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Poco prima di mezzogiorno, l' 8 aprile 2003 la
torretta di un carro armato U.S. M1A1 Abrams, posizionata a circa tre quarti di
miglio dal ponte Al-Jumhuriya, spara nella direzione dell'Hotel Palestine dove
molti giornalisti stanno seguendo la battaglia di Baghdad osservando dai
balconi. Un proiettile colpisce un balcone del quindicesimo piano dell'albergo,
uccidendo il cameraman della Reuters, Taras Protsyuk e il cameramen spagnolo
José Couso della Telecinco. Altri tre giornalisti rimangono feriti nell'attacco.
Circa 100 giornalisti internazionali erano nell'Hotel Palestine durante
l'attacco. Una indagine del Committee to Protect Journalists (CPJ) - basata su
interviste rivolte a una dozzina di giornalisti inviati che erano presenti nel
luogo dell'attacco, incluso due giornalisti embedded che monitoravano il
traffico militare via radio prima e dopo il bombardamento- ci ricorda che
l'attacco ai giornalisti, anche se non premeditato, poteva essere evitato. Tutti
gli ufficiali del Pentagono, come tutti i comandanti di terra a Baghdad, erano
al corrente che l'Hotel Palestine, un edificio di 17 piani che si distingue
nettamente nel profilo della città di Baghdad, ospitasse giornalisti
internazionali e che quindi non andava colpito.
Sembra incredibile ma questi ufficiali non sono stati capaci di comunicare
questa notizia al comandante del carro armato che sparò all'hotel.
Traffico radiofonico
Chris Tomlinson, un inviato embedded dell'Associated
Press (AP) assegnato al sessantaquattresimo reggimento del quarto battaglione
della terza divisione di fanteria, arriva al centro di Baghdad il 7 aprile dopo
un viaggio dal Kuwait di due settimane e mezzo. Già da 36 ore consecutive il
reggimento sta confrontandosi con le forze irachene. L'8 aprile il reggimento
continua a spingersi verso il centro di Baghdad e incontra una dura resistenza
da parte delle forze irachene. Tomlinson passa la giornata dentro un
improvvisato centro di commando americano collocato nel palazzo presidenziale di
Saddam Hussein ad ovest del fiume Tigri. Il palazzo è stato conquistato il
giorno prima. Tomlinson, maneggiando una radio militare, riesce ad ascoltare le
comunicazioni interne dell'unità di compagnia, e riesce a captare anche la
frequenza delle operazioni tattiche del reggimento. Questo gli permette di
ascoltare le conversazioni tra il comandante capitano Philip Wolford e i suoi
superiori.
Verso l'alba dell' 8 aprile prende forma un intenso scontro ad ovest del Tigri,
nelle vicinanze del ponte Al-Jumhuriya. Gli inviati che erano raggruppati sui
balconi dell' Hotel Palestine, localizzato ad est delle sponde del Tigri,
osservavano un significativo controattacco delle forze irachene, munite con armi
leggere, granate rocket-propelled (RPG) e mortai.
L'attacco continua per alcune ore e, secondo Tomlinson, cecchini posizionati su
alti edifici prendono di mira le torrette dei carri armati, ferendo alcuni
soldati
La lotta si intensifica fino al punto che alcuni ufficiali americani richiedono
l'intervento aereo sull'incrocio di vari edifici collocati sulle sponde ovest
del Tigri con lo scopo di indebolire le posizioni irachene. In tarda mattinata
le forze americane iniziano a concentrare le proprio attenzioni sull'altro lato
del ponte Al-Jumhuriya.
Durante tutta la mattinata, Tomlinson ascolta le comunicazioni radiofoniche tra
le unità di compagnia e tra ufficiali in campo di battaglia e i loro
comandanti. A un certo punto le forze americane recuperano una radio militare
irachena e danno inizio a un monitoraggio delle comunicazioni tra le forze
irachene. Un ufficiale del servizio segreto americano, esperto della lingua
araba, stabilisce che un osservatore iracheno di prima linea sta dirigendo
dall'alto di un edificio gli iracheni che si scontrano ontro le forze
americane.
