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Introduzione
Fin dall’inizio del 2003 una nuova guerra nel Golfo Persico, questa volta contro
il regime di Saddam Hussein, era apparsa inevitabile. Una sola domanda si
poneva: quando sarebbe incominciata?
Ma la preparazione stessa della guerra, già di per se, valeva il grande evento
mediatico. Diplomatici, studiosi e ambasciatori sono diventati ben presto volti
familiari sullo schermo mentre la comunità internazionale si divideva in due
schieramenti opposti sulla questione della legittimità di questa guerra.
Sembrava che tutti odiassero Saddam Hussein, ma molti si chiedevano se fosse
davvero così pericoloso da essere spodestato con la forza.
Per migliaia di operatori dei media – reporter, operatori cinematografici,
traduttori, autisti – la questione era più pratica: come arrivare in Iraq, come
seguire la campagna militare, come trovarsi nel posto giusto al momento giusto
per documentare gli eventi richiesti dai media di tutto il mondo. Ma da subito,
un altro elemento è risultato altrettanto evidente agli occhi attenti di chi ha
visto altre guerre, e cioè che molti di questi giornalisti erano impreparati
alle condizioni di ostilità, molti avevano un equipaggiamento inadeguato e solo
pochi tra loro avevano un’assicurazione sulla vita.
Di fronte a una industria dei media cambiata sin dalla prima guerra del Golfo,
nel 1991, e ora più competitiva, più tecnologica e maggiormente usata dai leader
politici e militari nella campagna psicologica per vincere il sostegno
dell’opinione pubblica locale ed estera, la preparazione psicologica e materiale
dei giornalisti perdeva via via importanza.
Gli americani e gli inglesi hanno investito nell’ultimo conflitto in Iraq
milioni di dollari in costosi show televisivi; il Comando Centrale nel deserto
del Qatar ha realizzato un faraonico media center - presto screditato - per
garantire la circolazione delle informazioni ai corrispondenti; 600 giornalisti
– gli “embedded”- hanno avuto il permesso di unirsi alle truppe americane; più
di 2000 giornalisti indipendenti o “unilateral” si sono sparsi sui territori del
conflitto iracheno per cercare notizie non filtrate dalle forze militari; eppure
tutta questa colossale impalcatura non ha quasi mai minimamente affrontato il
tema della sicurezza dei giornalisti che operavano in zona di guerra.
Una guerra che ha portato senza dubbio alla più grande e costosa campagna
mediatica della storia recente. E anche alla più pericolosa. Al momento in cui è
stata dichiarata la “fine” della guerra, il 1 maggio 2003, 16 giornalisti e
operatori dei media erano stati uccisi o erano morti mentre seguivano la guerra.
Sedici mesi dopo il numero era salito a 45.
L’uccisione ancora senza spiegazione di sette giornalisti da parte delle forze
di coalizione in quattro incidenti separati a Basra e a Baghdad è stato un
oltraggio senza precedenti ai giornalisti di tutto il mondo. L’International
Federation of Journalists (IFJ) è stata a capo, in tutto questo tempo, di una
campagna di critica verso una cultura di totale negligenza verso la salvezza dei
giornalisti. L’impulso a monitorare, controllare e manipolare le informazioni
ha portato a una totale mancanza di rispetto per il diritto dei giornalisti di
lavorare in condizioni di sicurezza e in modo indipendente.
Questo reportage dà una breve sintesi degli avvenimenti. Esamina le morti non
spiegate e pone domande a cui si deve dare una risposta, discute il bisogno di
cambiamenti nella legge internazionale che diano un maggiore livello di
protezione agli operatori dei media, riporta alcune esperienze di giornalisti –
embedded e unilateral – e , infine, sostiene la causa dell’International News
Safety Institute, una nuova campagna globale per migliorare la sicurezza dei
giornalisti. La guerra in Iraq, come molte altre prima, ha dato la conferma che
la sicurezza degli operatori dei media deve essere di primaria importanza. È una
semplice verità, ma non è stata ancora compresa dai governi e da molte
organizzazioni dei media.
Aidan White (Segretario generale dell’IFJ)
Il diario della guerra:
conto alla rovescia per il conflitto
Il 4 febbraio 2003 il
presidente dell’IFJ, Christofer Warren, firmò un appello a tutti i giornalisti e
alle organizzazioni dei media che conteneva una facile premonizione: “la crisi
internazionale in Iraq richiederà intelligenza, informazione e servizi di
qualità, per questo sarà una prova della professionalità del giornalismo e dei
suoi limiti.”
