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Grossi guai per l'amico George

di Roberto Reale
segretario generale di Information Safety and Freedom

07 aprile 2006

“Leaker in Chief”.  L’ironia del Los Angeles Times è ferocemente efficace. Nell’America della “Guerra al Terrore”, George W. Bush ha amato in questi anni farsi definire  dai suoi  compatrioti “Commander in Chief” (Comandante in Capo). Adesso il giornale californiano ci spiega – con il gioco di  parole di un titolo illuminante – che il presidente è si il capo. Non  proprio delle Forze Armate quanto della banda di  “spifferatori/talpe”  che dalla Casa Bianca (leak è il termine usato per “fuga di notizie”)  non hanno avuto scrupoli a “usare informazioni riservate, coperte dal segreto, per colpire gli avversari politici”.  La faccenda per il Presidente è delicatissima.

A fare il suo nome agli inquirenti è stato Lewis Scooter Libby,  già braccio destro del vicepresidente Cheney. L’uomo è accusato di aver rivelato a tre giornalisti il nome di Valerie Plame, un’agente della Cia coperta dall’anonimato, la cui unica “colpa” agli occhi dell’amministrazione era quella di essere la moglie dell’ ambasciatore Joseph Wilson che aveva sbugiardato la Casa Bianca a proposito della bufala del presunto uranio del Niger che Saddam avrebbe cercato di acquistare. In buona sostanza Scooter Libby avrebbe detto ( ma tutti i particolari ancora non si conoscono) agli uomini del Procuratore Fitzgerald che il Presidente aveva personalmente autorizzato il vice Cheney a divulgare alcune notizie riservate sulla guerra in Iraq. 

Dal punto di vista legale George W. Bush non corre enormi rischi: come capo dell’esecutivo ha il potere di desecretare le informazioni che vuole. Dal punto di vista politico/morale però si trova davanti a un vero e proprio baratro. In un paese che ormai gli ha voltato le spalle ( l’ultimo sondaggio dice che il 62% degli americani disapprova il suo operato), l’accertamento di un suo personale coinvolgimento  nello scandalo Ciagate potrebbe accellerarne la fine.  Anche perché in questi anni il Presidente si era sempre presentato come “uomo integro e sincero”. Aveva più volte ufficialmente  garantito ai suoi connazionali che non “avrebbe mai tollerato alcuna fuga di notizie dalla Casa Bianca”. Il 30 settembre 2003 aveva  addirittura solennemente affermato:  “ Ci sono troppe divulgazioni di informazioni riservate dalla Casa Bianca.  Chi fornisce queste notizie va individuato e colpito”. In queste ore tutte le tv americane stanno rimandando queste roboanti dichiarazioni. Il Los Angeles Times oggi si chiede se il Presidente la pensi ancora nella stessa maniera o se abbia cambiato opinione. “Se Scooter Libby ha detto la verità” osserva il giornale “ci sono solo due possibilità per George W. Bush.  O è una talpa (leaker) o è un ipocrita”.

Nella storiaccia del Ciagate siamo insomma a una svolta. Negli Stati Uniti  si inseguono varie ipotesi. Tutte dicono che  l’operazione era stata architettata all’unico scopo di favorire la rielezione di Bush. Un gioco al quale si sono prestati – va ricordato sempre – alcuni importanti organi di stampa come il New York Times. La sua cronista ( vincitrice di un Pulitzer) Judith Miller ha preferito andare in prigione piuttosto che “tradire la Casa Bianca prima del voto del novembre 2004”. Pensare che le principali organizzazioni internazionali dei giornalisti l’avevano presentata come una paladina della libertà di stampa. E’ proprio vero che la peggiore delle colpe per un reporter è quella di mettersi al servizio del potere. Se ne possono ricavare grandi vantaggi ma è come vendere l’anima al diavolo. Che – inseguendo le sue macchinazioni -  alla fine non protegge neanche chi lo omaggia.

   
   

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