La Cina alla guerra delle parole
proibite
Il blackout di Wikipedia è l'ultimo e il
più clamoroso diktat che la censura di Pechino infligge a Internet.
Per sorvegliare l'informazione che circola in rete il governo cinese
impiega un esercito di 30.000 tecnici a tempo pieno, assistiti da
raffinati programmi di software che "filtrano" le parole,
cancellano, censurano, bloccano messaggi o mettono fuori uso interi
siti. Il Center for Internet and Society dell'università di Harvard
lo ha definito "il più sofisticato sforzo in atto nel mondo" per
controllare il cyberspazio. Un dissidente cinese che si è dedicato
allo studio di questa macchina della censura, Xiao Qiang, è riuscito
a "estrarre" il programma di software usato da Pechino: contiene
1.041 parole sospette. Nella lista nera solo il 15% sono termini che
hanno a che vedere con la pornografia, la pedofilia. Il resto
riguarda invece le libertà politiche e religiose, i diritti umani.
Tra le 1.041 parole pericolose ci sono "democrazia", "libertà" e
tutti i suoi composti e derivati (Free-China, Free-Net),
"corruzione", "manifestazione", "sciopero", "Tibet indipendente",
"Falun Gong". C'è anche "figli di dirigenti del partito", forse per
individuare tentativi di ricerca online sui patrimoni familiari, le
aziende che possiedono, i consigli d'amministrazione di cui sono
membri. Le 1.041 parole sospette non vengono necessariamente
censurate. Sono i campanelli d'allarme che fanno scattare i filtri
della sorveglianza: la Grande Muraglia di Fuoco, come l'hanno
definita i navigatori online cinesi. Se uno clicca troppe volte
"Tibet libero" vede misteriosamente interrotta la connessione.
Oppure si trova istradato per forza verso il sito ufficiale del
governo che esalta "la pacifica liberazione del Tibet" da parte
dell'esercito cinese nel 1950. L'offensiva contro Wikipedia ottiene
questo risultato. Alla voce "Tienanmen 1989" l'enciclopedia online
in tutto il resto del mondo inizia con la spiegazione: "La protesta
di Piazza Tienanmen a Pechino nella primavera del 1989, seguita dal
massacro del 4 giugno...". Ma questo testo non è più accessibile
dalla Cina. Provo a effettuare una ricerca analoga usando il sito
ufficiale del governo, http://service.china.org. Digito "Tienanmen
1989". Risposta: risultati zero, documenti zero, schermo bianco. Se
ancora esistesse Wikipedia per i cinesi, alla voce Tibet potrebbero
leggere la storia delle rivolte, la fuga in esilio del Dalai Lama,
le condanne dell'Onu per l'uso della tortura contro i monaci
buddisti. Ma Wikipedia è scomparsa dietro la Grande Muraglia di
Fuoco. Internet mi dirige invece verso il China Tibet Information
Center(http://en.tibet.cn che vanta le bellezze turistiche della
regione. Alla voce Taiwan su Wikipedia potrei sapere che nell'isola
c'è una democrazia parlamentare, libere elezioni e l'alternanza dei
partiti al governo, un privilegio negato sul continente a un
miliardo e trecento milioni di cittadini. Finisco invece su www.
chinataiwan. org che definisce l'isola come "la provincia della
Cina" che "fu occupata dalla Settima Flotta degli Stati Uniti". Nel romanzo "1984" di George Orwell il
protagonista Winston è impiegato al Ministero della Verità. Ogni
giorno il suo lavoro consiste nel ritagliare dai giornali le notizie
politicamente sgradite, che inserisce in piccole capsule nella posta
pneumatica verso la distruzione. A fianco a lui un'impiegata ha il
compito di cancellare i nomi delle persone che sono state
"vaporizzate". La Cina ha realizzato l'incubo di Orwell,
"vaporizzando" il Dalai Lama, migliaia di nomi di dissidenti,
milioni di vittime della Rivoluzione Culturale, dei gulag, di Piazza
Tienanmen. Poche settimane fa è stato "vaporizzato" il più celebre
blog tenuto da un giornalista cinese sotto lo pseudonimo di An Ti.
Aveva dato per primo la notizia dello sciopero della redazione di
Notizie di Pechino, in rivolta per il licenziamento politico di
alcuni giornalisti. Ora il suo blog è stato oscurato e da Internet è
scomparso anche tutto ciò che vi era stato pubblicato prima. Come
sostiene l'organizzazione Human Rights, "in Cina perfino Internet
non ha memoria". Oltre alle tecnologie avanzate la
censura cinese usa anche metodi più tradizionali. Una volta al mese
la direttrice dell'Ufficio di Informazione, signora Wang Hui,
convoca nella sua sala riunioni i dirigenti dei maggiori siti
Internet a cui espone le direttive del governo, precisando quali
notizie si possono dare e quali no. Alla riunione partecipano anche
i rappresentanti dei siti stranieri che operano in Cina, come Yahoo,
che prendono nota delle direttive. Yahoo l'estate scorsa ha rivelato
alla polizia cinese il contenuto di una email inviata da un suo
abbonato, il giornalista Shi Tao. Per quella email in cui Shi Tao
citava proprio i metodi della censura, lui è in carcere. E' stata la Microsoft invece a chiudere
il blog di An Ti per compiacere al governo di Pechino, nonostante
che quel blog dipendesse tecnicamente da San Francisco. Yahoo e
Microsoft si giustificano con la necessità di rispettare le leggi
locali. Nessuno vuole farsi escludere da un mercato cinese che ha
già più di cento milioni di navigatori online e si appresta a
superare le dimensioni degli Stati Uniti. Credevamo che Internet
potesse esportare le nostre libertà a Pechino e Shanghai. A
giudicare dal caso della Microsoft che ha applicato la giurisdizione
cinese in America, sembra quasi che possa succedere il contrario.
per ulteriori informazioni e per scriverci:
direttore.isf@libero.it
di Federico Rampini
Fonte: la Repubblica
13 gennaio 2006
I
giovaniI cinesi che la usavano per preparare i compiti in classe,
gli esami e le tesi di laurea, hanno perso la loro finestra sul
mondo. Il governo ha oscurato definitivamente Wikipedia, bloccando
l'accesso alla più celebre enciclopedia universale su Internet. Tra
i 225 milioni di vocaboli che contiene ci sono troppe definizioni
scomode: Tienanmen 1989 e democrazia, Tibet e repressione. Il regime
cinese ha paura delle parole, su Wikipedia la parola non si può
controllare. A cinque anni dalla sua creazione, tradotto in cento
lingue, il dizionario enciclopedico consultato in ogni istante da
milioni di persone su tutto il pianeta è un prodotto della libertà.
Nasce come un testo "aperto", le sue definizioni vengono assemblate,
corrette, aggiornate continuamente dal contributo spontaneo e
gratuito della collettività dei lettori. Non è un sito politico, non
vuole fare opinione, non è nulla di più che un giacimento di
vocaboli e di spiegazioni, accessibili con un clic sulla tastiera
del computer. Ma per Pechino proprio questo era diventato una
minaccia. Ora ad ogni ricerca di un termine su Wikipedia, fosse
anche il più banale, per chi sta in Cina il sito non risponde più:
schermo vuoto, "non disponibile per ragioni tecniche".