Allo stesso tempo, l’IFJ chiedeva alle organizzazioni dei media di assicurare
che lo staff inviato in Iraq fosse adeguatamente preparato. “I giornalisti e lo
staff dei media dovrebbero essere preparati ad affrontare le emergenze ed essere
consci dei rischi che incontrano; dovrebbero avere il giusto equipaggiamento e
dovrebbero essere salvaguardati per i diritti assicurati loro dalla legge
internazionale,” scrisse Warren.
L’appello cadde in un mare pieno di silenzi e di omissioni. Molti freelance, che
erano la maggior parte dei reporter inviati in Iraq, partirono senza aver avuto
accesso ai corsi di preparazione né avere una copertura assicurativa. E,
ovviamente, senza l’equipaggiamento di sicurezza.
Fin dall’inizio della crisi che doveva ben presto portare al conflitto, le paure
dell’IFJ si rivelarono fondate e presero corpo quando l’Iraq decise di espellere
69 giornalisti stranieri dal paese. Un giornalista, Knut Magnus Berge, reporter
per la compagnia pubblica norvegese NRK, riferì di essere ritornato a Baghdad il
10 febbraio dopo un viaggio nella parte meridionale del paese e di aver trovato
in albergo una lista redatta dal ministero degli Esteri che lo includeva,
insieme a 68 colleghi, tra i “giornalisti non più graditi”.
Da quel momento i giornalisti furono messi sotto pressione da tutte le parti del
futuro conflitto, nessuna esclusa. La guerra era pronta e occorreva che i media
ne prendessero al più presto atto.
Il 1 marzo 2003, tre giornalisti argentini furono arrestati in Giordania. Il
giornalista Juan Castro, il produttore esecutivo Ruben Vivero e l’operatore
cinematografico Cristian Sedam, tutti e tre dipendenti di Channel 13, furono
arrestati mentre lasciavano l’Iraq e detenuti nella capitale della Giordania,
Amman.
Durante la loro detenzione, che durò sei ore, le autorità giordane requisirono
il loro equipaggiamento e distrussero il materiale che avevano registrato al
confine con l’Iraq. La Giordania affermò in seguito che i giornalisti avevano
violato la legge che proibisce di filmare le basi militari e le truppe. Non
risultò vero ma il segnale fu chiaro per tutti i giornalisti: aspettatevi di non
essere graditi da nessuno.
Il 7 marzo l’IFJ e una coalizione di organizzazioni per la libertà di stampa
lanciarono un appello a tutte le parti in conflitto affinché rispettassero la
sicurezza dei giornalisti e l’integrità del lavoro.
In una lettera aperta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai leader
politici iracheni, la neonata associazione International News Safety Institute
(INSI) ricordò a tutte le truppe e ai loro comandanti che gli operatori dei
media non sono combattenti, che lavorano sotto la protezione di leggi
internazionali, e che quindi è un crimine internazionale prenderli di mira. “In
particolare, né i giornalisti né i luoghi dove lavorano, come le redazioni o i
centri di trasmissione, devono essere considerati obiettivi militari. La
Convenzione di Ginevra chiede rispetto per i diritti umani dei giornalisti in
tempo di guerra. Sono classificati come civili e devono essere protetti da
violenze, minacce, omicidi, arresti e torture”.
Nella stessa lettera l’INSI affrontava anche il problema della divisione dei
giornalisti in due gruppi distinti: i cosiddetti “embedded”, coloro che
viaggiavano sotto la protezione delle forze angloamericane, e gli “unilateral”,
i quali viaggiavano nella regione senza una protezione specifica.
“Mentre molti operatori dei media viaggeranno sotto la protezione delle forze
militari, molti altri lavoreranno da soli, e ciò rende questi ultimi potenziali
obiettivi di tutte le parti in conflitto, come è già successo nei territori
palestinesi, dove i cameraman sono stati uccisi e picchiati, e in Afghanistan,
dove furono uccisi più giornalisti che soldati nelle prime due settimane di
guerra”.
Anche questa preoccupazione si mostrò subito fondata. Già il giorno successivo
all’inizio del conflitto i primi giornalisti cominciavano a morire.
Embedded o unilateral?
La questione degli embedded e degli unilateral ha aperto un’ampia
controversia – ancora non digerita - nell’industria dei media. Mentre pochi
media hanno rifiutato l’opportunità di inserire i loro dipendenti nel gruppo di
600 reporter aggregati alle unità militari della coalizione, è stata altresì
riconosciuta la necessità di una copertura indipendente della guerra, e alcuni
dei più grandi network avevano dipendenti embedded e altri che lavoravano in
modo indipendente nella regione.
L’IFJ ha stimato che circa 3000 giornalisti e operatori dei media hanno lavorato
in Iraq e nei paesi vicini durante la guerra.
