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La giustizia negata sulle strade di Baghdad  
Dossier a cura della International Federation of Journalists di Bruxelles
L’IFJ rappresenta più di 500.000 giornalisti in 110 Paesi (www.ifj.org)

   

 
Introduzione 

Fin dall’inizio del 2003 una nuova guerra nel Golfo Persico, questa volta contro il regime di Saddam Hussein, era apparsa inevitabile. Una sola domanda si poneva: quando sarebbe incominciata?
Ma la preparazione stessa della guerra, già di per se, valeva il grande evento mediatico. Diplomatici, studiosi e ambasciatori sono diventati ben presto volti familiari sullo schermo mentre la comunità internazionale si divideva in due schieramenti opposti sulla questione della legittimità di questa guerra. Sembrava che tutti odiassero Saddam Hussein, ma molti si chiedevano se fosse davvero così pericoloso da essere spodestato con la forza.
Per migliaia di operatori dei media – reporter, operatori cinematografici, traduttori, autisti – la questione era più pratica: come arrivare in Iraq, come seguire la campagna militare, come trovarsi nel posto giusto al momento giusto per documentare gli eventi richiesti dai media di tutto il mondo. Ma da subito, un altro elemento è risultato altrettanto evidente agli occhi attenti di chi ha visto altre guerre, e cioè che molti di questi giornalisti erano impreparati alle condizioni di ostilità, molti avevano un equipaggiamento inadeguato e solo pochi tra loro avevano un’assicurazione sulla vita.
Di fronte a una industria dei media cambiata sin dalla prima guerra del Golfo, nel 1991, e ora più competitiva, più tecnologica e maggiormente usata dai leader politici e militari nella campagna psicologica per vincere il sostegno dell’opinione pubblica locale ed estera, la preparazione psicologica e materiale dei giornalisti perdeva via via importanza.
Gli americani e gli inglesi hanno investito nell’ultimo conflitto in Iraq milioni di dollari in costosi show televisivi; il Comando Centrale nel deserto del Qatar ha realizzato un faraonico media center - presto screditato - per garantire la circolazione delle informazioni ai corrispondenti; 600 giornalisti – gli “embedded”- hanno avuto il permesso di unirsi alle truppe americane; più di 2000 giornalisti indipendenti o “unilateral” si sono sparsi sui territori del conflitto iracheno per cercare notizie non filtrate dalle forze militari; eppure tutta questa colossale impalcatura non ha quasi mai minimamente affrontato il tema della sicurezza dei giornalisti che operavano in zona di guerra.
Una guerra che ha portato senza dubbio alla più grande e costosa campagna mediatica della storia recente. E anche alla più pericolosa. Al momento in cui è stata dichiarata la “fine” della guerra, il 1 maggio 2003, 16 giornalisti e operatori dei media erano stati uccisi o erano morti mentre seguivano la guerra. Sedici mesi dopo il numero era salito a 45.
L’uccisione ancora senza spiegazione di sette giornalisti da parte delle forze di coalizione in quattro incidenti separati a Basra e a Baghdad  è stato un oltraggio senza precedenti ai giornalisti di tutto il mondo. L’International Federation of Journalists (IFJ) è stata a capo, in tutto questo tempo, di una campagna di critica verso una cultura di totale negligenza verso la salvezza dei giornalisti. L’impulso a monitorare, controllare e  manipolare le informazioni ha portato a una totale mancanza di rispetto per il diritto dei giornalisti di lavorare in condizioni di sicurezza e in modo indipendente.
Questo reportage dà una breve sintesi degli avvenimenti. Esamina le morti non spiegate e pone domande a cui si deve dare una risposta, discute il bisogno di cambiamenti nella legge internazionale che diano un maggiore livello di protezione agli operatori dei media, riporta alcune esperienze di giornalisti – embedded e unilateral – e , infine, sostiene la causa dell’International News Safety Institute, una nuova campagna globale per migliorare la sicurezza dei giornalisti. La guerra in Iraq, come molte altre prima, ha dato la conferma che la sicurezza degli operatori dei media deve essere di primaria importanza. È una semplice verità, ma non  è stata ancora compresa dai governi e da molte organizzazioni dei media.
Aidan White (Segretario generale dell’IFJ) 

Il diario della guerra: conto alla rovescia per il conflitto 

Il 4 febbraio 2003 il presidente dell’IFJ, Christofer Warren, firmò un appello a tutti i giornalisti e alle organizzazioni dei media che conteneva una facile premonizione: “la crisi internazionale in Iraq richiederà intelligenza, informazione e servizi di qualità, per questo sarà una prova della professionalità del giornalismo e dei suoi limiti.”
Allo stesso tempo, l’IFJ chiedeva alle organizzazioni dei media di assicurare che lo staff inviato in Iraq fosse adeguatamente preparato. “I giornalisti e lo staff dei media dovrebbero essere preparati ad affrontare le emergenze ed essere consci dei rischi che incontrano; dovrebbero avere il giusto equipaggiamento e dovrebbero essere salvaguardati per i diritti assicurati loro dalla legge internazionale,” scrisse Warren.
L’appello cadde in un mare pieno di silenzi e di omissioni. Molti freelance, che erano la maggior parte dei reporter inviati in Iraq, partirono senza aver avuto accesso ai corsi di preparazione né avere una copertura assicurativa. E, ovviamente, senza l’equipaggiamento di sicurezza.
Fin dall’inizio della crisi che doveva ben presto portare al conflitto, le paure dell’IFJ si rivelarono fondate e presero corpo quando l’Iraq decise di espellere 69 giornalisti stranieri dal paese. Un giornalista, Knut Magnus Berge, reporter per la compagnia pubblica norvegese NRK, riferì di essere ritornato a Baghdad il 10 febbraio dopo un viaggio nella parte meridionale del paese e di aver trovato in albergo una lista redatta dal ministero degli Esteri che lo includeva, insieme a 68 colleghi, tra i “giornalisti non più graditi”.
Da quel momento i giornalisti furono messi sotto pressione da tutte le parti del futuro conflitto, nessuna esclusa. La guerra era pronta e occorreva che i media ne prendessero al più presto atto.
Il 1 marzo 2003, tre giornalisti argentini furono arrestati in Giordania. Il giornalista Juan Castro, il produttore esecutivo Ruben Vivero e l’operatore cinematografico Cristian Sedam, tutti e tre dipendenti di Channel 13, furono arrestati mentre lasciavano l’Iraq e detenuti nella capitale della Giordania, Amman.
Durante la loro detenzione, che durò sei ore, le autorità giordane requisirono il loro equipaggiamento e distrussero il materiale che avevano registrato al confine con l’Iraq. La Giordania affermò in seguito che i giornalisti avevano violato la legge che proibisce di filmare le basi militari e le truppe. Non risultò vero ma il segnale fu chiaro per tutti i giornalisti: aspettatevi di non essere graditi da nessuno.
Il 7 marzo l’IFJ e una coalizione di organizzazioni per la libertà di stampa lanciarono un appello a tutte le parti in conflitto affinché rispettassero la sicurezza dei giornalisti e l’integrità del lavoro.
In una lettera aperta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai leader politici iracheni, la neonata associazione International News Safety Institute (INSI) ricordò a tutte le truppe e ai loro comandanti che gli operatori dei media non sono combattenti, che lavorano sotto la protezione di leggi internazionali, e che quindi è un crimine internazionale prenderli di mira. “In particolare, né i giornalisti né i luoghi dove lavorano, come le redazioni o i centri di trasmissione, devono essere considerati obiettivi militari. La Convenzione di Ginevra chiede rispetto per i diritti umani dei giornalisti in tempo di guerra. Sono classificati come civili e devono essere protetti da violenze, minacce, omicidi, arresti e torture”.
Nella stessa lettera l’INSI affrontava anche il problema della divisione dei giornalisti in due gruppi distinti: i cosiddetti “embedded”, coloro che viaggiavano sotto la protezione delle forze angloamericane, e gli “unilateral”, i quali viaggiavano nella regione senza una protezione specifica.
“Mentre molti operatori dei media viaggeranno sotto la protezione delle forze militari, molti altri lavoreranno da soli, e ciò rende questi ultimi potenziali obiettivi di tutte le parti in conflitto, come è già successo nei territori palestinesi, dove i cameraman sono stati uccisi e picchiati, e in Afghanistan, dove furono uccisi più giornalisti che soldati nelle prime due settimane di guerra”.
Anche questa preoccupazione si mostrò subito fondata. Già il giorno successivo all’inizio del conflitto i primi giornalisti cominciavano a morire.

