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Cala il sipario sulla libertà di stampa in
Iran
di Ahmad Rafat
responsabile
dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in
Iran, corrispondente per l’ADN Kronos |
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Fino a qualche tempo fa, c’era
ancora chi parlava della ‘primavera della stampa’ nella Repubblica Islamica
dell’Iran. Sette anni fa, con il plebiscito che ha portato Mohammad Khatami alla
Presidenza della Repubblica, anche i giornalisti, come i giovani e le donne,
sperarono in quell’alba della libertà che avrebbe spazzato via anni bui di
repressione. La libertà di stampa, la libertà d’informazione e la libertà
d’espressione, sono sogni proibiti che accompagnano da anni le notti oscure
degli iraniani. La parentesi aperta con l’elezione di Mohammad Khatami, che ha
permesso il fiorire di decine e decine di nuove testate indipendenti, quotidiani
e settimanali, si è chiuso appena due anni dopo. Nel luglio del 1999, la
chiusura del quotidiano Salam, diretto da Ali Akbar Npouri, all’epoca ministro
degli Interni del governo di Mohammad Khatami, ha segnato la fine prematura
della primavera della stampa. La chiusura di Salam, seguìto poi dalla chiusura
di altri quotidiani che hanno svolto un ruolo importante nella storia recente
del paese, ha dato origine a sanguinose manifestazioni studentesche e giovanili.
La nuova ondata di arresti e repressione della libertà d’informazione, ha
portato in carcere, in questi ultimi cinque anni, oltre 300 giornalisti,
fotografi ed editori. Al 30 settembre 2004 il numero dei giornalisti ancora in
carcere erano 15. Dal primo gennaio del 2003 fino al 30 settembre del 2004, i
giornalisti arrestati sono stati 97, quelli denunciati a vari titoli oltre 700.
Circa 600 sono i giornalisti e gli editori ancora in attesa di giudizio. Molti
sono stati rilasciati dietro pesanti cauzioni. Un centinaio di giornalisti sono
stati costretti ad abbandonare il paese e riparare all’estero. Oltre 200
giornali e riviste, nonché siti internet, sono stati chiusi negli ultimi 21
mesi, per ordine della magistratura. La campagna contro la libertà
d’informazione ha prodotto anche oltre 600 disoccupati. Un quadro preoccupante
che sembra destinato ad aggravarsi. I vincitori delle ultime elezioni,
promettono nuove restrizioni e i pochi giornali rimasti aperti, cercano di non
irritare il potere. Dopo la stampa scritta, l’attenzione della magistratura si è
rivolta al mondo dell’Internet. Gli ultimi arresti nelle file dei giornalisti,
riguardano i giornalisti dei portali informativi legati all’area riformista. Tra
questi anche Hanif Mazroui, figlio di uno dei più stretti collaboratori di
Mohammad Khatami, che lavorava in un portale molto vicino al partito Mosharekat,
la formazione politica che fa capo al fratello minore del Presidente della
Repubblica.
In Iran in base ad una legge che impone ai provider di oscurare i siti e i
portali che contengono informazioni o fotografie ritenute pornografiche, hanno
oscurato anche i siti internet di alcuni noti religiosi come l’Ayatollah Hassan
Ali Montazeri, oppure il più cliccato portale informativo iraniano, Gooya,
oppure i siti dei partiti politici in esilio e ora anche quello del partito
Mosharekat, che fino a qualche mese fa controllava il Parlamento. Il regime ha
cercato invano di impedire l’installazione di antenne satellitari, ma non è
riuscito. Quella di disturbare le trasmissioni di una dozzina di canali
televisivi che dall’estero trasmettono in persiano per l’Iran, è la nuova
politica di Teheran. Chiusi i giornali, oscurati i siti internet, disturbati i
programmi di radio e televisione trasmessi dall’estero, fanno tutti parte della
stessa strategia della Repubblica Islamica per privare i cittadini dal loro
diritto di essere informati.