A metà mattinata due carri armati M1A1 Abrams della divisione Alpha si spostano
sul ponte Al-Jumhuriya, il quale attraversa il fiume Tigri. Un video ripreso dal
quattordicesimo piano dell'Hotel Palestine, girato da una rete televisiva
francese, mostra i carri armati che aprono il fuoco su un edificio con satelliti
sul tetto, collocato sulla sponda est del fiume. La torretta di un carro armato
si alza, punta l'Hotel Palestine, poi si abbassa. Un terzo carro armato,
intanto, si è allontanato sul ponte.
Secondo Tomlinson, che continuava a monitorare le comunicazioni via radio, i
carri armati in quei momenti erano in frenetica ricerca dell'osservatore
iracheno.
Un altro inviato americano, Jules Crittenden del Boston Herald, che era embedded
con la compagnia Alpha del quarto battaglione del sessantaquattresimo
reggimento, ha confermato il resoconto di Tomlinson. Crittenden si era
avvicinato alla scena di battaglia accompagnato da un convoglio blindato. «Vi
era molta preoccupazione perché tutti guardavano per individuare dove era
collocato questo osservatore, anche noi lo cercavamo» ha dichiarato Crittenden.
«Eravamo tutti preoccupati di subire uno sbarramento di artiglieria, per ovvie
ragioni cercavamo di evitarlo».
Tomlinson, che ha servito sette anni nell'esercito, dichiarerà in seguito: «La
prima cosa che ti insegnano è di uccidere l'osservatore di prima linea. E' la
priorità di ogni avanzata. Se riesci ad uccidere l'osservatore di prima linea
lasci il nemico senza gestione delle forze sul campo o del fuoco di artiglieria,
e quindi privi il nemico di ogni possibilità di capire cosa fare davvero. Se
uccidi gli osservatori di prima linea li privi del valore».
Ad un certo punto, prima del bombardamento dell'Hotel, mentre i carri armati
sono ancora sul ponte a cercare di individuare l'osservatore, il comandante di
brigata Col. David Perkins si avvicina a Tomlinson e al reporter Greg Kelly
della FOX News.
Con una certa agitazione, Perkins spiega che le forze americane sono sotto
l'attacco iracheno proveniente da edifici nella zona est del Tigri, e che stanno
considerando la richiesta di un attacco aereo. Perkins era al corrente che
l'Hotel Palestine era situato ad est del fiume nelle vicinanze della provenienza
del fuoco nemico. Era anche al corrente che l'Hotel ospitava molti giornalisti
occidentali. Ma Perkins ha purtroppo dell'Hotel Palestine un'ubicazione generica
e vuole l'aiuto di Tomlinson nell'identificare fisicamente l'edificio perché non
sia colpito. (Tomlinson ha anche notato in quel frangente che le mappe
satellitari usate dai militari avevano almeno 10 anni di vita).
Tomlinson freneticamente chiama l'ufficio dell' Associated Press a Doha, Qatar,
con la speranza di ricevere una descrizione dell'Hotel e di contattare le
persone situate al Palestine. Il suo piano era quello di inoltrare un messaggio
ai giornalisti dentro l'hotel e chiedere loro di appendere le lenzuola fuori
dalle finestre per rendere l'identificazione dell'edificio più facile per le
forze americane.
Mentre Tomlinson cerca di contattare l'Hotel Palestine, in tarda mattinata, uno
degli ufficiali del carro armato situato sul ponte Al-Jumhuriya che cerca di
individuare il cecchino, trasmette via radio di aver identificato una persona
con il binocolo in un edificio nella zona est del fiume. Non è ancora chiaro,
dal resoconto del monitoraggio radiofonico di Tomlinson, quanto tempo sia
passato tra l'identificazione dell'obiettivo da parte dell' ufficiale sul carro
armato e l'attacco, ma è ipotizzabile siano trascorsi quasi dieci minuti.
In un intervista con il settimanale francesce Le Nouvel Observateur, il capitano
Wolford ha insinuato di aver dato l'ordine immediato di aprire il fuoco. In un
intervista con la televisione belga RTBF trasmessa a maggio, Shawn Gibson, il
sergente del carro armato, ha dichiarato che avendo identificato qualcuno che
parlava ed indicava con un binocolo lo ha subito reso noto ai suoi comandanti,
ma che non ricevette l'ordine di sparare durante i consecutivi 10 minuti. Jules
Crittenden, che era localizzato dalla parte ovest del fiume assieme alle forze
americane, ricorda di essere stato presente alla discussione sull'obiettivo da
colpire. «Ero al corrente che avevano identificato qualcuno con dei binocoli ed
erano pronti a sparare. Lo discutevano in radio» ha dichiarato Crittenden.
