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Media: parla una reporter algerina, "non esistono giornali arabi indipendenti"

Fonte: Aki
24 maggio 2006

"Non esistono giornali arabi sopra le parti, fuori dalle logiche politiche imposte dagli equilibri regionali. Anche i quotidiani detti 'panarabi' rispondono a logiche di potere ben chiare". Nadia Mehdid, giornalista algerina ed editorialista del quotidiano saudita pubblicato a Londra 'ash-Sharq al-Awsat', non ha dubbi: "Sono giornali che esprimono la visione di ristretti gruppi politici e finanziari" spiega ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL.
"Per anni ho lavorato per 'ash-Sharq al-Awsat', prima come inviato in Algeria, poi come caporedattore degli esteri. Dal 2002, con l'intensificarsi della campagna occidentale contro l'Iraq, notai un appiattimento sempre più totale del mio giornale sulla politica statunitense. Protestai, alla fine mi dimisi e per un po' lavorai a Dubai in un canale d'analisi economica. Dopo poco, però, tornai alla politica e chiesi al giornale di poter scrivere come commentatrice". Nadia si è formata come cronista nei giornali francofoni di Algeri e nei primi anni Novanta scappò dal suo paese in piena crisi politica e sociale: "non si poteva più lavorare come giornalisti.
Si rischiava la vita ogni giorno". Quindi approdò a Londra, dove iniziò a occuparsi di affari algerini per il quotidiano saudita. "All'epoca i giornali parlavano poco e male del mio paese. Sentii che potevo spiegare meglio cosa accadeva in Algeria in quegli anni difficili".
Nadia Mehdid, oggi quarantenne, riconosce di esser "cresciuta moltissimo" lavorando in una delle più importanti testate del mondo arabo, ma ricorda anche le difficoltà di lavorare sotto restrizioni: "Ci hanno sempre imposto delle regole non scritte, ma chiare: alcune questioni politiche non dovevano essere affrontate e, se si parlava di alcuni paesi, lo si doveva fare senza alcuna critica". 'Ash-Sharq al-Awsat' è di proprietà della famiglia saudita ed è espressione delle scelte di Riad. "Per esempio - ricorda Nadia - il Marocco e la sua politica sono intoccabili per il giornale. Così anche la Tunisia e gran parte dei paesi del Golfo. Sull'Algeria e sulla Libia si poteva scrivere a in modo più libero, mentre sulla Siria il giornale ha di recente cambiato indirizzo: prima dell'omicidio dell'ex premier libanese Rafiq Hariri (14 febbraio 2005, Hariri era un amico intimo della casa reale saudita, ndr) - continua Nadia - la politica del regime di Damasco era quasi intoccabile.
Dopo la morte di Hariri, i vertici del giornale hanno dato il via libera alla libera espressione sugli affari siriani". La Mehdid spiega anche che "i pezzi di cronaca sono molto più controllati, mentre nelle analisi e negli editoriali si ha un margine di libertà assai più ampio".  La giornalista algerina è convinta che sia "scorretto parlare di giornali e canali tv panarabi" perché "sono tutte testate che nascono dal Golfo e che esprimono la politica e la visione di quell'area del mondo arabo. Il Nordafrica è quasi sempre trascurato in questi mezzi d'informazione. Non è vero che i canali satellitari come 'al-Jazeera' e 'al-Arabiyya' e i giornali come 'ash-Sharq al-Awsat e 'al-Hayat' (libano-saudita, per anni pubblicato a Londra, ndr) sono la voce di tutti gli arabi. Al contrario, di proprietà di gruppi ben precisi, rappresentano il punto di vista di queste élites - prosegue la reporter -. In queste testate, sono molto pochi i giornalisti che provengono dal Nordafrica e in generale le questioni del Maghreb arabo sono affrontate in modo meno preciso e continuo rispetto a quelle del Golfo e del Medio Oriente".

   
   

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