Embedded o unilateral? 

La questione degli embedded e degli unilateral ha aperto un’ampia controversia – ancora non digerita - nell’industria dei media. Mentre pochi media hanno rifiutato l’opportunità di inserire i loro dipendenti nel gruppo di 600 reporter aggregati alle unità militari della coalizione, è stata altresì riconosciuta la necessità di una copertura indipendente della guerra, e alcuni dei più grandi network avevano dipendenti embedded e altri che lavoravano in modo indipendente nella regione.
L’IFJ ha stimato che circa 3000 giornalisti e operatori dei media hanno lavorato in Iraq e nei paesi vicini durante la guerra.
In Kuwait, all’inizio del conflitto vi erano 2047 giornalisti e operatori accreditati, 529 dei quali erano embedded. “In realtà, crediamo che vi siano stati molti più operatori dei media presenti in zona. La realtà è che tutti erano in grande pericolo e che i loro datori di lavoro non avevano alcuna cautela nell’usare i loro dipendenti” scrisse in seguito l’IFJ, denunciando la situazione che si era venuta a creare.
Ma intanto i preparativi della guerra procedevano con fretta travolgente.
L’8 marzo, il Kuwait intimò ai media stranieri di non cooperare con i media israeliani, minacciando i giornalisti con azioni legali se non avessero rispettato l’avvertimento.
Il giorno seguente, il 9 marzo, il canadese Scott Taylor, giornalista del giornale militare Esprit de Corps di Ottawa, fu espulso dall’Iraq, con l’accusa di essere una spia di Israele.  
Tre giorni dopo, la giornalista spagnola Teresa Bò fu espulsa per aver parlato “inadeguatamente” del governo iracheno, e il giorno seguente, il 13 marzo, David Filipov, un giornalista americano, fu espulso per aver trasmesso il suo articolo usando il suo telefono satellitare nell’hotel. I giornalisti avevano precise istruzioni di far passare i loro pezzi dal ministero dell’Informazione di Baghdad.
Il 17 marzo, i network americani ABC e NBC chiesero ai loro giornalisti di lasciare Baghdad. Alcuni lasciarono la città in macchina, attraversando il deserto verso la Giordania in un viaggio di otto ore. Altri rimasero. Intanto, ad Amman, i tassisti offrivano ai giornalisti corse a prezzi ribassati per andare nella direzione opposta. Molti freelance e giornalisti indipendenti accettarono creando quindi una situazione incredibile; i taxi partivano da Baghdad mezzo vuoti e tornavano stracarichi. Da una parte quindi si invitava i giornalisti meglio organizzati a partire e dall’altra  si permetteva a coloro che viaggiavano con pochi mezzi di andare nelle zone più pericolose.
Il 19 marzo, il corrispondente da Baghdad del canale turco NTV, Yunus Sen, riferì che le autorità irachene avevano confiscato i telefoni satellitari di alcuni giornalisti stranieri che stavano lasciando la capitale.
ontemporaneamente, nei confini settentrionali del paese, i giornalisti furono presi di mira in Kurdistan. Il reporter di NTV, Nizamettin Kaplan, denunciò che i soldati curdi lo avevano costretto a lasciare la città di Zaho. Anche il giornalista di NTV, Ibrahim Atesoglu, e il corrispondente di TV8, Fuat Kozluklu, furono espulsi in quelle ore.
L’irritazione e le tensioni crebbero dopo che un corrispondente dell’Independent e un produttore dell’Associated Press Broadcast Services furono arrestati il 19 marzo dagli ufficiali iracheni mentre cercavano di attraversare la Giordania.
Tutto annunciava che l’inizio della guerra era proprio dietro il prossimo angolo.
Il 20 marzo, solo 150 giornalisti erano rimasti “ufficialmente” a Baghdad secondo le stime della NBC. Tutti avevano fiutato l’aria, tutti tranne, stranamente, i canali televisivi russi che avevano dichiarato all’unisono di non avere intenzione di richiamare i loro giornalisti da Baghdad “finchè non ci fosse stata una reale minaccia per la loro sicurezza.” I giornalisti russi, conoscendo evidentemente il grado di affidabilità dei loro superiori chiesero e ottennero però di spostarsi dall’hotel dove alloggiavano all’ambasciata russa. L’invasione iniziò quello stesso giorno.  

