Esce
pubblicato da Polistampa, “L’ultima Primavera”,
il primo libro della collana ‘Disfunzioni’,
dedicato alla lotta dei giornalisti iraniani per
la libertà di stampa e d’informazione. L’autore
è Ahmad Rafat, un vecchio inviato da prima
linea. Per il settimanale spagnolo Tiempo ha
coperto le guerre in Jugoslavia, Somalia ,
Afghanistan, Eritrea e in Iraq. Ora, per
l'Ankronos International e Radio Farda, in
lingua farsi, è appena tornato da Vienna, dove
ha seguito gli ultimi sviluppi delle vicende
diplomatiche legate al nucleare iraniano. Lo
incontriamo nel suo ufficio di Roma, pieno di
foto e di testimonianze dai tanti fronti battuti
in questi anni, mentre scrive lanci di agenzie e
registra servizi al microfono.
"Tutto il mondo ne parla, ma a Teheran nessuno ha scritto nemmeno una riga sul nucleare iraniano al Consiglio di sicurezza dell' Onu - dice Rafat, con il volto attraversato da un'amara ironia - Gli unici giornali pubblicati fanno da megafono al governo di Ahmadinejad'. Gli altri tacciono. Per ora".
Ahmad ha appena scritto un libro per conto dell'associazione Information Safety and Freedom di cui è un dirigente. Si intitola “L'ultima primavera. La lotta per la libertà di stampa in Iran”, raccoglie le testimonianze dei maggiori protagonisti del giornalismo indipendente iraniano e sta arrivando nelle librerie in questi giorni per i tipi della casa editrice Polistampa.
Perché un titolo così pessimista?
''Se fossi stato davvero pessimista, avrei parlato di 'inverno nero',
pensando alla situazione attuale in Iran dove tutti i giornali
indipendenti sono stati chiusi. Con il titolo scelto ho comunque
voluto riferirmi a un periodo passato, una breve parentesi negli anni
a cavallo tra questo secolo e quello da poco concluso, che ha visto il
fiorire di un'informazione indipendente in Iran".
Il tuo libro si riferisce in
particolare al periodo fra il 1997 e il 2000, legato alle speranze
suscitate dall'elezione del riformista Mohammad Khatami alla
Presidenza del governo di Teheran. E' la storia di grandi speranze
tradite e in parte finite nel sangue...
"Sì, è così. Molti dei dodici colleghi che raccontano la propria
esperienza nel libro facevano parte dei circoli intellettuali
riformisti legati a Khatami e dopo la sua elezione si sono lanciati
con entusiasmo dando vita, con l'apertura di decine di testate
indipendenti e l'avvio di un coraggioso giornalismo d'inchiesta, a
quella che è stata appunto chiamata la primavera della stampa".
Raccontaci qualcosa di questo
giornalismo indipendente: cosa scrivevano quei giornali?
"E' stato un giornalismo molto aggressivo: Akbar Ganji denunciava le
responsabilità degli uomini del regime negli omicidi degli
intellettuali avvenuti in quegli anni, Mashaollah Shamselvaezin
chiedeva dalle pagine dei suoi giornali profonde riforme per
trasformare il regime in democrazia...
Ed è finito?
"Quei giornali sono stati tutti chiusi. I giornalisti, per fortuna ci
sono ancora, ma se sono rimasti in Patria sono costretti al silenzio,
altrimenti sono fuggiti all'estero".
Quindi in Iran non c'è alcuno
spazio di libertà?
"Nei Paesi arabi, come possono essere la Siria o l'Arabia Saudita, la
libertà di stampa non esiste proprio. In Iran quella che manca è la
libertà del 'dopo stampa '. Perché scrivere si può, ma poi si pagano
le conseguenze di ciò che si è scritto. Ecco perché molto si
autocensurano, magari poi riportando le notizie sull' Iran citando
come fonti i media stranieri. Ma riferire una notizia sull'Iran
riprendendo la Bbc o la Cnn, ad esempio, non è lo stesso che darla in
prima persona' .
Se i giornali sono chiusi,
restano i blog , lo spazio libero di internet...
"Il ruolo di Internet, con il misero 5-7 per cento di iraniani che vi
ha accesso, e quello dei blog è importantissimo, ma non sostitutivo
della stampa vera e propria, perché sono e rimangono comunque diari
personali. Resta comunque una forma di comunicazione marginale. Invece
le emittenti in lingua farsi che trasmettono dai paesi dove la libertà
d'informazione è garantita dalla Costituzione, svolgono un ruolo molto
importante nello sviluppo della cultura democratica e pluralista in
Iran dando la possibilità all'opinione pubblica di avere accesso a una
pluralità di fonti . E oscurare tutti i satelliti è troppo costoso
anche per il governo iraniano. Attualmente le trasmissioni radio, via
satellite, etere o Internet in lingua farsi con base fuori dai confini
della Repubblica islamica sono 107. Oltre il 50 per cento di queste è
finanziato dai governi o da istituzioni dei Paesi dove trasmettono (e
che vanno dalla Turchia alla Francia, dalla Germania al Giappone, fino
agli Usa e alla Cina. Italia esclusa)".
Ma esiste un movimento per la
democrazia e la libertà di stampa?
"Vedi , io sono nato al secondo piano della palazzina che ospitava la
redazione del settimanale diretto da mio padre, un uomo che si è visto
chiudere il giornale perché era una voce fuori dal coro. Oggi ammetto
di avere un rimprovero da fargli: era una persona che ha sempre
creduto nella libertà di stampa, ma non ha mai avuto la forza di
combattere per essa. Quando gli hanno chiuso il giornale non ha
combattuto, ha cambiato mestiere. Un atteggiamento, il suo,
caratteristico di una ''generazione fatalista ', che addossava la
colpa di tutto ai paesi occidentali. Ed è un atteggiamento ancora
molto diffuso. E' una situazione di stallo che potrà bloccarsi, forse,
solo quando gli iraniani cominceranno a pensare l' Iran come un
patrimonio loro , quando insomma si vestiranno dei panni dei
protagonisti, e non solo degli spettatori passivi o delle vittime
designate".
Insomma, servono personaggi che
non cedano a compromessi, come Akbar Ganji che ha sfidato il carcere e
la morte?
''Il mio libro è uscito dalla tipografia nello stesso giorno in cui è
uscito dal carcere il giornalista Akbar Ganji, il più noto dissidente
iraniano. Con la liberazione di Akbar uno degli obiettivi di questo
volume (che rientra fra le iniziative di Isf per la campagna a favore
di Ganji ) è stato raggiunto. Ma la sua liberazione non è definitiva:
altri processi per altre querele lo attendono. Il mondo però non deve
permettere che questo grande uomo finisca di nuovo in carcere. E' a
lui che ho voluto dedicare questo libro, a un giornalista che paga il
prezzo della propria indipendenza dal potere e crede che ogni uomo
deve liberamente poter esprimere le proprie idee. Un ''cipresso'',
come in Iran vengono chiamati gli uomini del calibro di Ganji, alberi
che nella letteratura qualche volta si rompono, ma non si piegano
mai''.
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