La reazione immediata all'attacco dell'Hotel Palestine da parte dei commandanti
americani è di rabbia e costernazione. Secondo Tomlinson il Col. Philip DeCamp,
comandante del Capitano Wolford, inizia ad urlare in radio «Chi ha colpito
l'Hotel Palestine?» Tomlinson ascolta mentre Wolford viene così affrontato da
DeCamp: «hai appena fottutamente colpito l'Hotel Palestine».
Wolford non è sicuro di aver colpito l'Hotel Palestine. Tergiversa, chiede
conferma poi dice: «sì, sì. C'era un cecchino lassù». DeCamp risponde: «non
dovevi colpire un hotel».
DeCamp ordina a Wolford di cessare il fuoco e dirigere il suo carro armato per
incontrarlo in privato.
Dopo aver ascoltato la discussione Tomlinson va immediatamente dal Col. Perkins,
comandante di DeCamp, per avvertire che il suo sforzo di localizzare l'Hotel
Palestine e prevenire che fosse attaccato da bombardamenti aerei era stato
inutile.
«Lo so, lo so» dice Perkins a Tomlinson. «Ho appena dato ordine che nessuno deve
colpire l'Hotel Palestine sotto qualunque circostanza, neanche nel caso ci siano
colpi provenienti dall'hotel, neanche nel caso abbiano una artiglieria sul
tetto. Nessuno ha il permesso di sparare contro l'Hotel Palestine un'altra
volta».
La reazione
L'attacco all'Hotel Palestine diventa subito una grande tragica storia. Avviene
durante i combattimenti più intensi tra le forze americane ed irachene a
Baghdad, e dozzine di giornalisti sono testimoni dell'incidente o almeno sono
presenti nell'hotel durante l'attacco. Fin dall'inizio della tragedia lo shock
si mescola con la rabbia per la morte di due colleghi. Nessuno sa spiegarsi il
perché un carro armato americano abbia sparato sull'albergo, la cui ubicazione
era ben nota al Pentagono. Le organizzazioni giornalistiche erano in contatto
diretto con il Dipartimento di Difesa che era informato dell'ubicazione dei vari
inviati, e riferimenti all'hotel non mancavano di certo nei quotidiani
comunicati giornalieri delle principali testate internazionali.
I giornalisti presenti nell' albergo non sono mai riusciti a spiegarsi come
l'ufficiale del carro armato non abbia notato un edificio di 17 piani - uno dei
più alti a Baghdad - che aveva giornalisti sui propri balconi e persino sui
tetti. Infatti, molti erano stati fuori nei balconi durante le ultime 24 ore
coprendo la battaglia ad ovest del fiume. L' Hotel Palestine, insieme all' Hotel
Sheraton il suo vicino, domina il paesaggio.
Siccome i giornalisti avevano una chiara visione dei carri armati sul ponte
Al-Jumhuriya, hanno supposto che erano altrettanto visti dai comandanti
americani che dirigevano la battaglia. Alcuni giornalisti hanno dichiarato di
essere stati sorpresi perché vi era un momento di tregua sul campo di battaglia
nel momento in cui il carro armato ha aperto fuoco, ed in ogni caso, l'Hotel
Palestine era lontano dall'area degli scontri. Infatti, alcuni giornalisti che
stavano osservando la battaglia dai balconi erano rientrati nelle loro camere
per preparare articoli, pensando che la battaglia si fosse già conclusa.
«Avevo scattato foto tutta la mattina» ha dichiarato Patrick Baz, fotografo
dell'AFP che ha seguito la battaglia dal suo balcone nell'Hotel Palestine. «Vi
erano degli elicotteri. Una vera guerra hollywoodiana. Guardavamo tutto ed
eravamo osservati. Dal primo giorno in cui erano entrati nel palazzo di Saddam
(il giorno precedente) al momento dell' attacco, loro ci potevano vedere nello
stesso modo che noi potevamo vedere loro».