La guerra in tempo reale 

Il 21 marzo, il giorno dopo l’inizio della guerra, le autorità irachene espulsero quattro giornalisti della CNN – i corrispondenti Nic Robertson e Rym Brahimi, il produttore Ingrid Formanek, e il cameraman Brian Puchaty - , tutti e quattro accusati dal governo iracheno di fare propaganda per l’esercito americano.
Il 22 marzo avvenne il primo incidente che coinvolse i media. Il cameraman australiano Paul Moran venne ucciso da un kamikaze nel nord dell’Iraq. Moran era un giornalista freelance e stava lavorando per la Australian Broadcasting Corporation (ABC). Nell’attacco rimase ferito il giornalista dell’ABC, Eric Campbell.
Nello stesso giorno avvenne un altro tragico episodio che scioccò i giornalisti di tutto il mondo e aprì molti quesiti che, dopo molti mesi, restano ancora insoluti. Il corrispondente inglese dell’ITN, Terry Lloyd rimase ucciso quando un elicottero americano aprì il fuoco contro un bus civile che lo portava, ferito, in ospedale. Lloyd e la sua troupe  stavano viaggiando in due veicoli dell’ITN chiaramente contrassegnati dalla scritta “Press”, quando capitarono sotto il fuoco di carri armati di entrambe le coalizioni. Il corpo di Lloyd fu poi trovato in un ospedale di Basra.
Il cameraman belga Daniel Demoustier, che rimase ferito nello stesso incidente, riuscì a rifugiarsi dal lato degli angloamericani, ma degli altri due membri della troupe, il cameraman Fred Nerac e il traduttore Hussein Osman, nulla ancora si sa. I loro corpi non sono mai stati ritrovati. Questo doppio attacco, avvenuto alla luce del sole, prima su un veicolo chiaramente segnalato e, dopo, su un minibus civile, è stato considerato uno dei grandi oltraggi di questo conflitto e avrebbe dovuto richiedere un’indagine approfondita. Ma a tutt’oggi un avvenimento che ha prodotto la morte di tre giornalisti è ancora avvolta nella nebbia dei non so e dei segreti militari.
Il caos della guerra, dunque, travolse subito i giornalisti e li rese, malgrado loro, vittime annunciate di un conflitto in cui avrebbero dovuto avere il ruolo solo di commentatori di una cavalcata inarrestabile verso la capitale irachena.
Il 25 marzo gli americani lanciarono un assalto missilistico contro la stazione radio televisiva statale irachena. L’IFJ condannò immediatamente l’attacco e insistette perché si aprisse un indagine delle Nazioni Unite su un attacco che appariva come “un atto di violenta censura che viola la Convenzione di Ginevra. Prendere di mira i giornalisti non farà vincere la guerra; minaccerà solo le vite dei reporter e causerà molte falsità, speculazione e ignoranza su quanto sta accadendo”.
L’attacco ricordò fin troppo da vicino quello messo a segno della Nato alla Radio Televisione Serba durante la guerra tre anni prima, in cui rimasero uccisi 16 operatori dei media. “Ancora una volta, vediamo comandanti politici e militari del mondo democratico prendere di mira i network televisivi statali semplicemente perché non apprezzano i messaggi che mandano in onda,” scrisse l’IFJ in quel messaggio che molti media interpretarono come un semplice e “doveroso” epitaffio ad una televisione “di regime”.
Ma le affermazioni del portavoce americano secondo cui la stazione televisiva era un “punto chiave del comando di Saddam Hussein” furono smentite dall’IFJ, che trovò come principale motivazione dell’attacco la “rabbia e la frustrazione dei leader politici americani di fronte alle immagini dei prigionieri americani trasmesse in televisione e l’uso del mezzo televisivo per sollevare il morale dei sostenitori di Hussein.”
Una delle più pretestuose affermazioni confutate fu quella secondo la quale il regime iracheno stava usando la televisione per mandare messaggi in codice al suo esercito. “L’idea che i soldati iracheni stiano seduti nel deserto a guardare la televisione per ricevere ordini è assurda,” scrisse, con più di qualche ragione, l’IFJ. Ma intanto, l’idea di smantellare a suon di missili la televisione pubblica del paese attaccato era stata di nuovo messa in pratica.
L’attacco alla televisione di stato, oltre che proditorio e ingiustificabile, fu l’atto che modificò nella sostanza il rapporto tra militari di entrambi i fronti e i giornalisti che si aggiravano nelle zone in cui avvennero i pochi scontri di questa strana guerra. L’attacco alla televisione di stato rappresentò la soglia oltrepassata la quale i giornalisti risultarono improvvisamente invisi dai soldati.
Qualcuno degli inviati ebbe a dire in seguito: “Fu come se i dadi fossero stati rilanciati, ma non prima di aver modificato tutte le regole. Diventammo i principali nemici di tutti. Diventammo un obiettivo, forse l’unico preciso per tutti i contendenti”.
Il 27 marzo, il governo australiano avvisò i propri giornalisti che si trovavano nel nord dell’Iraq di lasciare la zona. Alcune informazioni sostenevano che gruppi pro-Saddam stavano preparando un attacco contro gli occidentali nel nord, inclusi gli operatori dei media. Contemporaneamente, il governo greco si offrì di pagare il volo di ritorno dall’Iraq per i 16 giornalisti greci ancora rimasti a Baghdad.
Il 28 marzo, i giornalisti portoghesi Louis Castro e Victor Silva, che lavoravano per RTP, e i giornalisti israeliani Dan Scemama, di Channel 1, e Boaz Bismuth, reporter per il quotidiano Yediot Aharonot, furono arrestati e percossi dalle truppe americane, che li accusarono di spionaggio. I quattro rimasero detenuti per 48 ore prima di essere scortati fuori dall’Iraq. L’IFJ rispose a questo incidente chiedendo l’apertura di un’inchiesta su ciò che “sembra essere stata un’oltraggiosa mancanza di disciplina militare” e chiese che “coloro che ne sono stati responsabili fossero perseguiti.”
Il 28 marzo sette giornalisti italiani - Franco Battistini del Corriere della Sera, Ezio Pasero de Il Messaggero, Luciano Gulli de Il Giornale, Leonardo Malsano de Il Sole 24 Ore, Toni Fontana de l’Unità, Lorenzo Bianchi de Il Resto del Carlino e Vittorio dell’Uva de Il Mattino - furono arrestati a Bassora. Trasportati a Baghdad il 29 marzo fu loro permesso di rimanere nell’hotel Palestine, luogo in cui si erano rifugiati quasi tutti i giornalisti stranieri presenti nella capitale.
Il 30 marzo una nuova tragedia colpì la comunità dei media nella regione quando Gaby Rado, reporter di ITN per Channel 4 News, fu trovato morto di fronte al suo hotel a Sulaymaniyah nel nord dell’Iraq. Le indagini sulla morte di Rado, giornalista esperto, non hanno portato a nulla. La guerra è un frullatore che genera spesso ipotesi semplici. Rado risulta a tutt’oggi caduto per sbaglio dal tetto dell’hotel.
L’intolleranza irachena verso l’attività mediatica indipendente viene resa di nuovo evidente il 1 aprile, con l’espulsione di un giornalista australiano, Ian McPhedran, corrispondente per News Limited. Il giornalista viene espulso per aver viaggiato attraverso Baghdad senza un mandato ufficiale del ministero dell’Informazione. Altri due australiani, Peter Wilson e il fotografo John Feder, anche loro dipendenti del News Limited, vengono catturati lo stesso giorno nei pressi di Basra, portati a Baghdad, e trattenuti agli arresti domiciliari anche loro nell’hotel Palestine.
Il 2 aprile, è un’altra giornata di lutto per i media internazionali. Il cameraman Kaveh Golestan, della BBC, viene ucciso da una mina mentre viaggiava con altri due colleghi della BBC e un traduttore locale. Stuart Hughes, produttore della BBC, viene seriamente ferito nell’esplosione e in seguito subisce l’amputazione di un piede. Kaveh Golestan, l'iraniano Premio Pulitzer e Premio Robert Capa, aveva 52 anni. Aveva immortalato tutti i fatti storici degli ultimi 25 anni in Medio Oriente: dal ritorno di Khomeini in Iran nel 1979 alla presa degli ostaggi nell'ambasciata americana, dai curdi uccisi con i gas dagli iracheni alla guerra in Afghanistan. Era un cameraman straordinario. 
Intanto a Baghdad il ministero dell’Informazione ordina al corrispondente di Al Jazeera, Diar al-Omari di lasciare la città, e impedisce al suo collega Tayseer Allouni di lavorare. Lo stesso ministero revoca la decisione il 6 aprile. Allouni tornerà sulla scena internazionale nel settembre 2003  quando viene arrestato in Spagna con l’accusa di “connessione a gruppi terroristici”. Le accuse saranno vigorosamente smentite da Al Jazeera e l’IFJ manifesterà a lungo il suo sconcerto alle autorità spagnole.
Sempre il 2 aprile, l’hotel di Basra usato come base dai corrispondenti di Al Jazeera viene colpito dalle forze di coalizione. Il Basra Sheraton, i cui unici clienti erano i giornalisti di Al Jazeera, riceve quattro colpi diretti. Non ci sono feriti, ma Al Jazeera scrive nuovamente al Pentagono per fornire completi dettagli sulla locazione di tutti i suoi giornalisti e uffici in Iraq. Come si vedrà in seguito la fornitura di tali dettagli non impedirà altri attacchi alle strutture della televisione con base in Qatar.
