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Due paesi. Una morte. Una strada molto lunga
in ricordo del freelance embedded Jeremy Little

   

 

Due paesi. Due strade che li attraversano. La prima dentro una tranquilla domenica mattina di Pasqua. L’altra in una notte buia e pericolosa.
Nella prima via una donna e un ragazzo camminano attraverso brevi macchie di luce. Madre e figlio, avvolti l’uno nella compagnia dell’altro, un lungo cammino.
Nell’altra via un convoglio di veicoli dell’esercito americano avanza nella notte. Un flash accecante, il rumore di metallo che si stacca, l’odore di esplosivo. Ora la strada è illuminata dalle fiamme di un veicolo incendiato e un ragazzo lotta contro il dolore di terribili ferite. Non lo sa ancora ma sta lottando invano. Il ragazzo subirà una lungo trasporto da ospedale a ospedale, parlerà ancora con qualche viso amico e scambierà persino ancora un paio di battute. Ma una settimana più tardi – in un ospedale militare in Germania – perderà la sua lotta per la vita.
Sua madre e suo fratello erano li, facce contratte dal dolore e dall’angoscia. Anche il padre gli era accanto, impotente mentre il calore cedeva.
Due paesi. Due strade. Una famiglia.  

Una camminata per attenuare il rimpianto

Jeremy Little, australiano, tecnico del suono freelance, stava documentando la guerra in Iraq quando viene ferito a morte il 6 luglio 2003. Stava lavorando al suo primo incarico oltremare per conto della NBC News. Era embedded assegnato alla Terza divisione della fanteria Usa e aveva solo 27 anni. 
Nella domenica di Pasqua 2004, quasi a un anno dalla sua morte, sua madre Anna inizia la sua lunga camminata che la porterà  da Londra a Cornwall, in quello che lei stessa ha definito un pellegrinaggio verso suo figlio morto. La sua maglietta dice fiera: ”Una piccola camminata per Jem”. La foto sorridente del figlio scomparso è stampata davanti.
Anna andrà avanti per 300 miglia fino al posto dove Jeremy ha passato la sua ultima vacanza. Jem amava fare surf e Anna spera di trovare qualcuno del gruppo che abbia speso un po’ di tempo con lui, per raccogliere alcuni ricordi del suo ragazzo al quale piaceva ridere, scherzare, divertirsi.
Jem aveva detto ai suoi amici che sarebbe tornato. Ora Anna sta andando al suo posto. È tempo di guarire e rapportarsi con il dolore che riempie i suoi giorni.
Suo marito John ha scritto recentemente: “Chiunque vi dica che il dolore passa con il tempo forse non ha avuto esperienza di un figlio ucciso».
Anna è un’insegnante, alcuni mesi fa ha lasciato il suo lavoro. Sentiva di non poter più dare ai ragazzi quello di cui avevano bisogno. Per adesso lei ha bisogno di se stessa.
Il fratello minore di Jeremy, Tim, è stato con lei fin dall’inizio del viaggio.  

Nessuna amarezza, solo dolore

Camminano fianco a fianco i sopravvissuti a una tragedia che ha cambiato le loro vite per sempre. Per loro, non ci sono cliches da seguire.
Sorprendentemente, non c’è amarezza, solo un dolore prolungato, un senso che pervade tutto per la perdita di una giovane vita che una volta ha riempito le loro vite con gioia. 
Loro sanno di non essere i soli ad aver perso un figlio, un padre, un marito, un amante in Iraq. Dall’inizio del conflitto più un migliaio di “stranieri” sono morti laggiù. Molti erano nell’esercito. Circa 40 lavoravano per i media.
Poco dopo la morte di Jem un gruppo di familiari di giornalisti e operatori dei media morti in Iraq si ritrovarono insieme a Londra per parlare di ciò che avevano in comune: il dolore.  Dopo il lutto, ora non gli restava, si dissero, che impegnarsi a cercare di raccontare al mondo cosa stava accadendo là. Lo dovevano ai loro cari e al lavoro che essi in Iraq svolgevano.
Uno era stato ucciso quando un carro armato americano aveva senza ragione alcuna sparato contro una stanza di hotel. Un’altro era stato ucciso in un attacco suicida. Un altro, appena ventiquattrenne, era stato colpito alla testa in una zona franca, senza una ragione o una spiegazione precisa, oltre al fatto che era alto, rasato e indifeso.
Quando arrivò il turno di Anna e Tim di fare qualcosa per ricordare un altro giornalista caduto nel conflitto iracheno, maturò l’dea della camminata come ricordo da offrire e da suscitare.  

Un percorso

Hanno iniziato alla “Chiesa dei Giornalisti” di St Bride a Londra. Qui, in un angolo dell’altare, una placca ai giornalisti vittime della guerra porta il nome di Jeremy Little, operatore del suono per la NBC News.
Anche se avevano vissuto senza Jem per quasi un anno, è stato uno shock tremendo, confessa Ann, vedere la conferma che se n’era andato. Ma era stato anche, curiosamente, fonte di conforto e di orgoglio leggere il suo nome lì, a migliaia di chilometri da casa.
Poi, dopo la messa, hanno cominciato a camminare, per 300 miglia.
Chissà quante volte, camminando, hanno ricordano il funerale nella chiesa nel nord di Sydney, alcuni mesi prima.
Chissà quante altre volte sono tornati a quel giorno in cui più di un centinaio di amici di Jem con i loro surf avevano accompagnato i parenti alla spiaggia preferita di Jeremy e avevano sparso, insieme al padre, le ceneri di Jeremy sulle onde del pacifico.
John ha descritto questo momento in una lettera: «ho aperto la teca e ho detto a Jeremy che era circondato dai suoi amici più cari, nel posto che amava, e che erano li per salutarlo. Appena ho iniziato a spargere le sue ceneri un ruggito si è alzato dal cerchio, un ruggito primitivo e bellissimo».
La “camminata per Jem” di Anna e suo figlio ha attraversato alcune tra le regioni più belle dell’Inghilterra. La morte di suo figlio l’ha portata dall’altra parte del mondo in cerca di qualcosa da portare a casa con lei.
«Avevo 27 anni quando ho avuto Jem - ha detto Anna quando è partita da Londra - e la sua nascita ha cambiato la mia vita. Lui aveva 27 anni quando è morto. La mia vita è cambiata di nuovo. Non sono più la persona che ero. Forse questa camminata mi aiuterà a capire la persona che sono diventata».

   
 
   
   

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