In Kuwait, all’inizio del conflitto vi erano 2047 giornalisti e operatori
accreditati, 529 dei quali erano embedded. “In realtà, crediamo che vi siano
stati molti più operatori dei media presenti in zona. La realtà è che tutti
erano in grande pericolo e che i loro datori di lavoro non avevano alcuna
cautela nell’usare i loro dipendenti” scrisse in seguito l’IFJ, denunciando la
situazione che si era venuta a creare.
Ma intanto i preparativi della guerra procedevano con fretta travolgente.
L’8 marzo, il Kuwait intimò ai media stranieri di non cooperare con i media
israeliani, minacciando i giornalisti con azioni legali se non avessero
rispettato l’avvertimento.
Il giorno seguente, il 9 marzo, il canadese Scott Taylor, giornalista del
giornale militare Esprit de Corps di Ottawa, fu espulso dall’Iraq, con l’accusa
di essere una spia di Israele.
Tre giorni dopo, la giornalista spagnola Teresa Bò fu espulsa per aver parlato
“inadeguatamente” del governo iracheno, e il giorno seguente, il 13 marzo, David
Filipov, un giornalista americano, fu espulso per aver trasmesso il suo articolo
usando il suo telefono satellitare nell’hotel. I giornalisti avevano precise
istruzioni di far passare i loro pezzi dal ministero dell’Informazione di
Baghdad.
Il 17 marzo, i network americani ABC e NBC chiesero ai loro giornalisti di
lasciare Baghdad. Alcuni lasciarono la città in macchina, attraversando il
deserto verso la Giordania in un viaggio di otto ore. Altri rimasero. Intanto,
ad Amman, i tassisti offrivano ai giornalisti corse a prezzi ribassati per
andare nella direzione opposta. Molti freelance e giornalisti indipendenti
accettarono creando quindi una situazione incredibile; i taxi partivano da
Baghdad mezzo vuoti e tornavano stracarichi. Da una parte quindi si invitava i
giornalisti meglio organizzati a partire e dall’altra si permetteva a coloro
che viaggiavano con pochi mezzi di andare nelle zone più pericolose.
Il 19 marzo, il corrispondente da Baghdad del canale turco NTV, Yunus Sen,
riferì che le autorità irachene avevano confiscato i telefoni satellitari di
alcuni giornalisti stranieri che stavano lasciando la capitale.
ontemporaneamente, nei confini settentrionali del paese, i giornalisti furono
presi di mira in Kurdistan. Il reporter di NTV, Nizamettin Kaplan, denunciò che
i soldati curdi lo avevano costretto a lasciare la città di Zaho. Anche il
giornalista di NTV, Ibrahim Atesoglu, e il corrispondente di TV8, Fuat Kozluklu,
furono espulsi in quelle ore.
L’irritazione e le tensioni crebbero dopo che un corrispondente dell’Independent
e un produttore dell’Associated Press Broadcast Services furono arrestati il 19
marzo dagli ufficiali iracheni mentre cercavano di attraversare la Giordania.
Tutto annunciava che l’inizio della guerra era proprio dietro il prossimo
angolo.
Il 20 marzo, solo 150 giornalisti erano rimasti “ufficialmente” a Baghdad
secondo le stime della NBC. Tutti avevano fiutato l’aria, tutti tranne,
stranamente, i canali televisivi russi che avevano dichiarato all’unisono di non
avere intenzione di richiamare i loro giornalisti da Baghdad “finchè non ci
fosse stata una reale minaccia per la loro sicurezza.” I giornalisti russi,
conoscendo evidentemente il grado di affidabilità dei loro superiori chiesero e
ottennero però di spostarsi dall’hotel dove alloggiavano all’ambasciata russa.
L’invasione iniziò quello stesso giorno.
La guerra in tempo reale
Il 21 marzo, il giorno dopo l’inizio della guerra, le autorità
irachene espulsero quattro giornalisti della CNN – i corrispondenti Nic
Robertson e Rym Brahimi, il produttore Ingrid Formanek, e il cameraman Brian
Puchaty - , tutti e quattro accusati dal governo iracheno di fare propaganda per
l’esercito americano.
Il 22 marzo avvenne il primo incidente che coinvolse i media. Il cameraman
australiano Paul Moran venne ucciso da un kamikaze nel nord dell’Iraq. Moran era
un giornalista freelance e stava lavorando per la Australian Broadcasting
Corporation (ABC). Nell’attacco rimase ferito il giornalista dell’ABC, Eric
Campbell.
Nello stesso giorno avvenne un altro tragico episodio che scioccò i giornalisti
di tutto il mondo e aprì molti quesiti che, dopo molti mesi, restano ancora
insoluti. Il corrispondente inglese dell’ITN, Terry Lloyd rimase ucciso quando
un elicottero americano aprì il fuoco contro un bus civile che lo portava,
ferito, in ospedale. Lloyd e la sua troupe stavano viaggiando in due veicoli
dell’ITN chiaramente contrassegnati dalla scritta “Press”, quando capitarono
sotto il fuoco di carri armati di entrambe le coalizioni. Il corpo di Lloyd fu
poi trovato in un ospedale di Basra.