Il 3 aprile, giornalisti e media si uniscono per protestare con forza contro la discriminazione verso i giornalisti indipendenti quando alcune troupe di informazione che non facevano parte degli embedded  erano state forzate a lasciare il sud dell’Iraq. L’IFJ e la European Broadcasting Union condanna l’azione come “inaccettabile discriminazione.”
Il 4 aprile il pericolo affrontato da tutti i giornalisti, compresi quelli sotto la protezione militare, viene messo in luce quando Michael Kelly, direttore dell’Atlantic Monthly ed editorialista del Washington Post viene ucciso in un incidente a Humvee. Anche un soldato con cui stava viaggiando rimane ucciso. Kelly ha il tragico primato di essere il primo giornalista fra quelli che viaggiano con le forze armate a essere ucciso.
Il 6 aprile, lo stress e la pressione del lavoro giornalistico in Iraq vengono riflessi nella notizia della morte del giornalista americano David Bloom, corrispondente di NBC, morto di embolia polmonare.
Sempre il 6 aprile, un altro tragico incidente, questa volta registrato in un drammatico filmato televisivo, causa la morte di Kamaran Abdurazaq Muhamed, traduttore curdo della BBC, che viene ucciso dalle forze di coalizione quando i militari americani sganciano per errore una bomba sul convoglio su cui viaggiava. Un altro giornalista della BBC, John Simpson, viene ferito nell’attacco.
Il 7 aprile il giornalista spagnolo Julio Anguita Parrado del quotidiano El Mundo e il giornalista tedesco Christian Liebig del giornale Focus vengono uccisi da un missile iracheno. Entrambi i giornalisti erano embedded con la terza divisione americana.
Questa serie di drammatici, tragici e dolorosi incidenti sono il preludio di uno degli eventi più controversi e scioccanti della guerra, avvenuto l’8 aprile, quando il Palestine Hotel nel centro di Baghdad, dove risiedevano più di 150 giornalisti e operatori dei media di tutto il mondo, viene attaccato dalle forze della coalizione entrate nella città.
Taras Protsyuk, cameraman ucraino della Reuter, e il cameraman spagnolo di Telecinco, Jose Couso muoiono dopo che un carro armato americano colpisce l’hotel. Altri tre giornalisti restano feriti.
Ma l’8 aprile è proprio una giornata tragica per l’informazione.
Contemporaneamente all’attacco all’hotel Palestine, a poca distanza, Tareq Ayoub, giornalista di Al Jazeera muore in seguito alle ferite ricevute quando una bomba americana colpisce l’ufficio del network situato sulla riva del fiume Tigri. Anche il vicino ufficio del network arabo Abu Dhabi TV viene bombardato.
Mentre gli eventi avvenuti nel centro di Baghdad scioccavano l’opinione pubblica mondiale, altri giornalisti rischiavano le loro vite. Marcin Firlej, 27 anni, reporter per il canale polacco TVN24, e il trentunenne Jacek Kaczmarek, della radio di stato polacca, vengono arrestati da reparti iracheni ormai allo sbando dopo essere stati fermati a un posto di blocco a circa 80 miglia da Baghdad. Il giorno seguente riusciranno fortunosamente a fuggire durante un attacco alla città dove erano stati condotti.
Il 9 aprile, sette giornalisti vengono percossi e derubati da milizie irachene nel centro di Baghdad. Il gruppo di sei giornalisti portoghesi e uno bulgaro viene attaccato mentre viaggia in macchina a tre chilometri dall’hotel Palestine. Costretti a fermarsi vengono derubati di gran parte del loro equipaggiamento e del denaro.
L’11 aprile il corrispondente della CNN, Kevin Sites e la sua troupe vengono bloccati a un posto di blocco per diverse ore dai fedayin di Saddam nel nord dell’Ira. Sites viene accusato con la sua troupe di essere una spia americana ed è minacciato di morte. Viene rilasciato dopo una negoziazione mediata dall’interprete della troupe.
Lo stesso giorno un giornalista giapponese viene liberato dopo essere stato detenuto per nove giorni dalla polizia irachena. Moriaki Endo, 55 anni, riferisce di essere stato detenuto per sospetto di spionaggio e viene rilasciato a una stazione di polizia a circa 120 km da Baghdad. La ricomparsa di Endo genera sorpresa visto che nessuno non solo sembra essere a conoscenza del suo arresto ma neppure della sua presenza della zona di guerra.
L’11 aprile è, evidentemente, la giornata delle storie a lieto fine. Un reporter e un fotografo dello Star Tribune del Minnesota, scampano a un tentativo di due combattenti iracheni di ucciderli nella città settentrionale di Kirkuk. Il reporter Paul McEnroe riferirà che lui e il fotografo Richard Sennott sono riusciti a scampare all’attacco solo perché le granate che li finiscono addosso sono difettose e non esplodono. I due erano andati alla raffineria di petrolio a poche miglia da Kirkuk dopo che la città era caduta nelle mani dei curdi, che combattevano a fianco delle forze angloamericane.
Il 12 aprile alcuni uomini armati tendono un’imboscata e rapiscono tre giornalisti malesi a Baghdad, uccidendo il loro interprete iracheno. I giornalisti - Terence Fernandez, reporter per il quotidiano Sun, Anuar Hashim, fotografo per il New Straits Times, e Omar Salleh, cameraman per la Radio Television Malaysian - vengono attaccati mentre viaggiano dallo Sheraton Hotel verso l’ospedale e rilasciati il giorno stesso.
Sempre il 12 aprile, due giornalisti turchi vengono colpiti quando i soldati aprono il fuoco contro la loro auto nella città settentrionale di Mosul. Kemal Batur, giornalista di Sky Turk, viene colpito a una mano, mentre Mesut Gengec, cameraman per Show TV, viene colpito alla testa da alcune schegge.
Il 13 aprile una troupe della CNN si ritrova in mezzo a una pioggia di proiettili dopo essersi avventurata nella città di Tikrit. Brent Sadler, corrispondente per la CNN, sta trasmettendo in diretta quando il suo convoglio viene colpito dal fuoco. Almeno un veicolo viene colpito e le guardie del corpo assoldate dalla CNN rispondono al fuoco.
Lontano dal fronte, intanto, il 14 aprile, i leader dei giornalisti del mondo arabo e dell’IFJ si incontrano a Rabat, in Marocco, e stipulano un accordo che segna un nuovo processo di cooperazione, includendo un fronte unito per i diritti dei giornalisti in Iraq. L’IFJ e la Federazione dei Giornalisti Arabi chiedono insistentemente indagini internazionali sulle uccisioni di giornalisti e di lavorare insieme per creare una nuova associazione dei giornalisti in Iraq  “unita e forte” una volta finita la guerra.
Il 14 aprile il giornalista freelance argentino Mario Podesta muore in un incidente automobilistico vicino Baghdad. Podesta stava viaggiando in un convoglio di veicoli della stampa a circa 80 km da Baghdad quando avviene l’incidente. La sua collega Veronica Cabrera, rimasta ferita nell’incidente muore il giorno seguente. Un giornalista portoghese che viaggiava nello stesso veicolo ha detto all’agenzia stampa del suo paese (Lusa) di aver sentito uno sparo prima dell’incidente, ma non può essere sicuro che sia stato quello ad aver causato la perdita del controllo dell’auto da parte dell’autista. Podesta, 51 anni e padre di tre figli, era un veterano del giornalismo di guerra. Aveva lavorato come corrispondente in 35 conflitti.
Così come i pericoli di morte per incidenti o per scontri a fuoco, il problema di dover seguire i disordini civili causati dalla caduta del regime viene messo in luce il 15 aprile quando Paul Watson, reporter per il Los Angeles Times, viene pugnalato durante una rivolta a Mosul.
Quando le forze angloamericane iniziano a prendere il controllo di Baghdad e delle altre maggiori città, la scena dei media locali si trasforma
Il 20 aprile forse non sarà ricordato dal popolo iracheno come data storica ma è, di certo, un giorno di grande  importanza per i giornalisti iracheni. Il Partito Comunista Iracheno (CPI) distribuisce gratuitamente proprio quel giorno una copia del suo quotidiano Tariq al-Chaab (La voce del popolo). Tariq al-Chaab è stato il primo quotidiano iracheno ad apparire nella capitale da quando i quotidiani ufficiali Babel e Al-Thawra avevano cessato di uscire il 9 aprile. Tariq al-Chaab aveva smesso di essere edito nel 1979 dopo un raid in cui circa 70mila membri del partito comunista erano stati arrestati e imprigionati. Il CPI era uno dei più grandi partiti comunisti del mondo arabo al tempo. L’uscita del quotidiano comunista apre il fiore delle possibilità.
Il 25 aprile il quotidiano curdo Al-Ittihad viene distribuito a Baghdad. L’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) distribuisce il giornale in lingua araba, annunciandolo come il primo giornale curdo pubblicato nella “liberata Baghdad” e distribuito in Iraq. Il 18 aprile, un altro dei principali gruppi curdi, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), distribuisce 10mila copie gratuite a Baghdad del suo giornale in lingua araba Karbat.
Intanto una stazione radio chiamata Voce del nuovo Iraq inizia le trasmissioni in arabo dall’aeroporto internazionale di Baghdad il 19 aprile con programmi preparati dagli impiegati della ex radio di Stato e dagli iracheni di ritorno dall’esilio, e supervisionato dall’Ufficio per la ricostruzione e gli aiuti umanitari (ORHA), che è stato creato ad hoc dagli americani.
Il 1 maggio, il presidente americano George W. Bush annuncia solennemente che la guerra è finita. 

