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Il 13 marzo 2002 a Ramallah, in
Cisgiordania, cade, sotto una raffica di mitragliatrice sparata da un carro
armato israeliano, il fotoreporter di guerra italiano Raffaele Ciriello, 42
anni, sposato e padre di una bambina di appena un anno.
Le testimonianze della sua morte provengono dai racconti del suo amico e collega
giornalista Amedeo Ricucci, accanto a lui al momento dell’attacco, e soprattutto
dalle immagini della telecamera dello stesso Ciriello, che ha filmato i suoi
ultimi attimi di vita.
Raffaele Ciriello si trova con un gruppo di giornalisti e fotografi stranieri in
piazza Manara, nel centro della città, quando correndo giunge un gruppo di
giovani palestinesi inseguiti da un carro armato israeliano. Il tank in un primo
momento supera il gruppo di giornalisti, ma poi si gira e apre il fuoco contro
di loro. Sei pallottole colpiscono il fotoreporter italiano, che è
immediatamente caricato sull’automobile di Ricucci e trasportato all’Arab Care
Medical Hospital. Ciriello giunge in ospedale in condizioni disperate, e i
tentativi dei medici di salvargli la vita vengono vanificati anche
dall’insufficienza di plasma per le trasfusioni, che l’ospedale generale di
Ramallah non è stato in grado di fornire perché i soldati israeliani impedivano
il passaggio delle ambulanze.
A partire dagli anni ‘90 Raffaele Ciriello aveva preferito abbandonare la sua
carriera di medico per dedicarsi a quello che prima di essere un lavoro era una
passione, la fotografia. Aveva iniziato a seguire corse motociclistiche e rally
come la Parigi-Dakar, dedicandosi in seguito al fotogiornalismo di guerra in
Libano, in Afghanistan, in Ruanda, in Kosovo, in Eritrea, in Sierra Leone e
infine in Medio Oriente, dove era stato accreditato per il Corriere della Sera.
Un comune destino lo aveva legato ad altre due colleghe rimaste vittime sul
lavoro: erano infatti sue alcune foto di Ilaria Alpi, uccisa in Somalia, e di
Maria Grazia Cutuli, a fianco della quale aveva lavorato proprio durante il
viaggio in Afghanistan in cui la giornalista fu assassinata.
Raffaele Ciriello lavorava come freelance, la categoria di giornalisti in
assoluto più a rischio, in quanto priva sovente di protezione e in quanto
costretta a esporsi in prima linea rischiando la propria vita per vendere una
fotografia o una notizia e non tornare a casa a mani vuote. Tutti i nuovi
conflitti hanno tra i punti in comune quello che spesso fa coincidere i
giornalisti con i nemici da eliminare o da usare come merce di scambio in
trattative che spesso non vanno a buon fine.
Ma se questo vale per tutti i reporter che operano in zone di guerra, per i
freelance ciò vale di più perché l’esposizione è maggiore. Se è vero che un
fotoreporter deve cercare le immagini lì dove ci sono, sul campo, rischiando in
prima persona, è altrettanto vero che un fotoreporter freelance si dovrà esporre
doppiamente per svolgere il proprio lavoro che spesso consiste nell’andare più
vicino degli altri all’azione da ritrarre e documentare.
Raffale Ciriello conosceva bene questi rischi e tutte le difficoltà cui andava
incontro quotidianamente, come appare chiaramente dalla sua ultima
testimonianza, un’intervista a Radio 24 realizzata il giorno precedente alla sua
morte, che a posteriori appare ancora più drammatica, e in cui afferma. «E’
evidente la volontà di tenere lontana la stampa da quello che sta succedendo Da
una settimana sto cercando di seguire le operazioni militari e sistematicamente
non ci riesco o faccio molta fatica. Il più delle volte i metodi per tenerci
lontani sono un ferreo posto di blocco e una sventagliata di mitra. Siamo stati
stesi a terra per mezz'ora mentre piovevano proiettili nella stanza mia e dei
colleghi. Una stanza è stata centrata, fortunatamente l'operatore della tv
americana che la occupava non c'era in quel momento». In quella intervista
Ciriello raccontava, con amarezza, il gravissimo episodio avvenuto poche ore
prima nel quale i soldati israeliani avevano aperto il fuoco contro una trentina
di giornalisti che stavano filmando e fotografando, dall’albergo City Inn alle
porte di Ramallah, l’ingresso delle truppe nel campo profughi di Al-Amari. In
quell’occasione nessun giornalista era rimasto ferito, ma era stato reso
evidente il pericolo a cui andavano incontro giorno dopo giorno i giornalisti
che operavano nella zona. Nonostante questo Raffaele, come molti altri, aveva
deciso di rischiare ancora, per un lavoro in cui credeva.