La maggior parte dei giornalisti non realizza immediatamente che il loro albergo
è stato colpito. «Non ho reagito, non credevo che fosse nell'albergo
l'esplosione» spiega Patrick Baz. «Ho visto nel parcheggio alcune persone che
indicavano l'edificio. Non avevo ancora capito cosa fosse successo. Ho visto
persone che correvano. Pensavo che lo sparo avesse colpito la parte posteriore
dell'albergo». Quando Baz nota che alcuni giornalisti sul suo stesso piano sono
feriti corre a recuperare la cassetta di pronto soccorso. «C'erano persone che
urlavano, piangevano, c'era il panico. Ho visto un uomo sdraiato, ferito sul suo
letto, ricordo che il suo viso era coperto di sangue, e che c'era un grande buco
nella sua gamba».
Il proiettile colpisce un balcone d'angolo del quindicesimo piano, la stanza
usata dall'agenzia Reuters, ferendo mortalmente Taras Protsyuk, cameraman
ucraino che si trovava fuori in balcone con la sua cinepresa, anche se in quel
momento non stava riprendendo.
«Taras era straiato a terra privo di coscienza» ha raccontato Delay del Los
Angeles Times. «La sua mandibola era bloccata. L'abbiamo aperta a forza per
poter fargli entrare un poco di aria e siamo riusciti a farlo respirare ancora».
Protsyuk viene portato in un ospedale di Baghdad, ma muore appena arrivato, a
causa delle gravissime ferite addominali.
Paul Pasquale, un tecnico dell'apparecchiatura satellitare della Reuters che si
trovava nello stesso balcone di Protsyuk, rimane ferito, come altri due
giornalisti della Reuters che si trovavano su un altro balcone del quindicesimo
piano, Samia Nakhoul e il fotografo Faleh Kheiber. I detriti dell'esplosione
danneggiano anche il piano inferiore, dove si trova il cameraman spagnolo José
Couso. Come Protsyuk, anche Couso viene portato in un ospedale di Baghdad con
varie lesioni alle gambe e alla mandibola. Muore durante l'intervento
operatorio.
I giornalisti che si trovavano a Baghdad in quel momento hanno dato diverse
spiegazioni sull'attacco: alcuni lo hanno visto come uno sfortunato incidente
causato dall'ufficiale del carro armato, ma altri lo hanno classificato come un
atto imprudente da parte dei militari americani o persino un tentativo
premeditato per intimidire i giornalisti.
Gruppi internazionali per la libertà di stampa, incluso il CPJ hanno prontamente
protestato contro l'accaduto. In una lettera inviata lo stesso giorno
dell’attacco al Palestine al segretario di stato Donald H. Rumsfeld, il CPJ
afferma che "mentre le fonti di Baghdad hanno espresso un profondo scetticismo
sull'affermazione che le forze americane fossero state colpite dall'Hotel
Palestine l'evidenza conferma che la reazione americana è stata sproporzionata e
dunque, ha violato le leggi umanitarie internazionali della Convenzioni di
Ginevra." La lettera richiede al Pentagono di "lanciare un'immediata e
minuziosa indagine su questo incidente, e di rendere pubblico i risultati."
Il peso del Centcom
Alcune ore dopo l'incidente, giornalisti del
Central Command Headquarters (Centcom) di Doha, in Qatar, interrogano il Brig.
Gen. Vincent Brooks sull'attacco.
Brooks si rammarica per le perdite di vite, ma afferma che trovarsi in luoghi di
battaglia comporta un rischio, e che i militari non possono sapere dove nel
campo di battaglia si trovano i giornalisti che non sono "embedded" con
l'esercito americano.
Inoltre afferma che "azioni di combattimento" erano state intraprese nell'Hotel
Palestine, e che «i primi comunicati indicavano che le forze di coalizione
localizzate nelle vicinanze dell' hotel avevano ricevuto colpi provenienti dal
lobby dell'albergo e che avevano risposto agli spari». Quando un giornalista gli
domanda perché avessero sparato al quindicesimo piano se i colpi provenivano dal
lobby, Brooks ritorna sui suoi passi dichiarando che «forse non si era espresso
bene sull'esatta provenienza degli spari».