Dichiarata la pace, continuano le uccisioni  

Nei mesi successivi la dichiarazione di pace sono morti più di trenta giornalisti.
Il 9 maggio la giornalista americana Elizabeth Neuffer, 46 anni, reporter del Boston Globe, muore in un incidente d’auto mentre ritornava a Baghdad da Tikrit, dove aveva intervistato alcuni ufficiali dell’ex partito Ba’ath. Anche il suo interprete, Walid Khalifa Hassan al-Dulami, rimane ucciso.
Il 5 luglio, il giornalista freelance Richard Wild, che era arrivato a Baghdad solo due settimane prima, viene ucciso fuori dal Museo di storia naturale iracheno. Wild viene ucciso da un unico proiettile che lo colpisce alla testa da distanza ravvicinata mentre era tra la folla.
Il 6 luglio, Jeremy Little, freelance australiano ventisettenne che lavorava per il network americano NBC muore a causa delle ferite ricevute quando la macchina in cui stava viaggiando viene colpita da una granata. Little era un embedded nella Terza divisione nella città di Falluja.
Il 27 gennaio 2004, Duraid Isa Mohammed, 27 anni, produttore televisivo di Cable News Network (CNN), e Yasser Khatab, 25 anni, il suo autista, muoiono a causa di alcune ferite riportate durante una sparatoria che coinvolge i due veicoli in viaggio vicino alla città di Hillah. I veicoli erano diretti a nord, verso Baghdad, quando un’auto si avvicina da dietro e un uomo con una AK-47, attraverso il tetto, apre il fuoco. Il cameraman Scott McWhinnie, che stava viaggiando nel secondo veicolo, viene colpito alla testa da una pallottola e curato in una vicina base militare. Secondo la CNN le vetture del network non erano targate e gli assassini non potevano sapere che erano dei giornalisti. Il 1 febbraio nove giornalisti sono tra le vittime del doppio attentato terroristico a Irbil, nel Kurdistan iracheno. In quel giorno due kamikaze saltano in aria quasi contemporaneamente dopo essersi introdotti nei due edifici che ospitano i principali partiti politici della regione, il Kurdistan Democratic Party (KDP) e il rivale Patriotic Union of Kurdistan (PUK). Un‘esplosione che uccide quasi 100 persone, non a caso nel momento in cui la comunità curda stava celebrando “Eid Al-Adha”, l’appuntamento più significativo del calendario musulmano, un evento che suscita sempre la massima considerazione da parte dei media locali. Gli attentatori probabilmente appartenevano al gruppo terroristico “Jaish Ansar al Sunna”, orientato contro i partiti curdi perché colpevoli di essere alleati degli Stati Uniti e di aver combattuto a fianco delle truppe durante l’invasione dell’Iraq. I giornalisti e operatori dei media uccisi sono: Safer Nader, fotografo della rivista Qula; Abdlsatar Abulkarim, fotografo per il quotidiano Altakhy; Kamaran Mohamed Omar, redattore del quotidiano Rzkar; Ayoub Mohamed Salih, cameraman per KTV; Naseh Salim, columnist per Rzkari; Saad Abdulla, giornalista; Salah Saedouk, giornalista; Shawkat Shekh Yazden-Aras, giornalista; Mhdi Khoshnaw, giornalista.
Il 18 marzo Ali Abdel Aziz, 35 anni, cameraman iracheno del canale satellitare di Dubai, Al-Arabiya, viene ucciso a un posto di blocco a Baghdad quando le truppe americane aprono il fuoco dopo che un veicolo aveva cercato di forzare il blocco stradale. Il reporter Ali Al-Khatib di Al-Arabiya muore a causa delle ferite riportate qualche ora dopo. L’autista che viaggiava con i giornalisti riferirà che la troupe stava andando a registrare l’attacco missilistico contro l’hotel Burj al-Hayat quando le truppe statunitensi hanno aperto il fuoco.
Il 18 marzo Nadia Nasrat, Majid Rachid e Mohamad Ahmad della stazione televisiva regionale fondata dagli americani, Diyala TV, vengono uccisi in un agguato ad est della città di Baaquba. La troupe stava viaggiando in un minibus quando degli uomini armati escono dall’auto e aprono il fuoco. Altri 10 operatori rimangono feriti nell’attacco.
Il 31 marzo il cineoperatore freelance Burhan Mohamed Mazhour viene ucciso da un proiettile che lo  colpisce alla testa a Fallujah, 56 chilometri ad ovest di Baghdad. Mazhour stava lavorando da quasi due mesi per la stazione americana ABC e secondo il Washington Post è stato ucciso insieme ad altri 15 cittadini iracheni in seguito a un attacco statunitense, mentre le truppe americane stavano effettuando ricerche casa per casa.
Il 20 aprile nella città di Samara, a nord di Baghdad, Asaad Kadhim, un corrispondente per la tv Al-Iraqiya, e il suo autista vengono uccisi da colpi provenienti da militari americani. Le circostanze dell’incidente sono poco chiare e al momento tutti gli sforzi da parte delle organizzazioni internazionali a difesa della libertà di espressione per arrivare alla verità sono risultati vani.
Il 7 maggio due giornalisti - il polacco, Waldemar Milewicz, e l’algerino, Mounir Bouamrane - che lavoravano per una televisione polacca vengono uccisi da colpi d'arma da fuoco a Latifiya, a sud di Baghdad. Nell'attacco, compiuto da ignoti resta ferito a un braccio un cameraman polacco, Jerzy Ernst. «'Un'auto è sopraggiunta da dietro e i suoi occupanti hanno aperto il fuoco contro il nostro veicolo, uccidendo il giornalista polacco » riferisce la guida dei giornalisti, ancora sotto shock. «'Ci siamo fermati e io sono sceso con il giornalista algerino e il cameraman polacco, ma gli aggressori hanno fatto un'inversione di marcia e aperto il fuoco di nuovo, uccidendo il giornalista algerino e ferendo il polacco».
Il 21 maggio Rashid Hamid Wali, cameraman della tv qatariota al Jazeera viene ucciso a Kerbala in scontri  tra militari Usa e uomini del leader sciita Sadr.
Il 29 maggio, a Mahmudiya, 30 km a sud di Baghdad, muoiono due giornalisti free lance giapponesi, Shinsuke Hashida, 61 anni, e il nipote Kotaro Ogawa, 33 anni. Secondo le ultime testimonianze, l'auto sulla quale viaggiavano i due giornalisti, con l'autista e l'interprete iracheno, viene assalita con raffiche di colpi d'arma da fuoco e, sembra, con lancio di granate, da sconosciuti a bordo di un'altra auto che s'era avvicinata da dietro. L'autista, ferito, viene medicato all'ospedale della cittadina. La zona di Mahmudiya risulta così una delle più pericolose dell'intero Iraq, teatro di ripetuti attacchi di ribelli armati contro convogli militari Usa, personale straniero di imprese impegnate nei lavori di ricostruzione, e giornalisti. Hashida, 61 anni, era un giornalista molto noto nel suo paese. Dopo aver lavorato a lungo in un'agenzia di notizie radiofoniche su onde corte con missioni durante la guerra in Vietnam, nel 1989 si era messo in proprio con reportage in Cambogia e nel sudest asiatico.
Il 15 agosto muore a Fallujah il cameraman iracheno Mahmoud Hamid Abbas, trentaduenne che lavorava per la televisione tedesca Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF). Abbas aveva lavorato anche come produttore e redattore per l´emittente pubblica. ZDF ha sostenuto in una dichiarazione che Abbas aveva chiamato l´emittente dicendo che aveva filmato il bombardamento a una casa a Fallujah da parte delle forze statunitensi e che avrebbe voluto tornare a Baghdad. Abbas aveva richiamato la stazione un'ora e mezzo dopo per comunicare che era in corso un "attacco", ma il collegamento telefonico è caduto poco dopo. La ZDF ha scoperto la morte di Abbas solamente il giorno seguente dopo che il suo corpo era stato ritrovato in una moschea di Fallujah. In una recente dichiarazione la ZDF sostiene che i dettagli sulla morte del giornalista sono tuttora poco chiari.
Il 26 agosto il giornalista Enzo Baldoni viene ucciso. A rivelarlo è la tv qatariota Al Jazeera, che non ha comunque mandato in onda il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano 'per rispetto dei sentimenti degli spettatori' e perché ritenuto 'troppo cruento' A uccidere il freelance italiano è stato il sedicente Esercito Islamico in Iraq.
L’11 settembre muore davanti alle telecamere, mentre raccontava la battaglia di Bagdad, il giornalista palestinese Mazen Al Tomaizi, 26 anni, ucciso durante un bombardamento di elicotteri statunitensi. Le immagini con due macchie di sangue al centro dell´obiettivo hanno presto fatto il giro del mondo. Al Tomaizi lavorava per la televisione al-Arabiya e si trovava tra la gente ammassata attorno a un blindato americano, attaccato e bruciato dai ribelli. Durante lo stand up, la prima ripresa non era venuta bene. «Ripetiamo» ha detto e le registrazioni sono ripartite. I primi scoppi e la gente è scappata via ma lui ha continuato a filmare. Solo per qualche istante, però, prima che un missile centrasse il tank. Una scheggia lo ha colpito mentre la telecamera, continuava a registrare. L’uomo ha avuto solo il tempo di gridare «Seif, seif, sto morendo...» al suo operatore rimasto ferito in modo lieve, per poi cadere a terra senza vita. Nel bombardamento, insieme ad Al Tomaizi, sono morte altre 12 persone; tra i 55 feriti un cineoperatore iracheno della Reuters e un fotografo dell´agenzia Getty, anche lui iracheno.

