Ha il volto di un paese prospero, sereno, aperto, ma oltre la lucente vetrina c’è una diffusa penombra, appiccicosa, infida. Se ne parla poco: si trovano difficilmente aggiornate analisi socio-politiche, sulla stampa raramente ce n’è traccia, negli scaffali delle librerie le pubblicazioni reperibili sono per lo più turistiche. Neppure il cinquantenario dell’indipendenza ha acceso i riflettori su quel piccolo paese nord-africano, vicinissimo all’Italia.
Il 31 luglio del 1954, dopo anni di strisciante lotta armata, la Francia di Mendès France concede l’autonomia, meno di due anni dopo, il 20 marzo, l’indipendenza. Habib Burghiba, capo riconosciuto del Partito Nazionalista Tunisino ( Detsur) torna dall’esilio, e di cinque anni in cinque anni viene rieletto presidente della Repubblica, fino al dicembre del ’74 quando riesce a convertire a vita la sua carica. Resiste fino al 1987, ma gli ultimi anni sono tratteggiati da scioperi e crisi sociali, Burghiba è ossessionato dall’onda montante del fondamentalismo. La situazione gli sfugge di mano, esige la condanna a morte di una novantina di dirigenti del Movimento islamico e designa come premier il ministro degli interni -ed ex capo dei servizi- Zine el Abidine ben Alì, il quale nella notte del 7 novembre ’77 entra in azione , ma non come si aspettava il vecchio rais: Burghiba, dichiarato “incapace” da un collegio di medici, è deposto e il primo ministro prende il suo posto.
Da quel golpe “ medico-legale” Ben Alì “regna” incontrastato. All’inizio smentisce la sua fama di duro e trasforma il volto del paese: abolisce -sulla carta- la presidenza a vita, legalizza i partiti, scarcera qualche migliaio di detenuti politici; nell’89 si svolgono le prime elezioni pluripartitiche dalle quali esce plebiscitariamente vittorioso.Il vecchio partito socialista desturiano è sostituito dal Raggruppamento Costituzionale democratico, sempre di ispirazione socialista: il burghibismo è tramontato. Forse.
Nel febbraio dell’89, comunque, è un paese apparentemente rinnovato quello che partecipa alla fondazione del Maghreb arabo.
Sul fronte internazionale la Tunisia ha mantenuto una politica di sostanziale equilibrio che, però, non l’ha portata fuori dalla periferia del contesto arabo. Per 10 anni ha goduto del prestigio di ospitare la sede della Lega araba, fuggita dal Cairo dopo gli accordi di Camp David, ma tornata nella capitale egiziana con la crisi del Golfo, quando Tunisi evita di prendere una posizione netta contro l’invasione del Kuwait, restando spiazzata rispetto alla maggioranza dei paesi arabi che decide di partecipare alla Coalizione anti-Saddam. Non solo, fino agli accordi di Oslo, Tunisi ha un ospite ingombrante, Yasser Arafat con tutta la leadership dell’Olp in esilio: certamente più problemi che benefici, anche se di soldi ne arrivavano molti.
Oggi la Tunisia, pur con scarse risorse naturali, gode di un accettabile benessere economico, soprattutto a fronte dei vicini nord-africani. Anche i diritti delle donne sono un esempio in un paese musulmano. La Tunisia ha puntato tutto sul turismo con moderne strutture ricettive: sono oltre 6 milioni i visitatori stranieri ogni anno. Ben Alì promette di abbassare il tasso di disoccupazione, ora ufficialmente intorno al 14%, di ridurre le tasse. Ovviamente nessun accenno al debito di democrazia che grava nel bilancio della sua gestione. La facciata di crescente lenta prosperità cela uno stato di polizia che non consente il minimo tentativo di opposizione, anche se il pluripartitismo è ufficiale e l’integralismo non è un pericolo incombente. Continue sono le violazioni della carta dei diritti dell’uomo, soprattutto sul fronte dell’informazione.
Pochissime le notizie che filtrano
oltre i confini, insieme con le patinate cartoline dei villaggi
turistici.
«Il presidente Ben Alì – scrive Le Monde - ha trasformato da tempo la
Tunisia in una grande caserma dove ogni contestazione è proibita: una
realtà politica che sfugge ai milioni di turisti in cerca di sole». Il
quotidiano francese fa un elenco di persone perseguitate per aver
espresso opinioni anti-regime: un avvocato, Mohammed Abbou,
incarcerato dopo aver pubblicato una critica su Internet, un inviato
del quotidiano Liberation, Christophe Botanski, duramente aggredito da
sconosciuti, Neila Charchour Hachicha, presa di mira con tutta la sua
famiglia dopo un’intervista allo stesso Le Monde e ad al Jazeera.
Ritiro del passaporto, confisca dell’auto, ricatti con fotomontaggi,
questi i metodi all’ordine del giorno. Ma la Francia, primo partner
commerciale della Tunisia, fa finta di niente limitandosi a chiedere
lumi, solo il dipartimento di Stato americano ha esortato
ufficialmente Tunisi a fare, sul fronte dei diritti umani, gli stessi
progressi realizzati sul fronte economico. Un’esortazione consegnata a
domicilio dallo stesso segretario Usa alla difesa, Donald Rumsfeld.
Tace del tutto la vicina Italia, salvo partecipare al Summit mondiale
della Società dell’Informazione, organizzato dalle Nazioni Unite
proprio a Tunisi. Un grande palcoscenico internazionale sul quale,
dopo tre giorni, si sono spente le luci.
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