Più tardi, durante la giornata, la Centcom pubblica una dichiarazione che
conferma la posizione che i comandanti presenti avevano riportato: le loro forze
erano sotto "pesante attacco da fuoco nemico proveniente dall'Hotel Palestine a
Baghdad". La Centcom, come Brooks, condanna gli iracheni per aver condotto
operazioni militari da luoghi civili.
La dichiarazione del Centcom di quel giorno si intona perfettamente con quella
dei principali ufficiali della terza divisione di fanteria. Il Gen. Buford
Blount, comandante della divisione, dichiara alla Reuters che il carro armato
che aveva sparato «era stato bersagliato dall'hotel e aveva risposto con un
colpo».
Molti giornalisti che sono stati testimoni oculari dell' incidente, o che
semplicemente si trovavano in albergo durante l'attacco, hanno categoricamente
contraddetto queste dichiarazioni. Quelli che monitoravano gli eventi dai loro
balconi, i quali offrono la vista completa della zona circostante, attestano che
nessun colpo di fuoco proveniva dall'hotel o dalle sue più prossime vicinanze.
«Penso che sia alquanto impossibile perché in ogni stanza, in ogni balcone e
persino sul tetto vi erano giornalisti e fotografi che osservavano gli
avvenimenti» ha dichiarato l'inviato Sammy Ketz di AFP, che si trovava in un
balcone del quindicesimo piano durante l'incidente. Anne Garrels, corrispondente
del NPR e membro del consiglio del CPJ, che ha lavorato nell'Hotel Palestine
durante quasi tutto il conflitto, fa eco a questa affermazione.«Tutti noi
guardavamo le battaglie dai nostri balconi. Li avremmo visti se ci fossero stati
dei cecchini nell' edificio».
Nessun collega che si era trovato sui tetti prima, dice Garrels, aveva accennato
alla presenza di cecchini o segni di sparatorie. Altri giornalisti hanno
dichiarato di essere stati al corrente di voci che prevedevano che alcuni
iracheni avrebbero potuto usare l'hotel come protezione, ma che malgrado queste
voci non avevano mai incontrato forze armate irachene in azione nell'edificio
durante tutto il loro non breve soggiorno in hotel. Altri ancora hanno smentito
le successive affermazioni di alcuni ufficiali americani secondo le quali era
stato individuato un bunker iracheno vicino all'hotel..
In risposta alla lettera inviata dal CPJ al segretario della difesa Rumsfeld,
una portavoce del Pentagono, Victoria Clarke, scrive a Joel Simon, direttore del
CPJ, il 14 aprile, dichiarando che "le forze di coalizione erano state colpite e
avevano reagito in propria difesa con il contrattacco". La lettera riconosce la
necessità del Pentagono di esercitare più cautela sul campo di battaglia, ma
insiste sul punto che le agenzie di stampa e testate erano state avvisate che
Baghdad sarebbe stato
un posto "particolarmente pericoloso" e che avrebbero dovuto ritirare gli
inviati dalla città.
L'ultimo comunicato ufficiale del governo americano relazionato all'incidente
dell'Hotel Palestine viene rilasciato il 21 aprile dal Segretario di Stato Colin
Powell al ministro per gli affari esteri spagnolo Ana Palacio. Powell scrive che
una indagine militare dell'incidente era ancora in corso ma che al momento era
valida l'ipotesi che il carro armato americano avesse sparato in risposta ad un
"fuoco nemico che apparentemente proveniva da un edificio più tardi identificato
come l'Hotel Palestine." Powell conclude che «l'uso della forza armata era
giustificato e la sua intensità proporzionata al pericolo che correvano le forze
americane». La seguente settimana, durante una visita in Spagna, dove i media
locali fremevano di rabbia contro la morte del giornalista spagnolo Couso,
Powell ribadisce che le truppe americane non erano colpevoli e dichiara che il
governo americano avrebbe continuato ad indagare sull'incidente. In realtà
l’inchiesta del Pentagono sui fatti dell’Hotel Palestine si esaurisce ben
presto. Nel febbraio 2004 l’inchiesta viene chiusa con un verdetto che lascia
l’amaro in bocca a tutti i giornalisti. “I soldati americani che l’8 aprile 2003
spararono contro l’Hotel Palestine non hanno commesso errori “ recita la
sentenza. Ingiustizia è fatta. |