Le immagini filmate da Raffaele Ciriello durante l’attacco che culmina con
l’assassinio del fotoreporter sono una prova schiacciante e inconfutabile delle
responsabilità dei soldati israeliani nella sua uccisione. Inoltre, la perizia
balistica disposta in seguito dalla procura di Milano ha stabilito che ad
uccidere Raffaele sono stati dei proiettili calibro 7,62 Nato, gli stessi in
dotazione dell’esercito israeliano. Purtroppo però, in una raccapricciante e
offensiva azione di negligenza mista a omertà, tutte queste prove non sono
servite a niente. Dopo l’iniziale ammissione dell’errore, infatti, nell’agosto
2002 arrivano le sconcertanti e assurde dichiarazioni di un portavoce
dell’esercito israeliano che, negando l’evidenza dei fatti, afferma che “non ci
sono prove che alcune unità delle forze armate israeliane abbiano aperto il
fuoco contro il fotografo italiano.
Come se non bastasse, il 12 settembre 2003 i giudici milanesi Giuliano Turone e
Massimo Baraldo sono costretti a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta
italiana, trovandosi di fronte a un assurdo e sorprendente rifiuto da parte
delle autorità israeliane di rispondere alla rogatoria avanzata dall’Italia, con
la quale si chiedeva – più che logicamente e legittimatamene, viste le prove
filmate e le testimonianze oculari – di interrogare i soldati del carro armato
dal quale erano partiti i colpi di mitragliatrice che avevano ucciso il
fotoreporter.
«Non era mai successo – ricorda Amedeo Ricucci - che un governo straniero si
rifiutasse formalmente di collaborare con le autorità giudiziarie italiane. Dal
1959, da quando è stata firmata la prima convenzione internazionale in materia,
la Convenzione di Strasburgo, centinaia di rogatorie sono state trasmesse
dall'Italia ai quattro angoli del mondo. Ci sono stati Paesi che hanno risposto
in ritardo, in maniera incompleta oppure sbagliata. E ci sono stati Paesi che
hanno preferito ignorare la nostra richiesta di collaborazione. Ma nessuno,
tanto più un Paese amico, si era mai permesso di rigettare una rogatoria, per di
più con tracotanza. Le autorità di Tel Aviv hanno contestato da un lato la
competenza dei giudici italiani a indagare su una morte avvenuta al di fuori dei
confini nazionali. E dall'altro si sono arrogati il diritto di entrare nel
merito dell'inchiesta, giudicando "infondata" la richiesta dei giudici milanesi,
visto che a loro avviso "non c'è alcuna responsabilità" da parte israeliana
nella morte di Raffaele Ciriello. Un iter analogo hanno seguito d'altronde le
inchieste interne svolte dall'IDF sulla morte degli altri 4 giornalisti uccisi
da fuoco israeliano in Palestina dall'inizio della seconda Intifada. Erano tutti
professionisti dalla lunga esperienza sui fronti "caldi" del Medio Oriente,
uccisi in circostanze quantomeno sospette, nonostante fossero chiaramente
identificabili come giornalisti, dai giubbotti antiproiettili e dalle scritte
stampigliate sopra. Su nessuna di queste morti c'è mai stata un'inchiesta seria,
né sono mai state prese sanzioni, disciplinari o amministrative, nei confronti
dei soldati che hanno aperto il fuoco. Ne consegue, un sentimento di impunità
generalizzata, in totale contraddizione con il rispetto della vita umana a cui
l'esercito israeliano afferma di ispirarsi».