Nella Repubblica Islamica, almeno secondo la Costituzione in vigore, non esiste
la censura, anche se il Consiglio Superiore di Sicurezza Nazionale, presieduto
dal Presidente Khatami, dove però a decidere sono i gruppi conservatori, si è
preso la libertà di impedire ai mezzi di comunicazione, di occuparsi di volta in
volta, di un tema o dell’altro. Quest’anno, nel mese di luglio, in occasione del
quinto ’nniversario della rivolta studentesca del luglio ‘99, è stato proibito
con una circolare, ai giornalisti di occuparsi delle manifestazioni
studentesche. Nello stesso periodo i giornali non avrebbero dovuto occuparsi
nemmeno del caso di Zahra Kazemi, la fotogiornalista canadese d’origine iraniana
uccisa in carcere nel luglio del 2003. Zahra Kazemi fu arrestata fine giugno
dell’anno scorso, davanti al carcere Evin di Teheran, mentre fotografava la
protesta dei genitori di alcuni studenti arrestati durante le manifestazioni che
si svolgevano in quei giorni in tutto il paese. Arrestata e portata in carcere,
interrogata e pestata violentemente, viene ricoverata in fin di vita in
un’ospedalee militare, dove muore ai primi di luglio. Le poche testate che non
rispettarono alla lettera le indicazioni del Consiglio Superiore per la
Sicurezza Nazionale, come i quotidiani indipendenti Vaghayeh Ettefaghieh e
Jomhuriat, furono immediatamente chiusi per ordine della magistratura.
Saiid Mortazavi, pubblico ministero di Teheran, presiede la sezione 1041, quella
che si occupa della stampa e dei giornalisti. Nella Repubblica Islamica alcune
categorie, come i giornalisti, non vengono giudicati dal Tribunale Penale
Ordinario, ma devono apparire davanti ad un tribunale speciale, con giudice
unico e senza la giuria popolare. Saiid Mortazavi che secondo un’inchiesta
parlamentare è sospettato di essere il mandante dell’uccisione della giornalista
Zahra Kazemi, continua a presiedere a tutt’oggi la sezione 1041. Anche gli
ultimi arresti, compreso quello di Rouzbeh Ebrahimi, porta la firma di Saiid
Mortazavi. L’Osservatore speciale delle Nazioni Unite in materia dei Diritti
dell’Uomo, il nigeriano Ambeyi Ligabo, di rientro da una
missione a Teheran, dove si era incontrato con carcerati e carcerieri, ha
presentato il suo rapporto al Segretario Generale dell’ONU, nel quale raccomanda
la rimozione del magistrato Saiid Mortazavi dal suo attuale incarico. Ambeyi
Ligabo ha definito il pm Mortazavi «un accanito nemico della libertà
d’informazione». Poco dopo la pubblicazione del rapporto dell’inviato delle
Nazioni Unite, il capo della magistratura della Repubblica Islamica, l’Ayatollah
Shahroudi, in tutta risposta ha nominato Saiid Mortazavi “miglior magistrato
dell’anno”.
Nel luglio 2004, il processo per la morte di Zahra Kazemi, dopo solo due giorni
e poco più di sei ore di dibattimento, ha scagionato l’unico imputato presente
in aula, ed ha emesso una sentenza nella quale pur riconoscendo che la
giornalista è morta in seguito alle percosse ricevute nel carcere, chiede
l’archiviazione del caso. La sentenza del caso Zahra Kazemi, è emblematico in
quanto dimostra l’accanimento con il quale la Repubblica Islamica intende
combattere la libertà d’informazione. Pur se il caso Zahra Kazemi ha messo in
crisi gli ottimi rapporti politici ed economici tra l’Iran e il Canada, il
regime ha voluto ribadire che non tollera nessun tipo di libertà di stampa.
Rahim Safavi, il comandante in capo dei Pasdaran (le milizie islamiche) pochi
mesi prima della morte di Zahra Kazemi aveva promesso di «tagliare con la spada
le lingue e le mani di coloro che con la parole intendevano criticare la
Repubblica Islamica». Quest’anno, un altro generale dei Pasdaran, Mohammad
Bagher Zolghadr aveva definito i giornalisti “la nuova arma dei nemici della
Repubblica Islamica”. Parlando in occasione dell’anniversario della fine della
guerra Iran - Iraq, Zolghadr aveva annunciato che i «Pasdaran sconfiggeranno i
giornali e i giornalisti esattamente come inflissero la sconfitta all’esercito
di Saddam Hussein». «Se ieri il nemico attaccava la Rivoluzione Islamica con i
carri armati e l’artiglieria - ha aggiunto il generale - oggi la sua arma
preferita sono i giornali e i giornalisti».
