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First Casualty 
di Lorenzo Bianchi
inviato del Quotidiano Nazionale

   

 
Ancora una volta Von Clausewitz è maestro: “Le informazioni che si hanno in una guerra sono molto spesso contraddittorie, largamente bugiarde e comunque sempre incerte”. E’ quel “largamente bugiarde” che colpisce. Già allora? Nulla sembra essere cambiato. La natura umana è condannata a ripetersi. Nel bel mezzo delle incursioni aeree sull’Afghanistan, l’allora segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld teorizzò apertamente il diritto a mentire, durante la rituale conferenza stampa del Pentagono: «Noi non siamo qui per raccontare la verità, il nostro obiettivo è confondere il nemico». Il generale Myers, il capo di stato maggiore delle forze armate stelle e strisce, si era appena impappinato sull’errore di una bomba che avrebbe dovuto essere “intelligente”.
Se si dovessero elencare tutte le falsità che hanno minato la trasparenza dei conflitti negli anni recenti, non basterebbe lo spazio fisico di un’enciclopedia. «In genere – annota Von Clausewitz – per i fatti della guerra si è propensi a credere al male più che al bene, e comunque si tende a esagerare in ogni modo il male». Per questa naturale tendenza la spiegazione peggiore della strage al mercato di Sarajevo, durante il conflitto in Bosnia, fatta circolare abilmente dai serbi, ebbe grande successo. Gli assedianti accusarono le loro vittime di aver provocato il massacro per scuotere dal torpore l’opinione pubblica internazionale e per indurre gli americani a intervenire. L’insinuazione lasciò il segno, un’ombra che non si è dissolta neppure quando gli ispettori dell’Onu hanno escluso qualsiasi responsabilità del governo di Izetbegovic.
Tanti piccoli spiriti emuli dell’insuperabile Goebbels sembrano aver invaso le stanze degli strateghi militari nei conflitti contemporanei. La guerra del Golfo del 1991 è passata alla storia come il conflitto che ha segnato l’esordio delle armi capaci di precisione chirurgica nel colpire gli obiettivi. Peccato che, naturalmente a operazioni concluse, il generale statunitense Merril McPeak abbia dovuto ammettere una verità scomoda: solo il sette per cento delle bombe sganciate dai jet americani era “intelligente”. Il Washington Post, citando una “qualificata fonte del Pentagono”, ha rivelato che circa il settanta per cento delle 88500 tonnellate di esplosivo lanciato sull’Iraq ha fallito il bersaglio.
Bush senior dichiarò ai lavoratori della fabbrica dei missili Patriot che il loro gioiello tecnologico aveva intercettato 41 missili Scud iracheni su 42. Nel suo intervento al Comitato competente della Camera, l’ex funzionario del dipartimento della difesa Pierre Sprey ha gelato gli entusiasmi: “«C’è stato un abuso di statistiche alterate e di video che documentavano successi isolati. L’amministrazione li ha forniti però in quantità ai mass media durante la guerra per influenzare le decisioni successive sulle risorse finanziarie».
La nebbia dei numeri ha avvolto perfino il numero degli iracheni uccisi. Duecentocinquantamila, secondo Colin Powell, all’epoca capo di stato maggiore. Una successiva stima del Pentagono ha ridotto la cifra a centomila. Le polemiche hanno indotto i militari di Washington a una decisione drastica. Per le vittime civili della guerra più recente, l’invasione dell’Iraq, non si sono avventurati in stime di alcun genere.
Durante i raid aerei del 1999 contro la Yugoslavia i reporter furono accompagnati dai serbi al carcere di Istok, in Kosovo. Belgrado sosteneva che l’aviazione della Nato aveva provocato un’ecatombe di detenuti. Daniel Williams, corrispondente del Washington Post osservò acutamente che in un ambiente pieno di polvere i corpi delle “vittime” erano stranamente lindi. «Ormai guardare è non vedere», fu il suo sconsolato bilancio.
Il ministro degli esteri britannico Robin Cook accusò i militari di Milosevic di aver decapitato venti maestri albanesi davanti alle loro scolaresche nel villaggio di Goden. Belgrado ebbe un’invidiabile opportunità di smentire. Fece rilevare che gli abitanti del paese erano appena duecento: «Visto che la popolazione in età scolare può arrivare a un massimo di sessanta ragazzi, siamo lieti di comunicarvi che possiamo vantare un rapporto record fra insegnanti e allievi!»
Secondo il Dipartimento di stato, vedi il comunicato del 19 aprile 1999, i kosovari scomparsi furono mezzo milione. Il 16 maggio il ministro della difesa William Cohen, si contentava invece di centomila, precisando però che la cifra si riferiva ai maschi in grado di combattere. Il 17 giugno il governo di sua Maestà britannica ha sostenuto che i serbi avevano eliminato diecimila albanesi. Il ministro degli esteri Robin Cook in novembre confermò la cifra. Ansioso di dare una mano, l’inviato del tabloid Mirror spiegò che mille erano stati cremati nei forni della fornace di rame di Trepca. Il macabro bilancio definitivo della mattanza è “deludente”: appena 2108 ammazzati. Ma alcuni corpi, fecero notare le Nazioni Unite e il Dipartimento di stato americano, erano di combattenti dell’Uck e non di civili indifesi. Von Clausewitz docet.