Il
14 ottobre, Dina Mohammed Hassan, una giornalista che lavorava per la televisione Al-Hurriya viene uccisa a Baghdad davanti alla propria abitazione.
Il 15 ottobre, a Mossul, un fotografo del consorzio fotografico europeo EPA, Karam Hussein, viene ucciso da quattro uomini armati di fronte alla sua casa. Era scapolo e da anni dedicava tutte le sue energie alla professione di fotografo, che svolgeva con assoluta dedizione. I suoi ultimi reportage sono stati un attacco dei ribelli contro un convoglio armato americano e un lancio di bombe nei pressi di un villaggio.
Il 29 ottobre ignoti aggressori assassinano a colpi di arma da fuoco Liqaa Abdul-Razzaq, una giornalista televisiva irachena di trent'anni molto popolare nel suo Paese per aver a lungo militato nell'emittente di Stato, come conduttrice dei telegiornali, durante il regime di Saddam Hussein. La giornalista viene colpita mentre era in auto con alcuni suoi colleghi: lei muore, altre due persone rimangono ferite. Un destino tragico, quello della sua famiglia: due mesi prima in circostanze analoghe era stato già ucciso il marito, interprete presso la stessa emittente. Da un anno la giornalista lavorava per la televisione locale 'al-Sharqiya', riprendendo le sue mansioni di speaker. Madre di un bambino di 6 anni, un mese prima della morte aveva dato alla luce un'altra bimba.
Il 1 novembre un cameraman iracheno viene ucciso a Ramadi, città a 110 km a ovest di Baghdad, da un proiettile alla testa. Dhia Najim, 55 anni, stava riprendendo scontri fra truppe americane e ribelli sunniti vicino alla sua casa quando è stato colpito dal proiettile. La vittima, che lascia la moglie e quattro figli, lavorava come cameraman freelance per la Reuters Television.
Il 9 febbraio 2005 muore il giornalista Abdel Hussein Khazaal, 40 anni. Usciva dal suo domicilio, nel quartiere di Maqal di Bassorah, con il  suo figlio Mohammed, di 3 anni, quando degli sconosciuti gli sparano, uccidendolo sul colpo. Khazaal era anche il direttore del servizio di stampa del governo di Bassora e membro del partito sciita Dawa. Sotto il regime di Saddam Hussein, Khazaa era stato in esilio. Il suo ultimo  reportage era dedicato alle elezioni legislative del 30 gennaio 2005.
Il 28 febbraio viene rinvenuto il corpo
di Raiedah Mohammed Wageh Wazan, la presentatrice televisiva irachena rapita una settimana prima. La giornalista, Raida Al Wazan, conduttrice del telegiornale di Ninive, una rete regionale della televisione pubblica irachena ‘Iraqiya Tv’, era stata rapita fa nel centro di Mossul, insieme a sua figlia di dieci anni; la bambina era stata rilasciata il giorno stesso.
Il 14 marzo u
n cameraman della tv satellitare del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), rapito due settimane prima, viene trovato ucciso in un quartiere a nord di Mossul. Il cameraman era di confessione cristiana.
Il 14 aprile
un giornalista della televisione curda, Chamal Abdallah Assad, viene ucciso da uomini armati nella città di Kirkuk. Il giornalista lavorava per una televisione locale e per la televisione satellitare 'Kurdsat', emittente dell'Unione patriottica del Kurdistan del presidente Jalal Talabani. Secondo la ricostruzione ufficiale dei fatti, degli uomini armati hanno aperto il fuoco sul giornalista alle 19 locali, mentre si trovava in un mercato d'automobili nel sud di Kirkuk, città petrolifera 250 chilometri a settentrione di Baghdad. Kirkuk, città multietnica, è abitata da arabi, curdi e turcomanni.
Il 18 aprile d
ue giornalisti della televisione Al-Hurriya muoiono a causa di un attentato suicida a Baghdad. Fadhil Hazem Fadhil e il cameraman Ali Ibrahim Issa vengono uccisi mentre si recavano ad un evento in onore del nuovo presidente Jalal Talabani. I giornalisti stavano viaggiando in una macchina insieme ad un reporter e all’autista, quando le bombe sono esplose fuori dal ministero degli Interni.
24 aprile:
Saleh Ibreahim, un operatore della Associated Press Television News rimane ucciso mentre riprendeva un combattimento a Mosul, nell'Iraq settentrionale: è il secondo uomo della Associated Press ucciso nel conflitto iracheno. «Siamo addolorati per la morte di Saleh Ibreahim», ha dichiarato il presidente dell'agenzia americana, Tom Curley. «La sua dedizione all'informazione per riportare con completezza la storia dell'Iraq in questo momento storico è stata di esempio a tutti coloro che lo hanno conosciuto ed hanno lavorato con lui».
Il
16 maggio due giornalisti iracheni e il loro autista vengono assassinati da presunti insorti a sud di Baghdad. I due, Ali Yasem al Rumi e Naji Abed Jodeir, alle dipendenze di un canale televisivo kuwaitiano, avevano da poco lasciato la città santa sciita di Kerbala, dove si erano recati per girare un servizio, quando la loro automobile viene bloccata da una decina di presunti insorti che, dopo aver fatto scendere passeggeri e autista, decapitato i giornalisti. L'agguato avviene nei pressi di Mahmudiya e Latafiya.
Il 20 maggio tre giornalisti iracheni vengono uccisi per strada a sud di Baghdad. L’attacco avviene mentre i giornalisti si stavano recando da Kerbala a Baghdad. Si trovavano su un minibus insieme ad altri passeggeri, quando sono stati fermati da un gruppo armato che ha fatto scendere i giornalisti quando hanno mostrato la loro tessera stampa. Gli altri passeggeri sono stati lasciati liberi, ma
Najem Abd Khudair, corrispondente da Kerbala per il giornale Al Mada, Ahmad Adam, giornalista freelance di Al Mada, e Ali Jassem Al Rumi, giornalista di Al Safeer, vengono uccisi.
Il 28 giugno a Bagdad, Ahmed Wael Al Bacri, 30 anni, mentre stava tornando a casa dopo il lavoro di producer per Al Charkiya, una catena televisiva privata, viene ucciso al volante della sua vettura che si era avvicinata troppo a un convoglio militare americano.
Il
4 luglio
Yasser Salihee, il reporter iracheno che aveva denunciato gli squadroni della morte, viene ucciso a un check-point Usa. Yasser Salihee medico e giornalista per il gruppo Knight Ridder, indagava sugli scomparsi sunniti uccisi dai commandos guidati dai consiglieri Usa.

