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Cina: il giornale che sfida il regime

di Federico Rampini
Fonte: la Repubblica

1 gennaio 2006
 

Sfidando il governo cinese sono scesi in sciopero da ieri i 400 giornalisti del quotidiano Notizie di Pechino, un tabloid noto per i suoi scoop sulla corruzione e altre inchieste politicamente scottanti. Protestano per il licenziamento disciplinare di un caporedattore e due reporter "d´assalto" sgraditi al regime. È un conflitto senza precedenti nella storia della Repubblica popolare, dove lo sciopero è vietato e i mass media restano sottoposti al controllo del partito comunista. Lo scontro fa esplodere di colpo alla luce del sole una tensione che cova da tempo: certi giornalisti cinesi hanno cominciato a praticare un´informazione più libera, sfidando la censura e cercando di allargare i confini di ciò che viene tollerato dalle autorità, ma il regime guidato dal presidente Hu Jintao reagisce con la repressione. Sullo sciopero della redazione di Notizie di Pechino è calata subito la censura. Un blogger indipendente, An Ti, ha dato la notizia per primo in Cina ma il suo blog è stato oscurato dopo poche ore. Le chat-room e i siti Internet dove era iniziato un dibattito sull´episodio sono stati bloccati. Per gli altri giornali, le tv e le radio, la notizia dello sciopero non esiste. Ma almeno ai lettori abituali del tabloid è impossibile nascondere che qualcosa sta accadendo: ieri Notizie di Pechino è uscito in edicola con appena 32 pagine invece delle solite 80, e al posto degli articoli firmati dai giornalisti c´erano notiziari ripresi dall´agenzia stampa ufficiale Xinhua.
Il casus belli è stato la rimozione dal suo incarico del caporedattore Yang Bin e di due inviati, tutti trasferiti in un giornale di provincia e sostituiti da giornalisti più "affidabili". Un vicedirettore, Li Duoyu, si è dimesso per solidarietà, e la redazione ha deciso di sospendere il lavoro. Il presidente della casa editrice che ha la maggioranza del giornale, Dai Zigeng, ha tentato di convocare un´assemblea di redazione per mettere fine alla protesta, ma i giornalisti hanno disertato la riunione.
Giunge così a una svolta cruciale la storia di un quotidiano-simbolo che in soli due anni di vita ha già accumulato polemiche, segnando un cambiamento nel mondo dell´informazione cinese. Tra le numerose inchieste su scandali e argomenti tabù, nel giugno scorso fu proprio Notizie di Pechino a rivelare che nella cittadina settentrionale di Dingzhou delle milizie armate avevano aggredito i contadini che protestavano contro l´esproprio delle terre, uccidendo sei manifestanti. In seguito a quello scoop il governo fu costretto a mettere sotto inchiesta due dirigenti locali del partito comunista responsabili della sanguinosa repressione.
L´avvocato Pu Zhiqiang, un legale di Pechino specializzato nella difesa dei giornalisti e attualmente in contatto con Yang Bin, non ha dubbi sulle cause del licenziamento. «Lo stile spregiudicato del giornale - dice - lo ha messo nei guai. Il Dipartimento centrale della Propaganda non poteva tollerarlo più a lungo perché continuavano a uscire inchieste su temi politicamente esplosivi come gli scontri di Dingzhou». L´avvocato rivela un´avvisaglia significativa: poco prima di allontanare il caporedattore, le autorità avevano imposto al giornale di abolire le sue pagine di editoriali e commenti, giudicate troppo libere.
Che Notizie di Pechino sia uscito per ben due anni prima di incorrere nei fulmini della censura, può sembrare un miracolo. È il risultato di due tendenze contraddittorie della Cina di oggi: lo sviluppo dell´economia di mercato da una parte, dall´altra il perdurante monopolio del potere in mano al partito comunista. Il governo ha avviato da tempo una liberalizzazione economica dei mass media, consentendo la proprietà privata dei giornali e la concorrenza fra testate per conquistarsi i lettori. Lo ha fatto anche con l´obiettivo di disimpegnarsi gradualmente dalla proprietà dei giornali e ridurre i sussidi alla stampa. Questa evoluzione ha scatenato una inevitabile ricerca di libertà da parte dei giornalisti e degli editori, via via più spregiudicati nella scelta degli argomenti che possono far salire le tirature. Al tempo stesso, però, il governo mantiene l´ultima parola nell´informazione, con un diritto di censura anche preventiva. In un caso tristemente celebre avvenuto quest´anno, il giornalista Shi Tao è stato messo in carcere (dopo che una sua e-mail era stata consegnata da Yahoo alla polizia) per aver comunicato all´estero una circolare ufficiale che imponeva a tutte le redazioni dei giornali il silenzio sulla ricorrenza della strage di Tienanmen (4 giugno 1989).
La parabola di Notizie di Pechino, dal successo fino allo scontro di queste ore con il governo, è emblematica di queste contraddizioni. Il tabloid fu creato nel 2003 con due azionisti: da una parte il gruppo editoriale Guangming nel quale il partito comunista ha ancora una partecipazione; dall´altra una casa editrice privata di Guangzhou (Canton) nella regione meridionale del Guangdong, già proprietaria di quotidiani locali molto spregiudicati. Il Guangdong ha una stampa più coraggiosa anche per la vicinanza geografica di Hong Kong, dove non c´è censura. Chen Yizhong, fondatore di Notizie di Pechino, era stato in precedenza il direttore di un quotidiano del Guangdong dove erano uscite inchieste scottanti sulla corruzione. Il governo lo aveva fatto arrestare tentando di infangarlo con l´accusa di essere lui stesso corrotto, ma aveva dovuto scagionarlo e liberarlo dopo cinque mesi. Altri sono stati meno fortunati di lui. L´associazione Reporters Senza Frontiere mette la Cina al 159esimo posto su 167 paesi nella classifica della libertà d´informazione, e stima che vi siano almeno 60 giornalisti cinesi attualmente in carcere.
   
   

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