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La guerra vista da Al Jazeera: "Finalmente diciamo la nostra"
intervista al giornalista palestinese Samir al Qaryouti
raccolta da Marco Calabria ed Enzo Mangini

   

 
C’è solo un campo nel quale, a guerra ancora in corso, si possono trarre alcune, parziali, conclusioni. È quello dell'informazione, soprattutto di quella internazionale, che, molto più che nel 1991, è parte della guerra stessa. Ne abbiamo parlato con Samir al Qaryouti, nato in Giordania da una famiglia palestinese fuggita nel 1948, e cresciuto a Ramallah, dove abitava proprio accanto alla Muqata, che oggi è la martoriata sede dell'Autorità nazionale palestinese. 

In questa guerra l'informazione sembra pesare quanto i combattimenti. Quali sono le differenze più significative rispetto a quella del '91?

Tutte le guerre del Medio Oriente, o, più in generale, quelle del Sud del mondo, sono sempre state raccontate e gestite dai media più potenti. In Algeria e in tutte le lotte di liberazione dai colonialismi le notizie sono sempre state controllate da un pugno di agenzie di stampa, e poi dalle altre grandi potenze mediatiche. Fino al 1991, la radio più ascoltata nel mondo arabo era il canale in lingua araba della BBC. I nostri cittadini sono tradizionalmente diffidenti verso le radio di stato, e ne hanno tutte le ragioni. Dagli anni cinquanta ai settanta, ad esempio, la radio egiziana è stata sempre colma di retorica, la sua idea fissa era quella di una vera e propria esaltazione dell'Egitto. C'era un famoso commentatore, Ahmed Said, capace di mobilitare centinaia di migliaia di persone con le sue corrispondenze. A sentir lui, nel 1967, sembrava che le truppe arabe stessero per arrivare a Tel Aviv, e invece gli israeliani avevano già passato il canale di Suez. Generazioni intere di arabi hanno poi avuto uno choc enorme, causato proprio dalla falsità di quel tipo d'informazione: dalla scoperta del divario tra la realtà e l'immaginazione di quei giornalisti. Allora, la BBC e perfino la radio araba israeliana, hanno avuto ascolti maggiori delle radio di stato. Nel 1991, siamo arrivati alla televisione, che era già quella del "villaggio globale", delle immagini che passano ovunque in pochi secondi. E la CNN ha avuto il monopolio sulla guerra del Golfo, nessuno ha visto nulla se non i servizi prefabbricati e le conferenze stampa pilotate dai portavoce militari. Tutto questo è servito a mantenere un certo ordine mondiale, che è anche quello dei regimi arabi, di tutti i regimi arabi. Soltanto più tardi abbiamo scoperto le falsità della Cnn. Oggi non è più così, sono le tv occidentali a prendere le immagini delle televisioni arabe: Al Jazeera, Al Manar, Abu Dhabi. Ma c'è anche una stampa araba più libera, che ha il coraggio di criticare i governi. Anzi, spesso sono loro i primi bersagli, prima ancora degli Stati Uniti.  

Eppure, la diffidenza occidentale verso i media arabi sembra perfino cresciuta…

Lo stereotipo che vuole gli arabi incapaci a fare informazione è duro a morire. Ho fatto di recente una ricerca sulla stampa araba dal 1832 al 1926, e ho scoperto cose straordinarie. Nel 1876, in Italia, c'erano ben quattro quotidiani in lingua araba: a Napoli, a Bologna e a Livorno. Ora c'è la televisione, ma il pregiudizio di cui parlavo è ancora forte. Si pensa che "per natura" gli arabi siano bugiardi, retorici e inclini ad esagerare. La vera differenza culturale tra i paesi occidentali e quelli arabi, quella essenziale, è che la cultura occidentale è basata certo sulla scrittura, ma più ancora è basata sull'arte, sulle immagini, la pittura, la scultura. Dipende dal fatto che la natura è più bella e varia, che ci sono la neve, i fiumi e tante altre cose che ispirano il genio. La cultura araba, invece, ha solo il deserto. Tutto lì è aperto e deserto. Gli arabi sono obbligati a guardare nello spazio, notte e giorno. Non hanno avuto il pennello o lo scalpello, hanno avuto la parola. Di notte, nel deserto, si parlava e si faceva poesia. I dieci poemi più famosi della cultura araba preislamica sono stati scritti con inchiostro d'oro e appesi alla Ka'aba della Mecca. Poi è venuto l'Islam: la "sura" più antica del Corano dice: "Leggi!, nel nome del Dio che ti ha creato. Colui che ha insegnato all'uomo con la penna". Ecco, la scrittura e la lettura, la lingua e la parola. La novità è che adesso la parola araba può arrivare ovunque. In questa guerra, la verità sarà vista da due angolazioni diverse. L'altra novità è che ora c'è una professionalità araba basata anche sulla tecnologia. La mediazione tra i fatti e gli spettatori è araba. 

