“Leaker
in Chief”. L’ironia del Los Angeles Times è
ferocemente efficace. Nell’America della “Guerra
al Terrore”, George W. Bush ha amato in questi
anni farsi definire dai suoi compatrioti
“Commander in Chief” (Comandante in Capo).
Adesso il giornale californiano ci spiega – con
il gioco di parole di un titolo illuminante –
che il presidente è si il capo. Non proprio
delle Forze Armate quanto della banda di
“spifferatori/talpe” che dalla Casa Bianca
(leak è il termine usato per “fuga di notizie”)
non hanno avuto scrupoli a “usare informazioni
riservate, coperte dal segreto, per colpire gli
avversari politici”. La faccenda per il
Presidente è delicatissima.
A fare il suo nome agli inquirenti è stato Lewis
Scooter Libby, già braccio destro del
vicepresidente Cheney. L’uomo è accusato di aver
rivelato a tre giornalisti il nome di Valerie
Plame, un’agente della Cia coperta
dall’anonimato, la cui unica “colpa” agli occhi
dell’amministrazione era quella di essere la
moglie dell’ ambasciatore Joseph Wilson che
aveva sbugiardato la Casa Bianca a proposito
della bufala del presunto uranio del Niger che
Saddam avrebbe cercato di acquistare. In buona
sostanza Scooter Libby avrebbe detto ( ma tutti
i particolari ancora non si conoscono) agli
uomini del Procuratore Fitzgerald che il
Presidente aveva personalmente autorizzato il
vice Cheney a divulgare alcune notizie riservate
sulla guerra in Iraq.
Dal punto di vista legale George W. Bush non
corre enormi rischi: come capo dell’esecutivo ha
il potere di desecretare le informazioni che
vuole. Dal punto di vista politico/morale però
si trova davanti a un vero e proprio baratro. In
un paese che ormai gli ha voltato le spalle (
l’ultimo sondaggio dice che il 62% degli
americani disapprova il suo operato),
l’accertamento di un suo personale
coinvolgimento nello scandalo Ciagate potrebbe
accellerarne la fine. Anche perché in questi
anni il Presidente si era sempre presentato come
“uomo integro e sincero”. Aveva più volte
ufficialmente garantito ai suoi connazionali
che non “avrebbe mai tollerato alcuna fuga di
notizie dalla Casa Bianca”. Il 30 settembre 2003
aveva addirittura solennemente affermato: “ Ci
sono troppe divulgazioni di informazioni
riservate dalla Casa Bianca. Chi fornisce
queste notizie va individuato e colpito”. In
queste ore tutte le tv americane stanno
rimandando queste roboanti dichiarazioni. Il Los
Angeles Times oggi si chiede se il Presidente la
pensi ancora nella stessa maniera o se abbia
cambiato opinione. “Se Scooter Libby ha detto la
verità” osserva il giornale “ci sono solo due
possibilità per George W. Bush. O è una talpa
(leaker) o è un ipocrita”.
Nella storiaccia del Ciagate siamo insomma a una
svolta. Negli Stati Uniti si inseguono varie
ipotesi. Tutte dicono che l’operazione era
stata architettata all’unico scopo di favorire
la rielezione di Bush. Un gioco al quale si sono
prestati – va ricordato sempre – alcuni
importanti organi di stampa come il New York
Times. La sua cronista ( vincitrice di un
Pulitzer) Judith Miller ha preferito andare in
prigione piuttosto che “tradire la Casa Bianca
prima del voto del novembre 2004”. Pensare che
le principali organizzazioni internazionali dei
giornalisti l’avevano presentata come una
paladina della libertà di stampa. E’ proprio
vero che la peggiore delle colpe per un reporter
è quella di mettersi al servizio del potere. Se
ne possono ricavare grandi vantaggi ma è come
vendere l’anima al diavolo. Che – inseguendo le
sue macchinazioni - alla fine non protegge
neanche chi lo omaggia.
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