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Maltrattata oltre la morte
in ricordo della fotoreporter Zahra Kazemi

   

 

“Ancora un assassinio senza assassino”. Così il 26 luglio 2004, Mosharekat Eslami, il maggior partito dell’area riformista iraniana, commenta la sentenza con cui il tribunale di Teheran – dopo un processo farsa di sole due udienze – assolve da ogni accusa un funzionario dei servizi segreti della Repubblica Islamica, unico imputato per l’omicidio di Zahra Kazemi. Ad oltre un anno dalla morte della giornalista, si spengono così i riflettori su una vicenda simbolo della realtà dell’Iran odierno e del posto che occupano, in questo contesto, i diritti umani e la tutela della libertà di espressione.
Zahra Kazemi era una fotoreporter di 54 anni. Era nata in Iran e in seguito emigrata prima in Francia e poi in Canada. Aveva chiesto e ottenuto anche la cittadinanza canadese e da anni risiedeva a Montreal. La sua vicenda comincia il 20 giugno 2003, quando arriva in Iran per conto dell’agenzia britannica Camera Press per assistere alle manifestazioni dei dissidenti. Studenti, lavoratori, gente comune che manifesta contro l’oppressione del regime e lotta, a costo della vita, per una democrazia che appare ancora lontana. Secondo quanto riportato da Amnesty International e da altre associazioni a difesa dei diritti umani, le incarcerazioni arbitrarie restano infatti uno degli strumenti privilegiati con cui il sistema iraniano risponde a chi si batte per la libertà. E’ questo il risultato di una giustizia assente e schiava del regime degli Ayatollah. Dissidenti politici, prigionieri di coscienza, giornalisti, sono i principali bersagli della repressione. Oltre agli arresti di massa, opera dei reparti militari dei servizi segreti, c’è il dramma degli studenti ‘desaparecidos’: le stime parlano di circa 560 giovani scomparsi nel nulla, forse caduti nelle mani dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, i più severi difensori del regime islamico in Iran.
Appena arrivata a Teheran Zahra si rivolge all’Ershad, il ministero della Cultura responsabile per i permessi di lavoro ai giornalisti, e ottiene il tesserino che la identifica come stampa. Il 23 giugno si trova proprio a fotografare ed intervistare gruppi di genitori che da giorni aspettano notizie dei figli all’ingresso del carcere cittadino di Evin, nella zona settentrionale della capitale. La loro speranza è di saperli detenuti piuttosto che scomparsi senza lasciare tracce. Evin – definita ‘una prigione nella prigione’ dai redattori del rapporto Onu 2003 sulle condizioni di detenzione iraniane – è tristemente noto per la particolare durezza dei trattamenti cui, qui come negli altri penitenziari del paese, sono soggetti i detenuti: lunghi periodi nelle celle di isolamento, tortura e maltrattamento come strumenti per estorcere confessioni, violenze fisiche e psicologiche, mancanza di cure mediche ai malati.
Zhara viene fermata mentre svolge il proprio lavoro, quindi arrestata con l’accusa di spionaggio. Passa alcuni giorni in un luogo segreto, poi nel carcere di Evin. La sua vita entra in una spirale di violenza da cui non uscirà più. Il 27 giugno – secondo quanto ricostruito dalla commissione d’inchiesta in seguito nominata dal presidente iraniano Khatami – viene trasferita all’ospedale Baghiatollah di Teheran. Lì muore il 10 luglio dopo alcuni giorni di coma. Parte da qui il percorso verso una verità insabbiata, osteggiata dalle autorità iraniane, alla fine relegata a un ‘teatrino’ camuffato da processo. La prima dichiarazione ufficiale parla di morte causata da ictus, poi da infarto, comunque da un malore che subito dopo il fermo avrebbe colto la donna, immediatamente trasferita all’ospedale. Entrano in scena i genitori di Zahra, il padre afferma di aver in realtà cercato inutilmente notizie della figlia per dodici giorni, fino al suo ritrovamento ormai in fin di vita nel reparto di rianimazione dell’ospedale. Cominciano intanto ad incrinarsi i rapporti diplomatici tra Iran e Canada. Il figlio di Zahra, Stephan Hashemi, di nazionalità franco-canadese, da Montreal richiede con insistenza – sostenuto dalle autorità – il rimpatrio della salma della madre nel paese dove ha vissuto negli ultimi 25 anni, per una nuova autopsia e la sepoltura. Ma Zahra era entrata in Iran con un passaporto iraniano. «Per noi era una cittadina iraniana e valgono le leggi del nostro paese», fa sapere il portavoce del governo. «E’ necessario rimuovere le ambiguità e gettare luce su questa vicenda», tenta di rassicurare il presidente Khatami. Che nomina rapidamente una speciale commissione d’inchiesta coinvolgendo i ministeri dell’Interno, della Giustizia e della Cultura. L’indagine – condotta in meno di una settimana non senza suscitare dubbi su imparzialità e professionalità – ribalta la dichiarazione iniziale e costringe le autorità iraniane (anche sulla base di un rapporto del ministro della Sanità e del Dipartimento di medicina legale) ad ammettere le proprie responsabilità: Zahra Kazemi è morta per un’emorragia cerebrale causata dalle percosse subite durante la detenzione, in particolare da un forte trauma cranico. Il fatto di parlare apertamente di omicidio e di consentire lo svolgimento di un processo, tuttavia, non consente di arrivare davvero in fondo a una storia che si rivela sempre più scomoda e dunque da chiudere in tempi brevi.