Nel racconto dei media occidentali è come se a un certo punto si fosse però spezzato qualcosa. Lo show non rispettava più il copione…

All'inizio della guerra, tutti aspettavano l'ultimatum e l'invasione. La cavalcata nel deserto e l'arrivo a Baghdad sembravano facili e scontate. Avevano dimenticato, o voluto dimenticare, alcuni dettagli. Paragonare la forza militare statunitense all'esercito iracheno è assurdo: gli Usa sono la più potente macchina da guerra della storia umana. Così, ci si preparava al crollo dell'esercito iracheno e a un'immediata rivolta della popolazione. C'è una differenza fondamentale rispetto alla guerra contro l'Iran o a quella del '91: allora la volontà di combattere era minore. Nel '91 l'invasione del Kuwait era stata un'azione sciagurata, ma l'aveva fatta un paese arabo contro un altro paese arabo. Questa volta truppe occidentali invadono un paese arabo sovrano, indipendente. Un paese che ha partecipato alla nascita delle Nazioni Unite, alla costituzione della Lega Araba. Cose puntualmente dimenticate dagli "esperti" che vanno in televisione, che ignorano l'enorme impatto di questa guerra sull'opinione pubblica araba. Gli occidentali si sono fidati dell'opposizione irachena in esilio, che aveva promesso sollevazioni e un'avanzata facile. Invece, ogni giorno di guerra in più viene considerato dagli arabi una vittoria. Una loro vittoria, non di Saddam Hussein. Perché c'è un popolo arabo che resiste, un popolo sotto embargo da dodici anni, che ha avuto un milione di bambini morti per le sanzioni internazionali e che non ha neanche le matite, perché sono state vietate dal programma Oil for Food. C'è quasi un timore ad usare la parola "resistenza". Ma per gli arabi di questo si tratta. Israele ha sconfitto tre stati arabi nel giro di sei giorni. Anzi, me lo ricordo bene perché ero lì, non sono stati nemmeno sei giorni: la Giordania è stata sconfitta in un solo giorno. Questa volta è diverso. 

Come spiega questa resistenza?

Perché in tutti questi anni l'Iraq ha potuto contare solo su se stesso. Lasciamo per un momento da parte il regime, parliamo del popolo: hanno riparato le raffinerie senza un tecnico straniero, senza un pezzo di ricambio che arrivasse dall'estero. Ciò che i mezzi d'informazione, anzi di propaganda, vogliono mostrare è che l'arabo è un buono a nulla. Ho sentito Luttwak dire degli iracheni: "Questi non sono tedeschi né inglesi, questi non sanno combattere". La resistenza non vuol dire soltanto saper sparare, le tv arabe sono piene di storie di ogni giorno, di gente comune che dice "l'importante è tenere duro", e la solidarietà sociale fa parte della cultura. Questo lato della guerra, le persone in carne e ossa, non viene mostrato dalle tv occidentali. Che, per esempio, non raccontano di come migliaia di esuli iracheni, contrari al regime, comunisti, sciiti, siano tornati sì dalle proprie famiglie, ma siano tornati anche per combattere. Non per Saddam, ma contro quella che viene percepita come un'invasione neocoloniale. 

