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La mia lotta al potere iraniano a colpi di satira
di Luciana Maci
per gentile concessione dell’Agenzia Misna (www.misna.org)

   

 

«Fino a quando in Iran non si è arrivati a chiudere 35 giornali in un anno, molta gente nel mondo aveva una vaga idea di come fosse questo Paese e spesso lo confondeva con l’Iraq. Ma c’è una fondamentale differenza: in Iraq tutto è tragedia, in Iran invece è commedia».
A sostenerlo è uno che della comicità ha fatto il suo pane quotidiano e la propria ragione di vita: Seyyed Ebrahim Nabavi, giornalista e scrittore di satira politica tra i più noti nella nazione mediorientale, autore di 46 libri, diversi documentari e sceneggiature, imprigionato due volte dalle autorità di Teheran e oggi in esilio in Belgio. Intervistato a margine di un convegno a Roma sulla libertà di espressione in Iran, Nabavi ha portato un esempio per spiegare gli aspetti più grotteschi della realtà iraniana.
«A fine maggio, durante una delle consuete sedute della Commissione di controllo degli organi d’informazione, il giudice Gholam Hossein Ejdehi, rappresentante della magistratura della Repubblica islamica, ha morso il rappresentante degli editori, Issa Saharkhiz, consigliere del presidente Mohammad Khatami, per una divergenza di vedute sulla pubblicazione di un articolo sui rapporti tra i giovani dei due sessi. Proprio così: gli ha sferrato un morso dopo averlo colpito due volte con una zuccheriera. Saharkhiz non avrebbe voluto nemmeno denunciare la cosa, ma ha dovuto farlo solo perché la moglie, gelosa, continuava a chiedergli spiegazioni».
Nabavi è una raffica di battute e giochi di parole, ma il suo percorso di vita non sempre è stato così divertente come i suoi motti di spirito. Nato nel 1958 ad Astarabad «da un padre funzionario e una madre che lo sopportava», lo scrittore aveva già cambiato più volte città quando, a 18 anni, si iscrisse all’università a Shiraz.
«Come tutti i miei coetanei – racconta – nel 1979 mettevo le città a ferro e fuoco per far trionfare la rivoluzione: in quel periodo ho militato in tutti i partiti, da quello comunista fino ai religiosi integralisti, passando ovviamente per i mujahedin e i seguaci del teologo modernista Shariati».
Poi, dopo aver avuto qualche incarico politico, l’iraniano si è accorto che «abbandonare la politica era la cosa più saggia da fare». Non l’ha lasciata del tutto, però, perché ha continuato a scrivere di satira politica, incontrando sempre numerose difficoltà: le riviste che ospitavano i suoi interventi venivano spesso chiuse e potevano riprendere le pubblicazioni solo a patto che non dessero mai più spazio a un suo articolo.
«Con l’elezione di Khatami alla presidenza del Paese nell’agosto 1997 – prosegue il giornalista – pensavo che i miei problemi fossero finiti: per un certo periodo la mia satira, le interviste e gli articoli erano richiesti dai maggiori quotidiani del momento, da ‘Jamee’ a ‘Tuos’ o ‘Bonyan’, ma la pacchia è durata poco. In seguito sono anche finito in carcere per due volte, nel 1998 e nel 2000, rispettivamente per un mese e quattro mesi e mezzo, sempre con la stessa accusa: la mia satira era ‘troppo satirica’, o forse faceva ridere poco e pensare molto».
In prigione ha avuto modo di sperimentare di persona le contraddizioni e i paradossi del governo iraniano.
«Il 12 agosto 2000, il giorno in cui mi hanno portato in cella tacciandomi di “pubblicazioni menzognere, offese contro i dirigenti del regime e accuse infondate” mi hanno annunciato che avevo vinto un premio nazionale per la migliore satira politca. Ma in Iran è così: recludono uno scrittore satirico a causa delle sue opere e, mentre quello sta in prigione, vengono pubblicati i suoi nuovi libri. È come se in questo Paese esistessero due governi: uno che mette gli autori in carcere, l’altro che pubblica i libri che scrivono.
