabilendo, ad esempio, che i dati
riguardanti le comunicazioni elettroniche possano essere conservati
solo per un periodo variabile da sei mesi a due anni: e questa
potrebbe apparire una garanzia significativa di fronte ad una realtà
come quella italiana dove la conservazione dei dati già arriva fino a
sei anni o di fronte alla pretesa polacca di conservarli per trent´anni.
Ma questa garanzia rischia d´essere vanificata da un sistema di
deroghe e di eccezioni che potrebbe avere un senso solo i poteri di
controllo della Commissione europea fossero esercitati con un rigore
finora del tutto assente. E la stessa possibilità di ricorso alla
Corte europea di Giustizia, pur apprezzabile come apertura verso un
controllo dei giudici, può rivelarsi faticosa e fragile.
Altri gravi motivi di preoccupazione nascono dal fatto che già vi sono
pressioni perché le informazioni conservate per la lotta al terrorismo
possano essere utilizzate anche per fini diversi, come la scoperta di
chi scarica illegalmente musica o film da Internet. Rischiano così di
aprirsi brecce che possono in concreto portare ad una società che
controlla ogni comportamento individuale, con l´argomento che può
risultarne danneggiato un qualsiasi interesse economico. Inoltre, i
costi elevati della conservazione di quei dati ricadono unicamente
sulle società telefoniche e sugli Internet providers: questo può
spingere a risparmiare sulla sicurezza di queste enormi banche dati,
facendo crescere la vulnerabilità sociale, ed a trasferire i costi
sugli utenti, anche con distorsioni della concorrenza a svantaggio
degli operatori più piccoli.
Tutto questo dovrebbe indurre a qualche riflessione politica e a
qualche iniziativa volta a delineare un nuovo quadro di garanzie.
Nessun segno è venuto finora, sì che rischia di nascere anche qui una
pericolosa schizofrenia istituzionale. Ai cittadini viene promesso un
futuro pieno di efficienza amministrativa e occultato un presente in
cui si moltiplicano gli strumenti di un controllo sempre più invasivo
e capillare. Sembra quasi che si stiano costruendo due mondi non
comunicanti, e che l´e-government, l´amministrazione elettronica,
possa evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di
diritti individuali e collettivi, motivata con esigenze di efficienza
o di sicurezza.
Alla radice di questo atteggiamento vi è un mutamento dell'idea stessa
di Stato costituzionale di diritto, che viene ormai pubblicamente
proclamata. La dottrina Bush-Cheney rivendica la legittimità politica
dell´uso illegale di strumenti come le intercettazioni telefoniche e
trova diversi emuli al di qua dell´Atlantico, fino al nostro
Presidente del consiglio che conferma la sua singolare idea di
legalità affermando che "non si combatte il terrorismo con il codice
alla mano". L´argomento della lotta al terrorismo, già adoperato per
cancellare libertà dei cittadini, viene ora pesantemente speso per
ridimensionare il ruolo dei parlamenti e della magistratura.
Per fortuna non tutti i parlamenti accettano questa logica. Il
Congresso degli Stati Uniti è intervenuto nella materia della tortura
e delle intercettazioni telefoniche, ha respinto la pretesa di Bush di
ottenere una conferma senza condizioni del Patriot Act. La Camera dei
comuni ha ridimensionato le richieste di Blair per le nuove norme
antiterrorismo. Il vincolo di maggioranza non ha del tutto cancellato
il ruolo dei parlamenti come guardiani delle libertà.
Dalle nostre parti, silenzio. Pure, la decisione europea dovrebbe
scuotere qualcuno, offrire un appiglio concreto per interrogare il
Governo sui tempi di conservazione dei dati e, soprattutto, avviare
una discussione sul nuovo quadro di garanzie, che riguarda le
responsabilità dello stesso Parlamento, i poteri di controllo della
magistratura, un ruolo più penetrante per il Garante per la privacy.
Si dirà che questo Parlamento, ormai alla fine del suo mandato, non è
in condizione di farlo. Ammettiamolo, a malincuore. Ma questo vuol
dire che nell´agenda di lavoro delle prossime Camere il cambiamento
d´epoca segnato dalla nuova condizione del cittadino elettronico dovrà
trovare un posto rilevante. Per far questo, serve un Parlamento
liberato dalle servitù che ne hanno mortificato l´azione, stringendolo
tra voti di fiducia e blindature delle maggioranze. E il recupero del
Parlamento alla sua alta funzione perduta esige una adeguata dignità
dei suoi componenti, ma anche regole diverse che rendano impossibili
la sua deliberata e continua mortificazione. Se ne parlerà nei
programmi elettorali?