Il 22 luglio il corpo di Zahra viene sepolto a Chiraz, nel sud del paese, contro la volontà del figlio Stephan. La madre della giornalista rivela inoltre di aver subito pressioni per autorizzare la sepoltura della figlia in Iran. Nel frattempo il rapporto della commissione d’inchiesta, reso pubblico in quegli stessi giorni, dichiara che la giornalista è stata interrogata, e violentemente percossa, da diversi organismi del regime: la polizia, gli agenti del Procuratore generale di Teheran, i servizi segreti. Comincia qui il rimpallo delle responsabilità, scaricate a turno sui vari soggetti. Trapela che Said Mortazavi, procuratore generale, ha assistito personalmente a un interrogatorio di Zahra, durante le prime ore della sua detenzione. Accusato da alcuni di avere responsabilità diretta nella morte della donna, Mortazavi affida il dossier alla procura militare. Alla fine di luglio l’indagine scivola nelle mani del giudice Esmaili. Riformatori e conservatori si accusano reciprocamente, vengono incriminati due uomini dei servizi segreti ma non si fornisce la loro identità. Il 22 settembre la giustizia iraniana esclude la piena responsabilità delle istituzioni di Stato e – senza una reale spiegazione – indica in Mohammad Reza Aghdam Ahmadi, agente dei servizi segreti, il presunto assassino di Zahra Kazemi. “Omicidio preterintenzionale” è l’accusa. Il capo del sistema giudiziario e il capo dei servizi segreti danno vita ad un comitato, ufficialmente per verificare gli elementi del dossier, di fatto per trovare un compromesso e ‘risolvere’ il caso. Il capo del sistema giudiziario dichiara: «non è rilevante sapere chi ha ucciso Zahra Kazemi: poco importa che sia stato un agente dei servizi segreti o un membro dei servizi del procuratore di Teheran. L’importante è trovare un colpevole!»
Passano i mesi e si avvicina la data del processo, previsto per la metà di luglio 2004. Le autorità canadesi premono per essere presenti ma l’Iran mostra di rifiutare ogni possibile mediazione. «In quanto stato sovrano l’Iran non è obbligato ad accettare la presenza di osservatori esteri all’interno di un procedimento penale – fa sapere il rappresentante diplomatico iraniano presso Ottawa – (…) Il processo sarà regolare, basato sull’applicazione del diritto e sul giudizio di un giudice imparziale ed indipendente». Lo scontro si inasprisce, il ministro degli Esteri canadese richiama da Teheran il proprio ambasciatore, continua il tira e molla, infine gli esponenti diplomatici di Canada e Olanda – in rappresentanza della presidenza Ue – ottengono di presenziare all’apertura del processo. E’ Shirin Ebadi, iraniana premio Nobel per la pace, a capitanare gli avvocati di parte civile, annunciando di voler partire proprio dal capo d’accusa – omicidio ‘preterintenzionale’, l’imputato ha colpito accidentalmente la vittima alla testa – per fondare la difesa e dimostrare che le percosse sono state inflitte con l’intenzione di uccidere Zahra. Ma tanti elementi concorrono a far pensare che manchi un’autentica volontà di condurre un’azione processuale completa ed imparziale. Tutte le richieste di approfondimento avanzate dagli avvocati cadono nel nulla, dalla domanda di trasferire il dibattimento alla Corte d’Assise a quella di allargare il numero degli imputati e di testimoni presenti in aula. «I veri colpevoli sono da ricercare tra le guardie del carcere di Evin, al servizio della magistratura» sostiene Shirin Ebadi, denunciando la presenza alla sbarra di quello che appare solo un capro espiatorio. Il dibattimento si apre il 17 luglio 2004 – davanti alla corte solo Reza Ahmadi – e si chiude due giorni dopo. All’ambasciatore canadese e olandese viene impedito di prendere parte alla seconda e ultima udienza, il ministro degli Esteri canadese per la seconda volta richiama in patria il proprio rappresentante diplomatico. “La morte della fotografa iraniana è stata provocata da problemi cerebrali” arriva ad annunciare la tv di Stato di Teheran nel dare notizia della fine del dibattimento. «Abbiamo assistito solo ad una farsa grottesca – dichiarano i legali di Zahra, che si rifiutano di firmare il registro – ed è esattamente quello che temevamo. Sono stati violati i diritti basilari». Il 25 luglio, Reza Ahmadi viene assolto per insufficienza di prove. «Ora tocca al governo canadese far sentire la propria voce e trascinare il governo della Repubblica islamica davanti alla Corte Internazionale» commenta il figlio di Zahra, mentre Shirin Ebadi annuncia la volontà di fare di tutto «per impedire che anche questo crimine politico, come tanti altri commessi negli anni precedenti, rimanga impunito». Arriva forte anche la protesta dei parlamentari riformisti, intellettuali, giornalisti iraniani che parlano di genocidio della stampa e ricordano le cifre di un Paese che ha il primato di essere tra i più “grandi carceri dei giornalisti al mondo”. Sono infatti 15 i reporter attualmente detenuti in Iran, quasi 600 quelli in attesa di giudizio. Nell’ultimo anno sono state chiuse 38 testate e processati 74 giornalisti. Sei reporter sono stati condannati al divieto di esercitare la professione, otto aggrediti fisicamente e costretti a ricorrere alle cure mediche. Quello di Zahra è il caso più emblematico di ciò che l’assenza di democrazia può consentire, «un caso per cui la sentenza – ha dichiarato l’avvocato Seifzadeh – era stata già scritta un anno fa, subito dopo la sua morte».

   
 
   
   

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