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Raccogliendo i pezzi
Le truppe israeliane hanno distrutto sistematicamente gli sbocchi dell’emittenza palestinese

   

 
Durante gli ultimi tredici anni Faed Said Arko è stato il sorvegliante dell'edificio in cui si trova l'ufficio Bakri di Ramallah che ospita tre stazioni radio private palestinesi e una televisiva. Il 3 aprile 2002 verso le 10.30 Arko e un altro lavoratore erano al sesto piano, quando le truppe israeliane entrarono nell'edificio. l soldati ordinarono ad entrambi gli uomini di togliersi i vestiti, controllarono se avessero esplosivi e dopo averli ammanettati e bendati li schiaffeggiarono.
I soldati, poi forzarono Arko a condurli presso la Nars TV e presso Memana Radio, radiotrasmittenti nello stesso studio. Ordinarono ad Arko di entrare nella prima stanza e di assicurarsi che non ci fossero esplosivi o cecchini palestinesi. Infine i soldati entrarono nello studio. Usando delle mazze fracassarono gli schermi televisivi, poi entrarono nella stanza di trasmissione dove distrussero irreparabilmente i computers e tutta l'attrezzatura.
«I soldati eliminarono ogni pezzo d'attrezzatura nella stazione» ricorda il direttore della Nars TV e della Memana Radio. «Tutto fu distrutto. Ora, noi non abbiamo niente per lavorare».
Le truppe israeliane, negli stessi giorni, ripeterono la distruzione con un bombardamento agli uffici delle stazioni radio private Ajyal e Angham.
In una regione dove i governi nazionali controllano la maggior parte di stazioni radio e televisive, la West Bank e la striscia di Gaza erano fino a qualche anno fa delle benvenute eccezioni. A partire dagli anni '90 i privati possedevano molte stazioni radio e televisive e ancora oggi, malgrado continue difficoltà, circa 50 stazioni forniscono notizie locali, musica e talk-show, contando spesso, se non sempre, su miseri bilanci. L'importanza delle stazioni private è diventata ancora più rilevante durante l'ultima occupazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nella West Bank che ha portato alla ripetuta distruzione di uffici e trasmittenti radio e televisive palestinesi. Dopo la distruzione, con cariche di esplosivo e bulldozer di "La voce della Palestina" - la RadioTv ufficiale della Stato palestinese - il ricevimento di notizie nella West Bank è limitato. Come effetto, i media privati giocano un ruolo di pubblico servizio essenziale per diffondere notizie e per comunicare ai palestinesi i servizi di emergenza. Questo ruolo è ben compreso da parte israeliana che però propone una visione del problema inaccettabile, ben sintetizzata dal capitano Jacob Dallal, uno dei portavoce della IDF che a suo tempo affermò ripetutamente: «noi non possiamo sottovalutare il ruolo dei media palestinesi nell'incitamento del popolo alla violenza».
Ed è questa convinzione - che cioè i media palestinesi esaltino ogni tipo di attacco contro gli israeliani - che conduce la IDF a distruggere metodicamente gli uffici dei media palestinesi. Muataz Bseisso, proprietario della "Voce di Amore e Pace", una stazione radio privata di Ramallah, insinua che la IDF abbia preso di mira molte emittenti di Ramallah nel tentativo di limitare le comunicazioni durante le operazioni militari di Israele.
«Io penso che l'esercito israeliano voglia principalmente che il popolo palestinese non sia informato di quel che succede» ribadisce Bseisso, ricordando che quando arrivò al suo ufficio la prima settimana di aprile 2002 dopo che l'esercito israeliano aveva tolto per qualche giorno il coprifuoco, trovò lo studio in scompiglio. «C'era stato come un terremoto che aveva colpito l'edificio. Niente era stato rubato ma tutte le cose erano state distrutte. I soldati avevano danneggiato ogni pezzo dell'equipaggiamento della radio». Nello stesso periodo le truppe israeliane occuparono per 28 giorni il ministero palestinese della cultura a Ramallah. La costruzione ospitava gli studi di stazioni private molto famose quali l’Amwaj Radio and Television e l’Istqlal Television.
Secondo le notizie riportate dal giornale israeliano Ha'aretz - giornale di opposizione al governo Sharon – i soldati danneggiarono entrambi gli studi.
«Penso che l'attacco ai media palestinesi miri specificatamente e intenzionalmente a minare i diritti di un popolo» afferma Wassim Abdullah, direttore tecnico di Al-Quds Educational TV, una televisione nata in un campus universitario e che trasmette specialmente programmi per bambini.
Durante i giorni iniziali dell’offensiva della IDF, i soldati occuparono l’edificio della stazione TV, oltre all’intero campus universitario.
Quando le truppe se ne andarono alcuni monitors erano stati bucati da pallottole, altro materiale mancava e graffiti anti-palestinesi ricoprivano gli uffici. Daoud Kuttab, fondatore dell'Istituto per i media all'università di Al-Quds, che dirigeva la stazione TV, offre una amara spiegazione.
«Non si tratta solo di mancanza di rispetto o indifferenza, la mia sensazione è che Israele abbia come obiettivo ogni simbolo dell'indipendenza palestinese. E i media, qui come altrove, sono uno di questi simboli». Dopo la denuncia della stampa locale e internazionale del vandalismo compiuto da parte dei soldati israeliani sulle emittenze della West Bank, la IDF istituì una commissione d'inchiesta per punire i responsabili dei danneggiamenti. «Usammo tutti i modi, fu un brutto fenomeno di vandalismo» confessò un soldato al quotidiano israeliano Ha'aretz il 30 aprile. E aggiunse che l'esercito si accanì sugli edifici che ospitavano media senza neppure ordini ufficiali. Più tardi la IDF annunciò che avevano arrestato diversi soldati e avevano accusato altri per vandalismo e saccheggiamento. In seguito undici soldati rimasero in prigione più di 5 mesi e altri 20 furono posti sotto investigazione.
Le Nazioni Unite e la World Bank recentemente hanno stimato il totale danneggiamento da parte dell'offensiva militare israeliana in circa 400 milioni di dollari. Questo aspetto include il danneggiamento alle basilari infrastrutture: edifici, case, strade, equipaggiamenti, luoghi di cultura e uffici. Basato sulle stime di diversi proprietari di stazioni, il danneggiamento sostenuto dalle trasmissioni dei media palestinesi incide almeno per un milione di dollari, una somma che scoraggia da subito la speranza di recuperare questi danni, visto che già una tale somma era stata da poco destinata al risarcimento di precedenti vecchi danni.
Per questo, come dice il direttore di Nars TV, comprensibilmente pieno d'amarezza, «è così duro descrivere cosa è stato questo danno, forse perché è stato così difficile lavorare negli ultimi anni. A Kuttab, direttore di Al-Kuds, la distruzione della sua stazione gli sta spezzando il cuore. Gli ci vorrà tempo per accumulare i fondi necessari affinché la sua stazione torni in piedi».
Grazie alle notizie fornite all'informazione pubblica, i media palestinesi della West Bank erano parte di un ben più largo processo di costruzione di una società civile. Ora con la continua distruzione di numerose stazioni radiofoniche e televisive, questo processo è stato interrotto, il loro futuro reso molto più difficile.
   
 
   
   

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