Uscito dal carcere, Seyyed Ebrahim Nabavi, che è anche vincitore del prestigioso ‘Premio libertà di espressione Helman Hammet’, ha creato un sito Internet in persiano, che oggi ha circa 15.000 visitatori al giorno, e ha deciso di abbandonare il Paese per trasferirsi in Belgio, da dove non intende rimpatriare in tempi brevi.
«Stando in Europa mi sento libero di scrivere quello che voglio; preferisco lavorare restando fuori dal carcere, perché non sono tagliato per fare l’eroe».
In effetti, parlando da Roma, Nabavi si pronuncia a ruota libera sulla realtà iraniana, non esitando a lanciare i suoi strali neppure contro le potenti e temute autorità religiose.
«In Italia avete le barzellette sul calciatore Francesco Totti, noi in Iran abbiamo un imam che fa ridere moltissimo durante le preghiere del venerdì: nell’ultima predica è arrivato a sostenere che, per risolvere il problema della droga, bisogna uccidere i tossicodipendenti».
La stessa irriverenza è sfoggiata dall’intervistato nei confronti del potere politico: «Un giorno – rievoca – un ministro degli Esteri mi chiese dove trovassi gli spunti per la mia satira. Gli risposi che, finché lui restava responsabile di quel dicastero, non era difficile».
Nabavi sostiene di occuparsi solo di satira politica, e non di altri generi letterari, perché «in Iran l’unica cosa che fa davvero ridere è la politica». Afferma inoltre di aver scritto un articolo di satira ogni giorno della sua vita, anche nel periodo della detenzione, tranne una volta: quando, il 9 luglio 1999, le forze di sicurezza assaltarono l’università di Teheran in cui gli studenti manifestavano da giorni per chiedere la riapertura di un quotidiano censurato e maggiore libertà, provocando alcuni morti e numerosi feriti.
«Quel giorno scrissi un articolo intitolato ‘Quando non puoi scrivere di satira’».
Nabavi non è comunque l’unico a svelare magagne e mali del suo Paese con le armi dell’ironia.
«In Iran c’è un lunga tradizione di satira al punto che, negli anni precedenti alla prima rivoluzione iraniana, c’erano circa 400 autori satirici, che però non di occupavano di politica, ma di costume, società e altri argomenti. Quelli interessati ai temi politici erano una cinquantina, ma negli ultimi anni sono scesi a una decina».
L’iraniano fa i nomi di coloro che, come lui, si stanno confrontando in questi anni con le autorità a colpi di satira e sono perciò tenuti sotto stretto controllo o incarcerati: Nikahang Kowsqo, un caricaturista attualmente in prigione, Arvin, disegnatore condannato a 20 anni di reclusione, Emran Salani, nel cui ufficio di recente hanno fatto irruzione le forze di polizia, e il giovane Mahdi Karimzadeh, che ha iniziato a disegnare vignette a 6 anni. Il giornalista vuole anche ricordare quello che considera il suo maestro, Kiumars Saberi, noto con il soprannome di ‘Gol agha’ (Signor Fiore), morto pochi mesi fa. Lui e i suoi colleghi continuano a fare questo mestiere perché sono convinti che «ridere della politica o della religione sia un modo per combattere lo status quo». In particolare Nabavi, con le sue opere, punta a «far cambiare le idee alle autorità e alla popolazione iraniana in fatto di fanatismo ed estremismo». Il cammino non sarà né breve né facile se è vero, come sostiene il giornalista, che «il vero problema dell’esecutivo di Teheran è che vuole essere insieme governo e opposizione. Inoltre in Iran tutto è possibile, ma quello che dovrebbe succedere non succede mai. È un Paese molto complicato – conclude – e non si riesce a capirlo usando l’intelligenza; il miglior modo per comprenderlo è non pensare. Per questo il presidente statunitense George W. Bush ha capito benissimo quello che succede in Iran». 
 

   
 
   
   

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