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Internet, la Cina si difende: "Censura? Per la pornografia

di Federico Rampini
fonte: la Repubblica

16 febbraio 2006

Assediato dalle critiche straniere, e alle prese con un´opinione pubblica nazionale sempre più vivace, il governo cinese per la prima volta ha sentito il bisogno di giustificare la sua censura di Internet. Mentre il Congresso degli Stati Uniti mette sotto accusa le imprese americane "collaborazioniste" che accettano i diktat di Pechino - Yahoo!, Microsoft, Google - un alto esponente del governo cinese ha difeso i controlli definendoli «limitati» e «uguali a quelli praticati da altri paesi» inclusi gli Stati Uniti.
A uscire allo scoperto è stato Liu Zhengrong, vicedirettore dell´Ufficio Internet presso il ministero dell´Informazione. In una conferenza stampa ha ammesso per la prima volta apertamente che la Cina blocca l´accesso ad alcuni siti e oscura certi argomenti su Internet. Ha però definito «ingiuste» le critiche, perché i siti stranieri proibiti «sono pochissimi e per lo più hanno un contenuto che riguarda il terrorismo o la pornografia». I metodi usati dalla Cina, ha aggiunto Liu, «sono completamente coerenti con le regole internazionali. Ho studiato le normative degli altri paesi e sono giunto alla conclusione che abbiamo gli stessi obiettivi e gli stessi principi». Liu ha citato ad esempio il regolamento del New York Times che per il sito online si riserva il diritto di «cancellare messaggi offensivi, diffamatori, osceni o inaccettabili per altri motivi». Ha anche ricordato che il Patriot Act approvato dal Congresso degli Stati Uniti dopo l´11 settembre 2001 contiene «indicazioni dettagliate» sulla facoltà per il governo di accedere su Internet a informazioni su privati cittadini.
In realtà le autorità cinesi oscurano sistematicamente molti siti stranieri che non hanno contenuto né pornografico né terroristico: dalla Bbc all´enciclopedia Wikipedia, fino al sito dei missionari cattolici italiani AsiaNews. Sono tutti inaccessibili agli utenti cinesi, perché colpevoli di contenere informazioni sgradite sui tanti argomenti tabù: il massacro di Tienanmen del 1989, il Dalai Lama, le violazioni dei diritti umani o delle libertà religiose.
Il governo cinese impiega un esercito di trentamila tecnici per monitorare Internet, e inserisce surrettiziamente dei programmi di software che cancellano le «parole proibite»: una lunga serie di termini tabù che vanno da «democrazia» a «Falun Gong». Secondo un rapporto pubblicato da OpenNet Initiative, un gruppo di ricercatori universitari americani, canadesi e inglesi, «la Cina gestisce il sistema di filtri su Internet più esteso, ambizioso e tecnologicamente sofisticato del mondo». E´ proprio per avere accettato di cooperare con questa censura, che oggi sono sotto accusa le maggiori multinazionali americane di Internet. Pur di avere accesso a un mercato che sta diventando il primo del mondo - la Cina ha già 111 milioni di utenti Internet e alla fine dell´anno arriverà a quota 130 scavalcando gli Stati Uniti - i big americani sono scesi ad ogni compromesso.
La Microsoft e Google hanno varato delle versioni cinesi dei loro portali che «autoescludono» automaticamente tutti i termini sgraditi alla censura di Pechino. Yahoo! ha fatto di peggio: in almeno due casi, documentati dall´associazione Reporter Senza Frontiere, l´azienda americana ha fornito alla polizia cinese delle e-mail di due suoi utenti, due giornalisti cinesi che in seguito a quella delazione sono finiti in carcere. Le multinazionali Usa, costrette a rispondere a un´indagine del Congresso di Washington, si giustificano con l´obbligo di rispettare le leggi dei paesi in cui operano. In molti casi questo alibi non regge. Yahoo-Cina ha la sede sociale a Hong Kong, regione a statuto autonomo dove vige la libertà di stampa e la censura cinese non si applica. Microsoft ha censurato perfino un blog cinese che tecnicamente dipendeva dal portale di San Francisco. Al Congresso Usa è stato presentato un disegno di legge che renderebbe questi comportamenti perseguibili e punibili.
Le reazioni suscitate nei paesi occidentali contribuiscono a spiegare l´insolita decisione del governo cinese di uscire allo scoperto e giustificare il suo operato. Ma anche in Cina la censura provoca reazioni. Malgrado il monitoraggio delle autorità continuano a proliferare dei blog che affrontano temi scottanti come la corruzione. Per quanto il regime cerchi di oscurare e cancellare le notizie sgradite, il cyberspazio è troppo vasto per sopportare un controllo a tenuta stagna.
Anche nei mass media tradizionali la repressione imperversa ma non riesce a zittire tutte le voci del dissenso. Decine di giornalisti sono finiti in carcere per avere pubblicato inchieste coraggiose, ed è stato chiuso poche settimane fa perfino il supplemento del Quotidiano della Gioventù comunista che si era distinto nelle inchieste di attualità. Il giro di vite voluto dal presidente Hu Jintao è però una conferma indiretta che molta informazione "scomoda" continua a circolare, anche per effetto della privatizzazione dell´industria editoriale. Inoltre il giro di vite di Hu Jintao non è condiviso da tutto il partito. Ne è una testimonianza la lettera aperta che diversi membri della nomenklatura - tra cui l´ex segretario di Mao Zedong - hanno firmato per protestare contro la chiusura dell´inserto del Quotidiano della Gioventù.
   
   

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