La definitiva versione ufficiale dello Stato di Israele sull’avvenimento era
stata consegnata all’allora ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel
maggio 2003. Affermava appunto che la morte del giornalista era stata frutto di
un fatale errore per cui la sua telecamera era stata scambiata per un
lanciagranate a spalla puntato contro il tank, i cui occupanti erano quindi
stati costretto a fare fuoco. Chi conosce il mondo dell’informazione di guerra
sa che questa versione dei fatti è stata usata ufficialmente talmente tante
volte da diventare una banale filastrocca recitata a memoria e resa quasi sempre
poco credibile dalle circostanze. Tra queste circostanze giganteggia la presenza
della tecnologia che accompagna oggi le armi e i relativi mirini di precisione
usati dai soldati, che anche da una certa distanza permettono il più delle volte
di identificare correttamente oggetti e persone, e di colpire – come purtroppo
nel caso di Ciriello raggiunto da sei colpi nello stesso istante - l’obiettivo
con un margine di errore minimo. Ma non è finita. L’assurdità della versione dei
fatti israeliana è confermata anche dal tipo di telecamera utilizzata da
Raffaele Ciriello al momento dell’attacco, una piccolissima telecamera palmare –
e non la telecamera a spalla usata solitamente dai cameraman - , un oggetto
davvero difficilmente da scambiare con un’arma di genere e dimensioni di quella
descritta dagli israeliani.
Eppure, nonostante tutti questi elementi, la conclusione a cui giungono le
autorità israeliane è che, tenuto conto di tutte le ‘attenuanti’ da loro
elencate e del fatto che “il luogo dove è avvenuto l’incidente era stato
dichiarato zona di guerra e preclusa quindi ai giornalisti” non è possibile
imputare alcun illecito ai militari coinvolti.
Questo dunque il clima di totale impunità in cui ancora una volta si è conclusa
una vicenda che ha visto uccidere un giornalista dedito al suo lavoro al punto
da morire per esso. Un clima che, nonostante continui a sembrare assurdo, si fa
sempre più reale e comune, e che contiene il rischio dell’assuefazione.
Ma forse, e il beneficio del dubbio apre una piccola speranza, questa volta
potrebbe non essere questo il capitolo conclusivo della vicenda. A due anni di
distanza dall’uccisione di Raffaele Ciriello, infatti, il 30 luglio 2004 il
presidente dell’Associazione Stampa Basilicata, ha incontrato a Roma il
presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, proponendo la
riapertura del caso Ciriello e la costituzione di una Commissione parlamentare
d’inchiesta. La proposta è stata anche appoggiata da varie associazioni che si
occupano di attacchi alla stampa e potrebbe portare finalmente alla luce la
verità su questo caso. Quella stessa verità, rivelatasi spesso scomoda e in
definitiva fatale, che andava cercando Raffaele Ciriello con il suo lavoro di
giornalista freelance.
Quel lavoro che lo portò a descrivere così i suoi compagni di viaggio: «Per aver
sopportato con me le buche di quella pista africana che non finiva più e per
aver diviso il filo d'acqua regalato dal rubinetto di una sgangherata locanda
afghana. Per lo sguardo che ci siamo scambiati salendo su quell'elicottero
tenuto assieme dalla vernice e per la delusione di quell'intervista negata
all'ultimo momento. Per quell'aereo mai partito e quel tassista atteso invano.
Per quella marcia di ventidue ore e per l'abbraccio che ci siamo scambiati
quando già ci davano dispersi. Per le levatacce sotto quei cieli di piombo e per
i rientri a notte fonda nell' oscurità complice di un coprifuoco allegramente
ignorato. Per le serate senza cena senza luce. Solo due chiacchiere, sempre le
stesse. Domani, forse ci riusciamo, chissà. Per queste volte, e per quelle che
verranno».
Anche per queste parole, per il profondo affetto e stima che in esse si colgono
verso i colleghi, il rischio che la morte di Raffaele Ciriello venga
definitivamente archiviata come uno dei tanti incidenti sul lavoro, come una
morte bianca e senza colpevoli, sarebbe una vergogna per tutto il giornalismo
italiano. |