Un altro caso emblematico accaduto nel 2004 è stato quello del giovane e
brillante giornalista indipendente iraniano Sina Motallebi. Ex-collaboratore di
molte testate indipendenti, Sina Motallebi dopo essere rimasto disoccupato per
l’ennesima volta, in seguito alla chiusura del giornale dove lavorava, decide di
creare un suo weblog, dove dar sfogo ai suoi pensieri, senza le limitazioni
imposte dai giornali. Presto il sito diventa uno dei primi e più letti weblog in
lingua persiana, e Sina Motallebi diventa un esempio per molti altri giovani
iraniani, che uno dopo l’altro aprono i loro weblog e si affacciano sul mondo
dell’internet. Nel luglio del 2003, i weblog gestiti da iraniani rappresentavano
quasi il 40 per cento del totale dei weblog esistenti in Medio Oriente
(1).
Ma il successo dei blog o dei weblog, non piace al regime di Teheran. Per ordine
di Saiid Mortazavi, Sina Motallebi viene arrestato e rinchiuso in una cella del
carcere di Evin, dove rimane per alcune settimane, prima di essere rilasciato
dietro cauzione.
Uscito dal carcere, Sina Motallebi riesce a trasferirsi in Olanda, dove ottiene
una borsa di studio, per continuare i suoi studi universitari, interrotti per la
sua passione per il giornalismo. Anche all’estero Sina continua a gestire il suo
weblog e collaborare con radio e giornali della diaspora. Nel mese di luglio
Sina assieme alla moglie Farzan Ghazizadeh, anche lei giornalista, partecipano a
Roma a una tavola rotonda sulla libertà d’informazione in Iran. Sina Motallebi
denuncia nel corso dell’incontro romano, in modo particolareggiato, i
meccanismi della repressione e della pressione sui giornalisti. Poche settimane
dopo Saiid Motallebi, 62 anni, padre di Sina viene arrestato nella sua casa di
Teheran. Saiid, regista cinematografico al quale è stato impedito dalla vittoria
della rivoluzione islamica di lavorare, viene portato via dagli agenti del
solito Mortazavi, anche se gravemente malato di cuore. L’arresto di Saiid
Motallebi per le dichiarazioni e l’attività giornalistica del figlio, è il primo
caso nel suo genere e non ha precedenti nella Repubblica Islamica. Il caso è
talmente inusuale, che ha provocato anche la protesta di Mohammad Ali Abtahi,
vice del Presidente Khatami, il quale ha definito l’arresto di Saiid Motallebi
per le dichiarazioni e l’attività del figlio Sina, una forma di “repressione
genetica”. Saiid è stato rilasciato dopo oltre una settimana di carcere, senza
che gli fosse mai stato contestato alcun reato, se non quello di avere un figlio
giornalista.
L'Iran è un
buon esempio di quanto siano diventati importanti i «blog», abbreviazione di
web log, veri e propri giornali su internet che ospitano commenti e
aggiornamenti con minimo lavoro di editing. Lo spazio web iraniano è esploso
negli ultimi tempi. Il Parsi è la quarta lingua più usata su Internet, il
numero dei weblogs tenuti da iraniani è imprecisato ma alto: le stima vanno
tra 60 e 100mila, su una popolazione di utenti di internet valutata da 5 e 7
milioni. I blog permettono a studenti o attivisti politici di far circolare
idee e critiche, oppure a appassionati di arte o di sport di «chiacchierare»
dele loro passioni. Quando Sina Motallebi, noto blogger, è stato arrestato
un anno fa per aver «minacciato la sicurezza nazionale attraverso l'attività
culturale», c'è stata una rivolta on line di bloggers in tutto il mondo. Si
capisce dunque che il giornalismo internet sia nel mirino della magistratura
iraniana, roccaforte dei conservatori. Ma l'avvocato Mohammad Seyfzadeh,
difensore dei blogger arrestati, avverte: «i prossimi in linea sono gli
attivisti di organizzazioni non governative, e anche gli avvocati dei
diritti civili».
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