Cerchiamo
di essere seri: la delusione nei confronti di
Google è del tutto immotivata, perché non
motivate erano le aspettative democratiche e
socialmente responsabili depositate nel magico
logo colorato che anima il grande motore di
ricerca internet. Comunque la polemica in rete è
assai accesa, dopo che la casa californiana ha
accettato di sottoporre a censura molte parole
chiave, di modo che i siti sgraditi al governo
cinese non siano visibili ai 110 milioni di
utenti della rete in Cina. Venerdì se ne è
discusso persino a Davos, al forum dei potenti
della terra (World Economic Forum) e con grande
galanteria Bill Gates ha preso le difese di
Google, che è il suo grande rivale sul fronte
dei servizi di informazione digitali. La tesi
del fondatore di Microsoft è che l'arrivo
dell'internet in Cina è comunque un progresso,
dato che un accesso (sia pure limitato) al mondo
esterno avrà l'effetto positivo di ridurre le
nuove possibilità di censura. Sempre a Davos
anche Sergey Brin, uno dei due trentenni che
fondarono Google ha difeso la sua società.
Intanto ha fatto notare che «in realtà negli
ultimi due anni Google è stato censurato in
Cina, ma non da noi, bensì dal governo, con la
grande firewall» (barriera elettronica, dotata
di filtri). Ha aggiunto poi: «Sono arrivato alla
conclusione che più informazione è comunque
meglio, anche se non è così completa come ci
piacerebbe».
Assolutamente critici verso la decisione di
Google sono invece Amnesty International,
Reporters Sans Frontiéres e la Electronic
Frontiere Foundations, l'associazione americana
che fin dalle origini si batte per i diritti
civili nel cyberspazio. In ogni caso i tre
grandi motori di ricerca sono stati convocati
per una audizione al parlamento americano la
settimana prossima. Oltre a Google ci sarà
dunque anche Microsoft, che nei mesi scorsi,
senza esservi assolutamente obbligata, ha fatto
la cortesia di chiudere un diario (blog) di un
giornalista cinese, scritto in America e
depositato su computer americani. E ci sarà
anche Yahoo! che tra tutti e tre ha fatto la
cosa più grave, rivelando agli organi di polizia
cinese il nome di un blogger che scriveva
critiche alla politica del governo,
consentendone identificazione e arresto. Il
governo americano non mette in discussione il
fatto che aziende Usa facciano affari in Cina
(sono migliaia e migliaia) ma che esse trattino
con le polizie o magari con i servizi segreti.
Nell'ottica di Microsoft e dei suoi colleghi si
può capire che il bicchiere della democrazia di
rete in Cina appaia mezzo pieno, perché è un
bicchiere, anzi una botte, che essi intendono
riempire con il loro vino. Secondo il «China
Internet Network Information Centre» gli
abitanti del paese collegati all'internet sono
stati 111 milioni nel 2005 e i numeri sono in
ascesa continua. Più di 300 milioni sono coloro
che usano i telefoni cellulari e ben 60 milioni
hanno già collegamenti a banda larga. Certo c'è
il problema della pirateria del software, ma
Gates, che è uomo realistico, sa benissimo che
nella fase iniziale di decollo di un mercato, è
meglio che gli utenti si abituino a usare il tuo
software anche se craccato, piuttosto che
rivolgersi ad altri fornitori. Anche in questo
caso Bill ha il pregio del parlar chiaro. «Siamo
disturbati dal fatto che usino i nostri software
senza pagare, ma non per questo prendiamo su e
ce ne andiamo».
Insomma, le aziende digitali fanno i loro
affari, talora con qualche consapevolezza dei
problemi sociali, ma sempre considerandoli
secondari. Non c'è da stupirsi né da indignarsi
troppo. Ma almeno che cadano le ipocrisie.
Google è una grande risorsa di lavoro, di
socialità, di contatti umani e per di più
gratuita. Grazie a quel motore di ricerca la
vita di molti di noi, specialmente di quelli che
cercano e trattano informazione, è migliorata,
al punto che sarebbe difficile oggi immaginare
un computer non collegato in rete e una rete
senza Google e i suoi cugini.
Molto più fastidioso, al limite dell'ipocrisia,
è il fatto che la società di Mountain View
pretenda di avere una missione sociale (rendere
disponibile tutta l'informazione a tutto il
mondo) e un valore umanitario («Dont' be evil»).
La sua missione, come quella di tutte le imprese
del sistema del capitale è quella di creare
valore per gli azionisti e lo resta anche al di
là delle eventuali buone disposizioni d'animo
dei suoi proprietari. In questo senso la scelta
fatta a suo tempo da Bill Gates e sua moglie
Melinda di separare le attività business
(Microsoft Corp.) da quelle filantropiche (la
Fondazione) è più limpida.
Microsoft è una macchina per fare soldi,
spregiudicata negli affari, cinica nel resistere
alle ordinanze delle autorità antitrust,
sufficientemente flessibile nel capire dove va
il mercato e dunque nell'adeguarsi alle pratiche
del software aperto o condiviso quando i clienti
lo chiedono e la concorrenza incalza. Niente di
più e niente di meno.
Nello stesso tempo è probabilmente sbagliato
pretendere che siano queste aziende a fare la
politica dei diritti civili a scala globale,
quando chi dovrebbe farlo invece non lo fa. I
governi insomma, e le organizzazioni
internazionali. Eppure su questo fronte le
soluzioni sarebbero assai facili se ci fosse la
volontà. Boicottare il Sud Africa razzista fu a
suo tempo impresa difficile e piena di
scappatoie. Lo stesso per il boicottaggio
dell'Iraq del dittatore Saddam Hussein. Ma nel
caso della rete internet bastano pochi colpi di
mouse sui 13 computer che gestiscono la rete
mondiale per tagliare fuori un paese. Basterebbe
dunque stabilire, in sede internazionale, che
per accedere all'internet mondiale un paese
debba impegnarsi a non bloccare la circolazione
di nessuna informazione, da qualsiasi fonte
provenga. Se vuole farlo, controllando ciò che i
suoi cittadini leggono e scrivono, allora si
faccia la sua rete locale, ma isolata dal mondo,
e non speri di fare commerci e affari con ilo
resto del mondo per quella strada. Usi il
telefono, il telex, o i piccioni viaggiatori.
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