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Quando muore un reporter a Baghdad
in ricordo del giornalista televisivo Tareq Ayyoub
intervista alla moglie del giornalista ucciso l’8 aprile 2003 durante un bombardamento che prese di mira gli uffici a Baghdad di Al Jazeera 

   

 
«Quando mio marito Tareq Ayyoub decise di andare a Baghdad sapeva che avrei protestato. Che avrei cercato di impedirglielo, che mi sarei innervosita. Mi rispose che esageravo quando parlavo dei rischi e dei pericoli che avrebbe potuto incontrare in Iraq, che non c'era nulla da temere per un giornalista. Un giornalista, mi ripeteva, era un testimone obiettivo, non schierato da nessuna delle parti e sarebbe stato comunque protetto dallo status di inviato di un grande network televisivo. Quando partì mi chiese scusa per l’ansia che questo viaggio mi procurava. Promise a me e a nostra figlia Fátima, che sarebbe tornato presto».
«Tareq arrivò negli uffici di Al Jazeera di Baghdad il 5 aprile del 2003. Mi telefonò subito al suo arrivo: il viaggio è stato spaventoso, mi riferì. Sembrava come stremato, era riuscito a dormire solo tre ore».
«In quei giorni passavo gran parte delle mie giornate davanti alla televisione, non potevo dormire, aspettavo con ansia di vedere apparire Tareq in un suo servizio in diretta. Nelle prime ore del mattino dell'8 aprile, ero sveglia quando vidi il suo viso per l’ultima volta, con il microfono in mano, il giubbotto antiproiettile azzurro e quel ridicolo elmetto sulla testa. Erano le 6 del mattino. Tareq in quel servizio descriveva la situazione di Baghdad come "calma e tranquilla". Mi calmai anche io della mia ansia e tornai a letto per cercare di riposare almeno un po’».
«Un'ora dopo mi svegliai di soprassalto sentendo le grida e il pianto di mia madre. Non riuscii subito a capire cosa fosse accaduto. Presi una sedia e tremando fissai la Tv. La casa era piena di gente. Ma io non riuscivo a vedere né ascoltare nessuno. Speravo che finisse quel tormento di ansia e di attesa che stavo vivendo. Speravo che quel momento svanisse come in un film dove la storia finisce sempre con il classico ‘e vissero felici e contenti’. Non riuscivo neppure a piangere. Ho seguito il collegamento da Baghdad e ho visto le bombe degli americani che bombardavano gli uffici di Al-Jazeera. In quel momento, in quel momento preciso compresi che Tareq non sarebbe mai più tornato a casa. Che lo avevano ucciso».
«Sono una docente d’inglese all’Università di Amman. Una volta, aprendo un seminario sulla Carta delle Nazioni Unite e sulla Dichiarazione dei Diritti Umani, uno degli studenti mi chiese: "come possono gli Stati Uniti affermare che questa guerra è motivata da una causa nobile? Tutte le definizioni sulla guerra che si trovano nei dizionari trattano l’argomento ‘guerra’ come un evento sanguinoso, portatore di tragedie, povertà e devastazioni”. Intervenne poi un'altro studente: "non parlatemi di carte e di cosiddette missioni nobili. Io credo solo in ciò che vedo. E in quello che vedo non scorgo alcuna causa nobile". Tutti i partecipanti al seminario gli diedero ragione. Rimasi in silenzio. Non fui capace di dire nulla».
«Di solito, insegnavo ai miei studenti, che l’american dream, il sogno americano, poteva essere ben compreso quando si riferiva alla qualità della vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Sono convinta ora che i miei studenti avessero ragione. Ho imparato in un attimo come le guerre degli americani siano in grado di rovinare la vita di una persona. Così come è stata distrutta la mia».
«Hanno bombardato la redazione di Al Jazeera soltanto per l'irritazione che gli americani provavano di fronte a quelle notizie che non confermavano la loro visione del conflitto. Negli ultimi cinque anni Al Jazeera e gli altri mezzi d’informazione arabi hanno conquistato grande credibilità, anche al di fuori dei paesi arabi, perché sono riusciti a entrare in diretta concorrenza con i grandi network internazionali come la BBC o la CNN. Al Jazeera ha raggiunto il massimo della popolarità durante la guerra contro l'Afghanistan. Il canale satellitare ha trasmesso le voci dei leaders di Al Qaeda, dei talebani, ma anche quella del presidente Bush e dei suoi alleati. Questa decisione di mettere in onda l'opinione di entrambe le parti corrispondeva allo slogan e allo stile dell’emittente: "diffondere sempre e comunque l'opinione a favore e quella contro di ogni fatto". Ma gli americani non potevano permettere che prevalesse una linea editoriale con questa livello di libertà, di condivisione e di espressione».