Appunti dei reporter dai fronti di guerra 

L’IFJ ha spesso tenuto contatti con alcuni giornalisti impegnati a seguire l’ultimo conflitto in Iraq e ha avuto modo di ricevere informazioni su come fossero stati preparati alla guerra e sulla loro esperienza. “Non abbiamo appreso molto di più di quello che già sapessimo – dichiarerà Aidan White, segretario generale dell’IFJ -  ma è stato detto abbastanza per capire la necessità di una campagna globale che renda il giornalismo più sicuro e che assicuri il rispetto dei diritti dei giornalisti. 

Quando la guerra infuria intorno a te, coloro che sono fuori non ti possono aiutare  

Asne Seierstad è una freelance che può dire di aver vissuto bene la guerra. Lei e la sua troupe hanno seguito il conflitto per otto quotidiani europei e cinque canali televisivi e per molte stazioni radio.
La Seierstad è diventata l’unica giornalista a guidare i media scandinavi. Dopo la guerra in Afghanistan, nella quale morirono otto operatori dei media, uno dei quali era un giornalista svedese, i media scandinavi decisero di giocare più sicuro e di fare affidamento sulla distribuzione dei servizi della sola Seierstad. Nei giorni del conflitto la giornalista è diventata ben presto una sorta di figura eroica nella scena dei media nordici.
Nonostante ciò, come molti altri giornalisti freelance, anche Asne Seierstad non ha seguìto una breve preparazione formale sui rischi che avrebbe affrontato. Inoltre non ha ha partecipato a nessun corso di preparazione alle situazioni ostili e quando è partita per l’Iraq non possedeva un equipaggiamento di sicurezza.
Ma ha avuto fortuna e non è poco. Ha detto all’IFJ: «Ho avuto tutto quello di cui avevo bisogno dall’ambasciata norvegese quando sono evacuati, inclusi un giubbotto antiproiettile, un elmetto e tre maschere antigas per me, il mio interprete e il mio autista». Sia lei che i suoi collaboratori non avevano un’assicurazione sulla vita e non aveva piena conoscenza dei suoi diritti come giornalista sotto la legge internazionale. «QualiChe diritti?» ha chiesto rispondendo a una domanda sull’argomento.
Su una questione però è stata molto chiara con l’IFJ. «E’ importante perseguire coloro che hanno deliberatamente ucciso i giornalisti, come è accaduto per i giornalisti di Al Jazeera, e per i due colleghi che sono morti nell’hotel Palestine. Coloro che hanno sparato sono da ritenersi responsabili».
Ha ammesso anche che la sua preparazione avrebbe potuto essere migliore. «Un corso di preparazione sarebbe servito, così come un corso sulla cultura araba e irachena. Più sai di un paese meglio è per la tua stessa sicurezza». 

Seguire la guerra in Iraq ha messo in particolare pericolo i giornalisti turchi  

Meglio preparato al conflitto era invece Mesut Gengec, cameraman di Show TV, che aveva con sé medicinali contro le armi chimiche, maschere antigas, giubbotto antiproiettili ed elmetto, e aveva seguito un corso di preparazione alle misure di sicurezza fornitogli dalla sua compagnia.
Aveva anche un contratto speciale e un’assicurazione per le condizioni di guerra, con una copertura sulla vita di 60mila $ e di 40mila $ in caso di danni fisici permanenti.
In ogni caso, come la Seierstad, non era informato sui suoi diritti secondo la legge internazionale, «Mi piacerebbe impararli» ha commentato.
Come molti giornalisti turchi ha affrontato diversi problemi nel lavorare nel nord dell’Iraq. «C’era pressione da entrambe le parti. Le condizioni di guerra erano difficili, e c’era sempre qualcuno che considerava i giornalisti come nemici».
Un altro giornalista turco, Kemal Batur, ha viaggiato nella regione come freelance. Non aveva nessuna preparazione, nessun equipaggiamento, nessuna assicurazione e pochi soldi. Le cose sono migliorate quando ha iniziato a lavorare per SKY Turk TV. «Mi hanno fornito un equipaggiamento di sicurezza con medicine, un giubbotto antiproiettile e una maschera antigas».
Come molti altri nel paese, Batur ha appreso le misure di sicurezza solo dai suoi colleghi che si trovavano già lì e avevano maggiore esperienza. In ogni caso, il suo ingaggio per SKY Turk TV è diventato prezioso il 12 aprile. «Sono stato colpito da un’arma da fuoco e ferito a una mano mentre il nostro veicolo era preso sotto tiro a Mosul. Quando sono tornato in Turchia, SKY Turk mi ha dato lo stesso compenso di guerra degli altri nella compagnia».
Batur è convinto che la preparazione sia essenziale. «Tutte le parti cercano di usare i giornalisti per fare propaganda. Non c’è sicurezza per le nostre vite, e sfortunatamente non c’è solidarietà tra i giornalisti che lavorano nelle aree di conflitto».
I problemi affrontati dai giornalisti turchi nel nord dell’Iraq erano preventivati, dato il sospetto locale dei leader curdi contro i turchi. I giornalisti erano sempre visti con sospetto, «ma gli USA e gli amministratori locali curdi hanno avuto una grande responsabilità nel creare questi pregiudizi. Ci trattavano come spie. A Mosul, sono caduto sotto il fuoco della milizia araba e ho perso due dita. Gli arabi hanno aperto il fuoco contro molti giornalisti come hanno fatto con noi. Nonostante ciò non c’è stata alcuna indagine che li portasse alla giustizia.»
Come altri, Batur pensa che una forte azione debba essere presa contro i responsabili delle morti dei giornalisti. «Dobbiamo usare tutti i nostri mezzi (incluso il boicottaggio delle loro attività) contro coloro che hanno ucciso i giornalisti». 

