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Una Internet di governo

di Franco Carlini
fonte: il Manifesto

31 gennaio 2006

Cerchiamo di essere seri: la delusione nei confronti di Google è del tutto immotivata, perché non motivate erano le aspettative democratiche e socialmente responsabili depositate nel magico logo colorato che anima il grande motore di ricerca internet. Comunque la polemica in rete è assai accesa, dopo che la casa californiana ha accettato di sottoporre a censura molte parole chiave, di modo che i siti sgraditi al governo cinese non siano visibili ai 110 milioni di utenti della rete in Cina. Venerdì se ne è discusso persino a Davos, al forum dei potenti della terra (World Economic Forum) e con grande galanteria Bill Gates ha preso le difese di Google, che è il suo grande rivale sul fronte dei servizi di informazione digitali. La tesi del fondatore di Microsoft è che l'arrivo dell'internet in Cina è comunque un progresso, dato che un accesso (sia pure limitato) al mondo esterno avrà l'effetto positivo di ridurre le nuove possibilità di censura. Sempre a Davos anche Sergey Brin, uno dei due trentenni che fondarono Google ha difeso la sua società. Intanto ha fatto notare che «in realtà negli ultimi due anni Google è stato censurato in Cina, ma non da noi, bensì dal governo, con la grande firewall» (barriera elettronica, dotata di filtri). Ha aggiunto poi: «Sono arrivato alla conclusione che più informazione è comunque meglio, anche se non è così completa come ci piacerebbe».

Assolutamente critici verso la decisione di Google sono invece Amnesty International, Reporters Sans Frontiéres e la Electronic Frontiere Foundations, l'associazione americana che fin dalle origini si batte per i diritti civili nel cyberspazio. In ogni caso i tre grandi motori di ricerca sono stati convocati per una audizione al parlamento americano la settimana prossima. Oltre a Google ci sarà dunque anche Microsoft, che nei mesi scorsi, senza esservi assolutamente obbligata, ha fatto la cortesia di chiudere un diario (blog) di un giornalista cinese, scritto in America e depositato su computer americani. E ci sarà anche Yahoo! che tra tutti e tre ha fatto la cosa più grave, rivelando agli organi di polizia cinese il nome di un blogger che scriveva critiche alla politica del governo, consentendone identificazione e arresto. Il governo americano non mette in discussione il fatto che aziende Usa facciano affari in Cina (sono migliaia e migliaia) ma che esse trattino con le polizie o magari con i servizi segreti.

Nell'ottica di Microsoft e dei suoi colleghi si può capire che il bicchiere della democrazia di rete in Cina appaia mezzo pieno, perché è un bicchiere, anzi una botte, che essi intendono riempire con il loro vino. Secondo il «China Internet Network Information Centre» gli abitanti del paese collegati all'internet sono stati 111 milioni nel 2005 e i numeri sono in ascesa continua. Più di 300 milioni sono coloro che usano i telefoni cellulari e ben 60 milioni hanno già collegamenti a banda larga. Certo c'è il problema della pirateria del software, ma Gates, che è uomo realistico, sa benissimo che nella fase iniziale di decollo di un mercato, è meglio che gli utenti si abituino a usare il tuo software anche se craccato, piuttosto che rivolgersi ad altri fornitori. Anche in questo caso Bill ha il pregio del parlar chiaro. «Siamo disturbati dal fatto che usino i nostri software senza pagare, ma non per questo prendiamo su e ce ne andiamo».

Insomma, le aziende digitali fanno i loro affari, talora con qualche consapevolezza dei problemi sociali, ma sempre considerandoli secondari. Non c'è da stupirsi né da indignarsi troppo. Ma almeno che cadano le ipocrisie. Google è una grande risorsa di lavoro, di socialità, di contatti umani e per di più gratuita. Grazie a quel motore di ricerca la vita di molti di noi, specialmente di quelli che cercano e trattano informazione, è migliorata, al punto che sarebbe difficile oggi immaginare un computer non collegato in rete e una rete senza Google e i suoi cugini.

Molto più fastidioso, al limite dell'ipocrisia, è il fatto che la società di Mountain View pretenda di avere una missione sociale (rendere disponibile tutta l'informazione a tutto il mondo) e un valore umanitario («Dont' be evil»). La sua missione, come quella di tutte le imprese del sistema del capitale è quella di creare valore per gli azionisti e lo resta anche al di là delle eventuali buone disposizioni d'animo dei suoi proprietari. In questo senso la scelta fatta a suo tempo da Bill Gates e sua moglie Melinda di separare le attività business (Microsoft Corp.) da quelle filantropiche (la Fondazione) è più limpida.

Microsoft è una macchina per fare soldi, spregiudicata negli affari, cinica nel resistere alle ordinanze delle autorità antitrust, sufficientemente flessibile nel capire dove va il mercato e dunque nell'adeguarsi alle pratiche del software aperto o condiviso quando i clienti lo chiedono e la concorrenza incalza. Niente di più e niente di meno.

Nello stesso tempo è probabilmente sbagliato pretendere che siano queste aziende a fare la politica dei diritti civili a scala globale, quando chi dovrebbe farlo invece non lo fa. I governi insomma, e le organizzazioni internazionali. Eppure su questo fronte le soluzioni sarebbero assai facili se ci fosse la volontà. Boicottare il Sud Africa razzista fu a suo tempo impresa difficile e piena di scappatoie. Lo stesso per il boicottaggio dell'Iraq del dittatore Saddam Hussein. Ma nel caso della rete internet bastano pochi colpi di mouse sui 13 computer che gestiscono la rete mondiale per tagliare fuori un paese. Basterebbe dunque stabilire, in sede internazionale, che per accedere all'internet mondiale un paese debba impegnarsi a non bloccare la circolazione di nessuna informazione, da qualsiasi fonte provenga. Se vuole farlo, controllando ciò che i suoi cittadini leggono e scrivono, allora si faccia la sua rete locale, ma isolata dal mondo, e non speri di fare commerci e affari con ilo resto del mondo per quella strada. Usi il telefono, il telex, o i piccioni viaggiatori.

   
   

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