Il lavoro del reporter nella nebbia della guerra è sempre stato difficile, ma le condizioni dei conflitti asimmetrici lo rendono ancora più complicato. Ho passato tutto il mese di luglio a Baghdad, vivendo una sensazione di crescente claustrofobia. Dopo l’autobomba al parcheggio della ex Zona verde, il compound che ora ospita le ambasciate degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e gli uffici del primo ministro Allawi, ho dovuto rassegnarmi a constatare che le corsie dell’ospedale Kharamah erano per me, occidentale, off limits. Il poliziotto che mi accompagnava, assieme al mio interprete Emad, è stato perentorio: «No, tu no. Bevi una bibita e aspettaci fuori». Emad è un ottimo reporter, per mia grande fortuna.
Sadr City era percorribile, ma con molta circospezione. Il mio“Virgilio” è stato attentissimo a gestire la nostra presenza nelle concentrazioni di folla. In ogni caso io non ero italiano, ma svizzero di lingua italiana.
L’incertezza del territorio a settentrione di Baquba e a Mahmudia, 50 chilometri a sud di Baghdad, è diventata un condizionamento pesante. L’unico canale aperto per tentare di perforare le cinture di pericolosa anarchia erano le spedizioni umanitarie. Ma ora, dopo la tragica scomparsa di Enzo Baldoni, anche questa legittima furbizia mostra la corda.
E’ uno strano destino quello del reporter contemporaneo. La tecnologia, primo fra tutti il telefono satellitare, gli conferisce una libertà di spostamenti che un tempo era impensabile. La catena della linea telefonica fissa per la dettatura del pezzo è stata spezzata. Ma nascono nuove schiavitù. Ne avevamo avuto un’anticipazione precisa e plastica durante la guerra. Dopo la prima notte a Safwan, nell’Iraq appena liberato, eravamo dovuti fuggire nelle tenebre a fari spenti in direzione di Nassiriya perché venticinque armati si stavano preparando ad assaltare l’accampamento dei giornalisti internazionali e dei dodici soldati della Royal Military Police che vegliavano sui reporter e su una quarantina di prigionieri di guerra iracheni. Abbiamo sempre vissuto in condizioni di estrema precarietà fino all’ospitalità cortesemente concessa da un grande attendamento dei Desert Rats di Sua Maestà alle porte di Bassora. Purtroppo il nostro “soggiorno” è durato una sola notte. Il 28 marzo 2003 siamo stati catturati nella capitale del sud iracheno!
L’alternativa era essere “embedded”, ossia associati a una unità combattente della “Coalizione dei volonterosi”. Con tutte le limitazioni del caso, sia sulla possibilità di dare informazioni, sia sulla capacità di osservare il teatro più ampio del conflitto.
I grandi giornali americani hanno seguito entrambe le strade, per non chiudersi del tutto la strada di una testimonianza autonoma. Ma le grandi macchine militari reagiscono con fastidio a queste presenze. Durante i bombardamenti della Serbia e del Kosovo il Press Center di Belgrado imponeva l’acquisizione di un permesso, il famigerato “foglietto giallo”, perfino per visitare l’ospedale “Dragisa Misovic” colpito da un bombardiere dell’Occidente. Cinque anni dopo, nel breve arco di una mattinata, l’8 aprile 2003, missili statunitensi hanno centrato la sede di Al Jazeera e di Abu Dhabi Tv a Baghdad, uccidendo il reporter Tarek Ayoub. Poco prima di mezzogiorno un colpo di cannone ha ucciso due cameraman che stavano riprendendo i combattimenti dai piani alti dell’Hotel Palestine. L’ufficiale che ordinò di sparare il proiettile incendiario, il capitano Philip Walford, ha dichiarato al “Nouvel Observateur” di aver saputo solo venti minuti più tardi che l’Hotel era pieno di giornalisti. «Ci avevano tirato contro granate anticarro da diverse posizioni, compresa quella del Palesatine», ha precisato. L’incidente è stato archiviato come azione “combat related”, ovvero legata a una situazione di guerra e quindi in sostanza giustificata. Legittima difesa. La portavoce del Pentagono Victoria Clarke si esibì in un freddo commento: «Abbiamo sempre sostenuto che Baghdad non era un posto sicuro per i media o per altre persone».
“First Casualty” aveva scritto Philip Knightley. La verità come “Prima vittima” di ogni guerra. Ora verrebbe voglia di precisare che il giornalista indipendente è l’agnello sacrificale del conflitto. Il senso di soffocamento provato a Baghdad in luglio aveva motivazioni concrete. Da un lato una macchina militare che tende a essere sempre meno penetrabile dai reporter indipendenti. Dall’altra un terrorismo, quello di Al Qaeda, che considera i media alla stregua di puri altoparlanti, lo stesso approccio dei dittatori comunisti o nazisti: «Ecco la videocassetta: trasmettetela e ringraziateci. Avremmo potuto affidarla alla concorrenza».
E se Al Jazeera fa obiezione di coscienza sulle immagini delle decapitazioni, o più in generale delle esecuzioni, internet colma il vuoto e riempie le pagine bianche dell’orrore. Ricordo i racconti dei colleghi più anziani sui guerriglieri del Frente Farabundo Martì, Salvador degli insanguinati anni ottanta. Il reporter era il testimone intoccabile, la finestra del mondo sulla loro lotta. Enzo Baldoni è stato rapito e ucciso. Era italiano e quindi nemico. Punto.
Che fare? Chiudersi, rinunciare a capire e raccontare. E’ quello che vogliono i terroristi. Sperano che i ponti fra i mondi diversi crollino. Nessuna mediazione deve attutire lo scontro. Non possiamo assecondare il loro gioco.
   
 
   
   

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