Presi di mira dalla folla inferocita a Mosul 

Alcuni giornalisti hanno organizzato il proprio corso per la sicurezza strada facendo. Nizamettin Kaplan, della NTV, che è rimasto nel nord dell’Iraq per due mesi durante la guerra, non aveva seguito nessun corso di preparazione per la sicurezza. «Quando lavoravo a Duhok - ha detto - ero insieme a un gruppo di giornalisti, e abbiamo appreso da un collega cosa avremmo dovuto fare in caso di attacco. Tutto quello che sapevamo era ciò che lui ci aveva raccomandato di ricordare».
Per l’equipaggiamento, ha detto che lui e gli altri giornalisti hanno dovuto rivolgersi al mercato nero. «Quando siamo arrivati in Iraq non avevamo maschere antigas, giubbotti antiproiettile o kit di pronto soccorso. Circa un mese dopo abbiamo comprato dai turchi un equipaggiamento di sicurezza. È stato molto difficile».
Kaplan si considera tra i più fortunati. «C’erano molti colleghi che non avevano alcun equipaggiamento. Hanno seguito la guerra senza indumenti protettivi. Coloro che non volevano rischiare la vita hanno rischiato il posto di lavoro e hanno lasciato l’Iraq. Ovviamente, molto doveva essere fatto dalle compagnie dei media».
Soltanto il pericolo delle mine è sufficiente a convincerlo che la preparazione è essenziale per i giornalisti nelle zone di guerra. «Le mine sono uno dei maggiori pericoli per noi; nel nord dell’Iraq c’erano 6/7 mine per persona ma il numero, già impressionante, è aumentato dopo la guerra. Non so nulla sulle mine. Potevamo incappare su una mina non appena lasciavamo la strada asfaltata. A molti colleghi è successo».
Come giornalista indipendente si è trovato nel mezzo di una situazione pericolosa a Mosul, dove è stato uno dei primi giornalisti a entrare nella città prima delle forze di coalizione.
«C’era un terribile saccheggio quando sono arrivato alle 8 del mattino. Molti dei saccheggiatori erano curdi e altri erano gente di Mosul. I civili avevano fatto delle barricate intorno alle loro case e negozi per la loro sicurezza. Non c’era sicurezza nella città e c’erano civili armati in ogni angolo. Quando la Banca centrale è stata saccheggiata, coloro che avevano del denaro in banca hanno reagito male. Hanno preso di mira i reporter e un gruppo di giornalisti turchi sono stati attaccati. Due dei nostri collegi sono stati feriti. Ci sono stati molti omicidi».
Come altri, è convinto che più preparazione e più rispetto per i diritti dei giornalisti siano essenziali per migliorare le condizioni affrontate dai giornalisti.«In molti paesi i giornalisti sono trattati come nemici. La gente si comporta come se fossimo responsabili dei loro problemi. Siamo presi di mira per le notizie che diamo sui loro paesi. Dobbiamo convincere la gente che i giornalisti lavorano per il pubblico». 

Sperare nel meglio quando scade l’assicurazione 

Nuno Patricio, giornalista di RTP, la rete pubblica portoghese, ha seguito un piccolo corso di preparazione prima di andare in Iraq; una settimana presso l’unità militare portoghese CIOE (Centro de Instrucao de Operacoes Especiais). Un corso nato da un’iniziativa comune del sindacato dei giornalisti e dell’esercito portoghese.
«Ci hanno dato delle nozioni basilari sulla sopravvivenza in diverse circostanze, sull’assistenza medica e su altro. Ma una settimana è troppo poco per una buona preparazione». Nonostante avesse un’assicurazione, come per molti altri che seguivano il conflitto essa era limitata a 30 giorni. «Oltrepassato quel periodo, l’assicurazione non era più valida. Per fortuna non è successo nulla di grave».
Patricio ha una grande esperienza di giornalismo di guerra, avendo seguito conflitti a Timor, in Kosovo, in Afghanistan prima di quello in Iraq, ma ha trovato grandi difficoltà. «C’erano momenti di grande pressione e censura. Ci era proibito andare in alcune zone, i nostri servizi erano controllati e le nostre guide erano fornite dal governo locale». 

Nessuna censura ma un soffocante “riservo”della macchina da guerra americana

Un modello di preparazione, sempre che esista una “precisa” preparazione per qualcosa di imprevedibile come la guerra, è fornita da Claudia Persens, corrispondente per la Reuter ad Ankara.
La Persens era embedded con l’esercito americano. «Ho seguito un corso di preparazione alle situazioni ostili e quando mi è stato chiesto di andare nel Golfo mi è stato spesso detto che cosa mi avrebbe atteso suggerendomi di tanto in tanto di rinunciare. Avevo un giubbotto antiproiettile, un elmetto, un kit di protezione per le armi chimiche, una maschera antigas e un kit di pronto soccorso. Non ho dovuto usare nulla di tutto ciò ma era rassicurante averlo con me. Sono stata anche vaccinata e mi sono stati dati consigli medici dalla Fleet Street Clinic di Londra che mi sono stati molto utili».
I problemi per la giornalista sono stati, se mai, di altra natura. «Il comandante della nostra divisione non amava molto i giornalisti e i media, e di conseguenza gli altri ufficiali sotto il suo comando erano molto sospettosi ed era difficile ottenere informazioni».
Nonostante il comportamento dei militari, la Persens ha detto che non c’era una specifica pressione.
«Non eravamo censurati. Le storie che scrivevamo non venivano mai controllate. Il problema era che le autorità dicevano sempre il minimo indispensabile, anche quando non c’era ragione di essere così riservati». 

Ho oltrepassato il confine fra giornalista embedded e combattente? 

Gavin Hewitt della BBC ha viaggiato con la terza divisione americana dal Kuwait fino a Baghdad.
«Dava una sensazione di grande potenza. La nostra colonna era lunga 4 km. Quasi 10mila veicoli in viaggio verso Baghdad. Dall’esterno il meccanismo degli embedded era stato spesso criticato, e io stesso ero preoccupato che saremmo stati limitati su ciò che si poteva riferire. L’unico problema che avevamo era che non potevamo dire con precisione dove eravamo a meno che non fossimo già coinvolti nell’azione, e non potevamo ovviamente riferire i nostri spostamenti futuri. A parte ciò è stata rispettata la mia libertà di giornalista di informare esattamente come volevo».
In seguito, durante un incontro a Londra, ha raccontato anche di un incidente nel quale l’unità con cui viaggiava si è scontrata con reparti iracheni. «Avevo notato un veicolo davanti a loro che si era fermato. L’ho fatto notare ai soldati ed è scoppiata una battaglia. In quel momento ho pensato che forse avevo oltrepassato il limite». 

…L’ho fatto, e senza timori 

Jules Crittenden, giornalista del Boston Herald, invece non si è posto questo dubbio. Dopo aver ricordato di essere stato attivamente arruolato da coloro con cui viaggiava come combattente per sostenere la causa dell’esercito americano e di aver contribuito all’uccisione di tre soldati iracheni, Crittenden risponde così alle domande dell’IFJ: «Alcuni nella nostra professione potrebbero pensare che come reporter e non combattente, ero lì solo per osservare. Ora che ho assistito alla morte di tre esseri umani nella guerra, sono sicuro che alcune persone mi faranno domande sulla mia etica, o sulla mia obiettività, ma io ho deciso di tagliare corto su tutti questi argomenti. Che tacciano, loro non c’erano. Ma saranno i benvenuti a seguirmi la prossima volta se vogliono mettere alla prova la loro professionalità». 

La strategia d’informazione militare ci ha blindato 

Lontano dall’azione c’erano coloro che facevano informazione dal Commando Centrale di Quasar dove a un certo punto i giornalisti erano così pieni delle notizie ufficiali date dai militari che sono scoppiati in un applauso spontaneo quando uno tra loro ha protestato.
Il reporter della BBC, Jonathan Marcus si è lamentato perché il servizio di informazione era troppo rigidamente controllato. «La strategia d’informazione americana era talmente costruita da risultare fin dall’inizio e agli occhi di tutti quasi una strategia di pubbliche relazioni. Questa è stata la cosa più affascinante di questa guerra: si aveva questa sovrabbondanza di materiale dai nostri colleghi a Baghdad o in viaggio con le unità. Ma era come se stessero guardando tutti una piccolissima parte della guerra attraverso lo stesso buco di una serratura. E penso che questo fosse ciò che il Pentagono voleva. Penso che quelle persone che hanno avuto la forza di mettere insieme tutti i pezzi ora siano molto soddisfatte».
Marcus ammette che la messa alla prova di tutto questo apparato dei media si ha non quando la guerra va bene, ma quando va male. «L’inizio della guerra è andata molto bene per gli angloamericani, e questa strategia d’informazione altamente intrusiva è servita loro, perché si parlava quasi sempre di successi. Ora che le cose vanno diversamente, forse non sono più così soddisfatti di questo sistema. Ma all’inizio ha funzionato eccome! Sembrava di essere tante comparse dentro un film rovinato solo da una brutta sceneggiatura».

   
 
   
   

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