«Gli Usa inviarono un primo avvertimento ad Al Jazeera già nel novembre del 2001, quando bombardarono la redazione di Kabul, distruggendo le attrezzature e costringendo i giornalisti ad abbandonare gli uffici. Un cameraman della televisone qatariota fù perfino arrestato e imprigionato nell’illegale campo di detenzione di Guantánamo, con l’incredibile qualifica di “prigioniero di guerra”. Un cameraman!»
«Durante la guerra contro l’Iraq e il suo popolo, l’informazione di Al Jazeera si è concentrata sulle sofferenze vissute ogni giorno dalla popolazione civile. Ancora una volta gli americani hanno fatto di tutto perché i loro crimini e le atrocità commesse passassero inosservate. Le due bombe che hanno lanciato sull'ufficio di Al Jazeera hanno ucciso mio marito. Quindi hanno aperto il fuoco contro gli edifici della Tv di Abu Dhabi. L’obiettivo successivo fu l’hotel Palestine, quartier generale della stampa internazionale: un carro armato della classe M1 Abrams sparò un colpo, un solo colpo, e altri due giornalisti vennero uccisi».
«Così gli Usa hanno tentato di nascondere al mondo le prove dei loro crimini. Uccidendo i testimoni imparziali, i reporter. Lo Stato Maggiore Usa ha immediatamente negato ogni responsabilità: “sono stati solo dei terribili errori” sostennero durante una conferenza stampa “non eravamo a conoscenza dell’ubicazione degli uffici di Al-Jazeera”. Ma il direttore delle news ha poi confermato di aver fornito per scritto al Pentagono l’ubicazione precisa dell’ufficio della Tv a Baghdad. E questo avveniva ben tre mesi prima dell’inizio della guerra».
«Mio marito, i suoi colleghi e i suoi amici sono stati assassinati in pieno giorno, in luoghi conosciuti dai militari Usa come luoghi dove erano presenti le strutture tecniche e operative dei mezzi di informazione stranieri. Gli Stati Uniti hanno successivamente continuato ad accusare Al Jazeera e i suoi cronisti di ”attività anti-americana” durante tutto il corso della guerra».
«Ditemi per favore cosa dovrò fare quando mia figlia di solo 20 mesi chiamerà suo padre cercandolo per la casa… Cosa farò quando l’orologio segnerà le cinque del pomeriggio, l’ora nella quale Tareq sorridendo tornava a casa….? Per quanto tempo dovrò continuare a vedere mia suocera che vomita, ancora oggi, fino a quattro volte in meno di mezz’ora… Quando mia figlia mi porterà i giocattoli per giocare con me come faceva con suo padre… Fino a quando le mie lacrime continueranno a bagnare il viso di mia figlia mentre le parlo di suo padre…»
«Permettetemi di rispondere da sola a un’ultima domanda che mi brucia dentro: con quale spirito alleverò mia figlia? L’alleverò perché non perdoni né dimentichi mai. Perché non dimentichi mai suo padre né mai possa arrivare a perdonare coloro che l’hanno assassinato».
«Sono passati mesi dalla morte di Tareq, e i responsabili della sua morte si vantano ancora pubblicamente dei loro successi militari! Per quanto riguarda me non sono riuscita ancora a trovare nessuno che mi possa assistere per formalizzare un’azione legale contro gli assassini di Tareq. Quando ho pensato di aver trovato una strada seguendo l’ordinamento giudiziario del Belgio, che consentiva ad ogni cittadino di ogni paese e confessione di poter adire a vie legali contro dittature e regimi, le minacce e gli ultimatum lanciati dagli Usa sono riusciti a convincere il Parlamento di quel piccolo paese europeo ad abrogare la legge mettendo così fine alle mie speranze di giustizia».
«La mia vita e la mia serenità sono finite quella mattina di quell’8 aprile. Tuttavia conservo ancora un ultimo sogno: che la mia Fátima abbia un futuro migliore del mio, pieno d’amore e di sicurezza. E quando le nostre menti e i nostri cuori si saranno placati dalla rabbia che contengono, coloro che hanno deliberatamente ucciso suo padre e mio marito, siano portati davanti ad una corte di giustizia».
   
 
   
   

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