Sfidando il governo cinese sono scesi in sciopero da ieri i 400
giornalisti del quotidiano Notizie di Pechino, un tabloid noto per i
suoi scoop sulla corruzione e altre inchieste politicamente scottanti.
Protestano per il licenziamento disciplinare di un caporedattore e due
reporter "d´assalto" sgraditi al regime. È un conflitto senza
precedenti nella storia della Repubblica popolare, dove lo sciopero è
vietato e i mass media restano sottoposti al controllo del partito
comunista. Lo scontro fa esplodere di colpo alla luce del sole una
tensione che cova da tempo: certi giornalisti cinesi hanno cominciato
a praticare un´informazione più libera, sfidando la censura e cercando
di allargare i confini di ciò che viene tollerato dalle autorità, ma
il regime guidato dal presidente Hu Jintao reagisce con la
repressione. Sullo sciopero della redazione di Notizie di Pechino è
calata subito la censura. Un blogger indipendente, An Ti, ha dato la
notizia per primo in Cina ma il suo blog è stato oscurato dopo poche
ore. Le chat-room e i siti Internet dove era iniziato un dibattito
sull´episodio sono stati bloccati. Per gli altri giornali, le tv e le
radio, la notizia dello sciopero non esiste. Ma almeno ai lettori
abituali del tabloid è impossibile nascondere che qualcosa sta
accadendo: ieri Notizie di Pechino è uscito in edicola con appena 32
pagine invece delle solite 80, e al posto degli articoli firmati dai
giornalisti c´erano notiziari ripresi dall´agenzia stampa ufficiale
Xinhua.
Il casus belli è stato la rimozione dal suo incarico del caporedattore
Yang Bin e di due inviati, tutti trasferiti in un giornale di
provincia e sostituiti da giornalisti più "affidabili". Un
vicedirettore, Li Duoyu, si è dimesso per solidarietà, e la redazione
ha deciso di sospendere il lavoro. Il presidente della casa editrice
che ha la maggioranza del giornale, Dai Zigeng, ha tentato di
convocare un´assemblea di redazione per mettere fine alla protesta, ma
i giornalisti hanno disertato la riunione.
Giunge così a una svolta cruciale la storia di un quotidiano-simbolo
che in soli due anni di vita ha già accumulato polemiche, segnando un
cambiamento nel mondo dell´informazione cinese. Tra le numerose
inchieste su scandali e argomenti tabù, nel giugno scorso fu proprio
Notizie di Pechino a rivelare che nella cittadina settentrionale di
Dingzhou delle milizie armate avevano aggredito i contadini che
protestavano contro l´esproprio delle terre, uccidendo sei
manifestanti. In seguito a quello scoop il governo fu costretto a
mettere sotto inchiesta due dirigenti locali del partito comunista
responsabili della sanguinosa repressione.
L´avvocato Pu Zhiqiang, un legale di Pechino specializzato nella
difesa dei giornalisti e attualmente in contatto con Yang Bin, non ha
dubbi sulle cause del licenziamento. «Lo stile spregiudicato del
giornale - dice - lo ha messo nei guai. Il Dipartimento centrale della
Propaganda non poteva tollerarlo più a lungo perché continuavano a
uscire inchieste su temi politicamente esplosivi come gli scontri di
Dingzhou». L´avvocato rivela un´avvisaglia significativa: poco prima
di allontanare il caporedattore, le autorità avevano imposto al
giornale di abolire le sue pagine di editoriali e commenti, giudicate
troppo libere.
Che Notizie di Pechino sia uscito per ben due anni prima di incorrere
nei fulmini della censura, può sembrare un miracolo. È il risultato di
due tendenze contraddittorie della Cina di oggi: lo sviluppo
dell´economia di mercato da una parte, dall´altra il perdurante
monopolio del potere in mano al partito comunista. Il governo ha
avviato da tempo una liberalizzazione economica dei mass media,
consentendo la proprietà privata dei giornali e la concorrenza fra
testate per conquistarsi i lettori. Lo ha fatto anche con l´obiettivo
di disimpegnarsi gradualmente dalla proprietà dei giornali e ridurre i
sussidi alla stampa. Questa evoluzione ha scatenato una inevitabile
ricerca di libertà da parte dei giornalisti e degli editori, via via
più spregiudicati nella scelta degli argomenti che possono far salire
le tirature. Al tempo stesso, però, il governo mantiene l´ultima
parola nell´informazione, con un diritto di censura anche preventiva.
In un caso tristemente celebre avvenuto quest´anno, il giornalista Shi
Tao è stato messo in carcere (dopo che una sua e-mail era stata
consegnata da Yahoo alla polizia) per aver comunicato all´estero una
circolare ufficiale che imponeva a tutte le redazioni dei giornali il
silenzio sulla ricorrenza della strage di Tienanmen (4 giugno 1989).
La parabola di Notizie di Pechino, dal successo fino allo scontro di
queste ore con il governo, è emblematica di queste contraddizioni. Il
tabloid fu creato nel 2003 con due azionisti: da una parte il gruppo
editoriale Guangming nel quale il partito comunista ha ancora una
partecipazione; dall´altra una casa editrice privata di Guangzhou
(Canton) nella regione meridionale del Guangdong, già proprietaria di
quotidiani locali molto spregiudicati. Il Guangdong ha una stampa più
coraggiosa anche per la vicinanza geografica di Hong Kong, dove non
c´è censura. Chen Yizhong, fondatore di Notizie di Pechino, era stato
in precedenza il direttore di un quotidiano del Guangdong dove erano
uscite inchieste scottanti sulla corruzione. Il governo lo aveva fatto
arrestare tentando di infangarlo con l´accusa di essere lui stesso
corrotto, ma aveva dovuto scagionarlo e liberarlo dopo cinque mesi.
Altri sono stati meno fortunati di lui. L´associazione Reporters Senza
Frontiere mette la Cina al 159esimo posto su 167 paesi nella
classifica della libertà d´informazione, e stima che vi siano almeno
60 giornalisti cinesi attualmente in carcere.