"Non
esistono giornali arabi sopra le parti,
fuori dalle logiche politiche imposte
dagli equilibri regionali. Anche i
quotidiani detti 'panarabi' rispondono a
logiche di potere ben chiare". Nadia
Mehdid, giornalista algerina ed
editorialista del quotidiano saudita
pubblicato a Londra 'ash-Sharq al-Awsat',
non ha dubbi: "Sono giornali che esprimono
la visione di ristretti gruppi politici e
finanziari" spiega ad AKI-ADNKRONOS
INTERNATIONAL.
"Per anni ho lavorato per 'ash-Sharq
al-Awsat', prima come inviato in Algeria,
poi come caporedattore degli esteri. Dal
2002, con l'intensificarsi della campagna
occidentale contro l'Iraq, notai un
appiattimento sempre più totale del mio
giornale sulla politica statunitense.
Protestai, alla fine mi dimisi e per un
po' lavorai a Dubai in un canale d'analisi
economica. Dopo poco, però, tornai alla
politica e chiesi al giornale di poter
scrivere come commentatrice". Nadia si è
formata come cronista nei giornali
francofoni di Algeri e nei primi anni
Novanta scappò dal suo paese in piena
crisi politica e sociale: "non si poteva
più lavorare come giornalisti.
Si rischiava la vita ogni giorno". Quindi
approdò a Londra, dove iniziò a occuparsi
di affari algerini per il quotidiano
saudita. "All'epoca i giornali parlavano
poco e male del mio paese. Sentii che
potevo spiegare meglio cosa accadeva in
Algeria in quegli anni difficili".
Nadia Mehdid, oggi quarantenne, riconosce
di esser "cresciuta moltissimo" lavorando
in una delle più importanti testate del
mondo arabo, ma ricorda anche le
difficoltà di lavorare sotto restrizioni:
"Ci hanno sempre imposto delle regole non
scritte, ma chiare: alcune questioni
politiche non dovevano essere affrontate
e, se si parlava di alcuni paesi, lo si
doveva fare senza alcuna critica".
'Ash-Sharq al-Awsat' è di proprietà della
famiglia saudita ed è espressione delle
scelte di Riad. "Per esempio - ricorda
Nadia - il Marocco e la sua politica sono
intoccabili per il giornale. Così anche la
Tunisia e gran parte dei paesi del Golfo.
Sull'Algeria e sulla Libia si poteva
scrivere a in modo più libero, mentre
sulla Siria il giornale ha di recente
cambiato indirizzo: prima dell'omicidio
dell'ex premier libanese Rafiq Hariri (14
febbraio 2005, Hariri era un amico intimo
della casa reale saudita, ndr) - continua
Nadia - la politica del regime di Damasco
era quasi intoccabile.
Dopo la morte di Hariri, i vertici del
giornale hanno dato il via libera alla
libera espressione sugli affari siriani".
La Mehdid spiega anche che "i pezzi di
cronaca sono molto più controllati, mentre
nelle analisi e negli editoriali si ha un
margine di libertà assai più ampio".
La giornalista algerina è convinta che sia
"scorretto parlare di giornali e canali tv
panarabi" perché "sono tutte testate che
nascono dal Golfo e che esprimono la
politica e la visione di quell'area del
mondo arabo. Il Nordafrica è quasi sempre
trascurato in questi mezzi d'informazione.
Non è vero che i canali satellitari come
'al-Jazeera' e 'al-Arabiyya' e i giornali
come 'ash-Sharq al-Awsat e 'al-Hayat'
(libano-saudita, per anni pubblicato a
Londra, ndr) sono la voce di tutti gli
arabi. Al contrario, di proprietà di
gruppi ben precisi, rappresentano il punto
di vista di queste élites - prosegue la
reporter -. In queste testate, sono molto
pochi i giornalisti che provengono dal
Nordafrica e in generale le questioni del
Maghreb arabo sono affrontate in modo meno
preciso e continuo rispetto a quelle del
Golfo e del Medio Oriente".
|
per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it |