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Hirsi ali tra le paure dell'Olanda

di  Ian Buruma, docente del Bard College, coautore di "Occidentalism: The West in the Eyes of Its Enemies"
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Fonte: la Repubblica

22 maggio 2006

Lunedì scorso Rita Verdonk, ministro dell´immigrazione olandese, ha improvvisamente deciso di revocare la cittadinanza all´attivista politica Ayaan Hirsi Ali, per aver dichiarato a suo tempo false generalità. Si è scatenata una bufera: Hirsi Ali somala di nascita e deputata al parlamento olandese, ha dato le dimissioni, e i suoi sostenitori hanno gridato all´ "omicidio giudiziario". E poiché lei stessa, poche settimane prima, aveva denunciato un «terrorismo del politicamente corretto in Olanda», era facile vedere in quell´iniziativa una punizione inflitta da una nazione troppo pavida a chi aveva osato criticare apertamente l´islam.
Viene spontaneo dare di questa vicenda un´interpretazione un po´ manichea: l´implacabile Verdock (detta anche "Rita dal pugno di ferro"), già vice-responsabile delle carceri, che spezza le delicate ossa di una combattente per la libertà. Di fatto ci sono fin troppe ragioni per simpatizzare con Hirsi Ali. Già musulmana fervente, è insorta poi con violenza contro l´iniquità islamica; e ha pagato un prezzo altissimo per aver espresso i suoi convincimenti. Autrice della sceneggiatura di "Submission", un cortometraggio in cui si denunciano le brutalità commesse contro le donne in nome dell´islam, che portò all´assassinio del suo regista, Theo van Gogh, era stata costretta a nascondersi, e tuttora non può muovere un passo senza le sue guardie del corpo. Costretta da un tribunale a cambiare casa perché i vicini consideravano la sua presenza come una minaccia alla loro tranquillità, aveva commentato: «Non c´è da stupirsi che in Olanda la resistenza al nazismo fosse un fenomeno del tutto minoritario».
La minacciata revoca della cittadinanza è dunque l´ultimo episodio di una lunga storia di ingiustizie riconducibili alla pusillanimità olandese. E sarebbe peraltro una misura del tutto gratuita. Di fatto nel 1992, quando Hirsi Ali chiese di ottenere lo status di rifugiata e la cittadinanza olandese, non usò il cognome del padre, Magan; e dichiarò di essere espatriata a causa della guerra civile somala, mentre in realtà era fuggita per sottrarsi a un matrimonio forzato con uno straniero. Una storia in gran parte già nota, tanto che tirarla in ballo ora è apparso crudele e vendicativo. Perciò sono stati in molti a schierarsi al suo fianco – compresi vari esponenti del partito conservatore, che è il partito di Rita Verdonk e della stessa Hirsi Ali.
Di fatto però non esiste alcun nesso tra questa vicenda e i convincimenti della deputata di origine somala; e quanto a Rita Verdonk, non si può certo accusarla di "eccesso di correttezza politica". Candidata alla guida del suo partito, la Verdonk si presenta con un´immagine di donna intransigente e "tutta d´un pezzo", non più disposta a tollerare i falsi rifugiati politici, gli imam radicali e i giovani immigrati che "terrorizzano" le città olandesi. Rita Verdonk è stata in effetti un´alleata di Hirsi Ali nel mondo politico olandese, che le ha viste entrambe impegnate per la stessa causa. Come si spiega allora quest´improvviso sconvolgimento?
L´Olanda, Paese fiero della sua ospitalità e tolleranza multiculturale, nonché del suo clima sociale libero e aperto, è sempre stata considerata come uno dei Paesi più accoglienti dagli aspiranti immigrati con alle spalle storie di persecuzioni o di guerre. Una volta varcato il confine olandese si poteva contare sulla benevolenza dei funzionari preposti al welfare. Erano stati gli stessi olandesi responsabili dell´accoglienza ai rifugiati a suggerire a Hirsi Ali gli aggiustamenti da apportare alla sua storia. Dato che l´immigrazione di extracomunitari per motivi economici era (ed è tuttora) pressoché impossibile, qualche ritocco alla sua vicenda era indispensabile per ottenere il diritto d´asilo.
Quel clima di libertà e apertura è però cambiato alla fine degli anni 1990, e soprattutto dopo l´11 settembre 2001. Il leader populista Pim Fortuyn, assassinato nel 2002, aveva ottenuto un largo seguito sostenendo che in Olanda non c´era più posto per nessuno, e gridando al pericolo islamico. Fortuyn era un personaggio molto particolare, fautore della legalità e l´ordine, ma anche un gay dichiarato, che vedeva nell´islam una minaccia alla sua libertà sessuale.
In questo nuovo clima ha avuto inizio l´ascesa di Ayaan Hirsi Ali, che certo non era populista, e ovviamente neppure xenofoba. Ma a suo modo sosteneva la tesi della minaccia islamica, e in nome dell´illuminismo lottava contro il pericolo oscurantista, trovando molti alleati tra gli intellettuali e i politici conservatori. Si sono schierati al suo fianco anche alcuni ex esponenti di sinistra, convinti del fallimento del multiculturalismo e critici verso la posizione olandese, giudicata troppo pavida e imbelle a fronte della sfida musulmana, i quali sostenevano l´urgenza di adottare una linea dura.
Rita Verdonk non è altro che un´esponente di questo nuovo clima, anche se particolarmente estremista e di scarsa immaginazione. A lei si devono proposte tanto peregrine quanto impraticabili – peraltro regolarmente bocciate dal parlamento – quali ad esempio il divieto di parlare per strada qualunque lingua diversa dall´olandese. Ha rimpatriato in paesi quali la Siria o il Congo alcuni rifugiati esposti a gravi pericoli. Sotto la sua sorveglianza sono stati incarcerati i superstiti dell´incendio che ha distrutto, come si ricorderà, il riparo temporaneo di un gruppo di richiedenti asilo all´aeroporto di Amsterdam, causando 11 morti. E infine è stata Rita Verdonk a rispedire in Iraq una famiglia che a parere degli esperti andava incontro a gravi rischi, solo perché nelle dichiarazioni rilasciate alla autorità si era scoperta qualche inesattezza. Tutto questo per accreditare l´immagine del personaggio "tutto d´un pezzo".
Perciò, quando la scorsa settimana Hirsi Ali ha raccontato, in un documentario televisivo, di aver apportato qualche ritocco alla sua storia, Rita Verdonk si è convinta di non avere altra scelta: era tenuta a riaprire il caso e ad agire di conseguenza per applicare rigorosamente la legge. Una decisione dogmatica e certamente eccessiva, data anche la personalità di Hirsi Ali, il suo coraggio e le persecuzioni subite. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con la sua posizione sull´islam.
In questo contesto, la frase da lei pronunciata sul «terrorismo del politicamente corretto» risulta purtroppo inopportuna. Avrebbe fatto meglio a cogliere l´occasione per prendere le difese dei molti che hanno affrontato problemi simili ai suoi, nel tentativo di entrare in Europa per sfuggire a situazioni drammatiche in senso politico, sociale o economico, e di poter vivere in un Paese libero. E´ giusto in ogni caso sostenere oggi la causa di Hirsi Ali, ma senza dimenticare la sorte di tanti sconosciuti, rispediti nei rispettivi Paesi in condizioni terribili in omaggio a quella linea dura cui la stessa Hirsi Ali ha dato il suo contributo.

   
   

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