Una delle differenze maggiori nella rappresentazione della guerra, infatti, è che le tv occidentali usano soprattutto il campo lungo, mentre Al Jazeera "stringe" sulle persone…

Ti faccio un esempio: quando c'è un bombardamento a Baghdad, lo studio e gli inviati cercano subito di capire che parte della città è stata colpita. Poi, parte una troupe per andare sul posto, per vedere e far vedere. La polemica sulle immagini è assolutamente deformata. Al Jazeera ha mostrato le immagini dei corpi dei soldati solo dopo che Rumsfeld aveva negato che ci fossero vittime statunitensi o prigionieri. E trasmette anche le immagini dei civili fatti a pezzi dalle bombe, avvertendo che si tratta di immagini molto dure, ma che documentano quale sia il vero impatto della guerra, l'orrore. Al Jazeera, inoltre, è tecnicamente preparata, ha corrispondenti in tutto l'Iraq, arriva ovunque. Ed è indipendente. È stata attaccata anche per aver trasmesso i video di bin Laden, un ministro del governo italiano [Gasparri, ndr.] ha detto che sarebbe politicamente parallela a bin Laden. L'obiettivo è colpire la nuova informazione araba, impedire che ci sia un racconto diverso della realtà. Tempo fa due giornalisti di Al Jazeera che lavoravano a Wall Street sono stati espulsi, ufficialmente "per ragioni di sicurezza". Credo invece che si voglia evitare uno sguardo arabo sul più grosso affare dell'inizio del terzo millennio: la ricostruzione dell'Iraq. 

A te capita spesso di guardare e tradurre Al Jazeera per i programmi televisivi o radio italiani, qual è la reazione dei nostri giornalisti?

Nei primi giorni c'era molto interesse. Man mano che passa il tempo, noto, anche tra i colleghi, che crescono la diffidenza e i pregiudizi. Molti temono di rivelare che le notizie sono prese da Al Jazeera. L'atteggiamento verso la CNN è ben diverso, nonostante le bugie raccontate nel '91. Al Jazeera, come tutte le tv arabe, cresce a un ritmo esponenziale: solo negli ultimi mesi del 2004 ci sono stati quattro milioni di nuovi abbonati. Molti sono italiani, che magari non comprendono una parola di arabo ma vogliono vedere le immagini con uno sguardo diverso.  

E la televisione irachena? Rispetto al '91 ci sono cambiamenti rilevanti?

Il regime iracheno è molto furbo. Si è reso conto del potere della comunicazione e ha cambiato stile. I corrispondenti sono vestiti in modo da sembrare più vicini al popolo e ci sono anche donne. Si punta molto sul sociale, sui racconti delle persone. Certo, la gente sa che quella è la tv di stato, che ha anche una funzione di mobilitazione o rassicurante, e quindi parla diversamente da come farebbe con una tv indipendente, ma è importante che perfino il regime iracheno senta il bisogno di questo tipo di comunicazione. È una comunicazione esterna, verso il resto del mondo e gli altri paesi arabi, ma è anche interna, perché perfino la gente, che è furba almeno quanto il regime, sa che la tv è un mezzo per far arrivare al vertice del regime messaggi precisi.  

Qual’è l'impatto dell'informazione indipendente sulle opinioni pubbliche arabe?

Enorme. Al Jazeera manda tutto in diretta e in moltissimi programmi ci sono telefonate, fax o mail degli spettatori. La maggior parte chiama o scrive dai paesi del Golfo, dal Kuwait, dall'Arabia saudita, dal Qatar, dal Bahrein. Quasi tutti sono contro i propri governanti. L'informazione indipendente sta facendo crescere un gran desiderio di democrazia. Non di quella che si vuole portare con le bombe, e nemmeno di quella dei regimi con una facciata democratica, quelli appoggiati dall'occidente, come l'Egitto o la Giordania. I governi arabi lo sanno bene, e ne hanno paura. Ma sanno anche che possono farci poco: si parla di democrazia e libertà in ogni occasione, è un bisogno che cresce, anche grazie alle tv indipendenti e a giornalisti coraggiosissimi. Un mio amico, un grande giornalista algerino che ha subito una feroce repressione del governo, qualche tempo fa ha scritto un articolo di fuoco contro i governi arabi. I governi, tutti i governi, sono ormai criticati apertamente. Ogni giorno aumentano le manifestazioni popolari, anche grazie alle informazioni che arrivano dal fronte. E i governi tremano, perché sanno che non potranno soffocare queste manifestazioni come hanno fatto con quelle a favore dell'Intifada. I regimi, i re e i presidenti hanno capito che forse il loro tempo sta finendo. Per tutti, non solo per Saddam Hussein. Anche questo non era stato calcolato dal Pentagono.

   
 
   
   

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