Il cameraman belga Daniel Demoustier, che rimase ferito nello stesso incidente,
riuscì a rifugiarsi dal lato degli angloamericani, ma degli altri due membri
della troupe, il cameraman Fred Nerac e il traduttore Hussein Osman, nulla
ancora si sa. I loro corpi non sono mai stati ritrovati. Questo doppio attacco,
avvenuto alla luce del sole, prima su un veicolo chiaramente segnalato e, dopo,
su un minibus civile, è stato considerato uno dei grandi oltraggi di questo
conflitto e avrebbe dovuto richiedere un’indagine approfondita. Ma a tutt’oggi
un avvenimento che ha prodotto la morte di tre giornalisti è ancora avvolta
nella nebbia dei non so e dei segreti militari.
Il caos della guerra, dunque, travolse subito i giornalisti e li rese, malgrado
loro, vittime annunciate di un conflitto in cui avrebbero dovuto avere il ruolo
solo di commentatori di una cavalcata inarrestabile verso la capitale irachena.
Il 25 marzo gli americani lanciarono un assalto missilistico contro la stazione
radio televisiva statale irachena. L’IFJ condannò immediatamente l’attacco e
insistette perché si aprisse un indagine delle Nazioni Unite su un attacco che
appariva come “un atto di violenta censura che viola la Convenzione di Ginevra.
Prendere di mira i giornalisti non farà vincere la guerra; minaccerà solo le
vite dei reporter e causerà molte falsità, speculazione e ignoranza su quanto
sta accadendo”.
L’attacco ricordò fin troppo da vicino quello messo a segno della Nato alla
Radio Televisione Serba durante la guerra tre anni prima, in cui rimasero uccisi
16 operatori dei media. “Ancora una volta, vediamo comandanti politici e
militari del mondo democratico prendere di mira i network televisivi statali
semplicemente perché non apprezzano i messaggi che mandano in onda,” scrisse
l’IFJ in quel messaggio che molti media interpretarono come un semplice e
“doveroso” epitaffio ad una televisione “di regime”.
Ma le affermazioni del portavoce americano secondo cui la stazione televisiva
era un “punto chiave del comando di Saddam Hussein” furono smentite dall’IFJ,
che trovò come principale motivazione dell’attacco la “rabbia e la frustrazione
dei leader politici americani di fronte alle immagini dei prigionieri americani
trasmesse in televisione e l’uso del mezzo televisivo per sollevare il morale
dei sostenitori di Hussein.”
Una delle più pretestuose affermazioni confutate fu quella secondo la quale il
regime iracheno stava usando la televisione per mandare messaggi in codice al
suo esercito. “L’idea che i soldati iracheni stiano seduti nel deserto a
guardare la televisione per ricevere ordini è assurda,” scrisse, con più di
qualche ragione, l’IFJ. Ma intanto, l’idea di smantellare a suon di missili la
televisione pubblica del paese attaccato era stata di nuovo messa in pratica.
L’attacco alla televisione di stato, oltre che proditorio e ingiustificabile, fu
l’atto che modificò nella sostanza il rapporto tra militari di entrambi i fronti
e i giornalisti che si aggiravano nelle zone in cui avvennero i pochi scontri di
questa strana guerra. L’attacco alla televisione di stato rappresentò la soglia
oltrepassata la quale i giornalisti risultarono improvvisamente invisi dai
soldati.
Qualcuno degli inviati ebbe a dire in seguito: “Fu come se i dadi fossero stati
rilanciati, ma non prima di aver modificato tutte le regole. Diventammo i
principali nemici di tutti. Diventammo un obiettivo, forse l’unico preciso per
tutti i contendenti”.
Il 27 marzo, il governo australiano avvisò i propri giornalisti che si trovavano
nel nord dell’Iraq di lasciare la zona. Alcune informazioni sostenevano che
gruppi pro-Saddam stavano preparando un attacco contro gli occidentali nel nord,
inclusi gli operatori dei media. Contemporaneamente, il governo greco si offrì
di pagare il volo di ritorno dall’Iraq per i 16 giornalisti greci ancora rimasti
a Baghdad.
Il 28 marzo, i giornalisti portoghesi Louis Castro e Victor Silva, che
lavoravano per RTP, e i giornalisti israeliani Dan Scemama, di Channel 1, e Boaz
Bismuth, reporter per il quotidiano Yediot Aharonot, furono arrestati e percossi
dalle truppe americane, che li accusarono di spionaggio. I quattro rimasero
detenuti per 48 ore prima di essere scortati fuori dall’Iraq. L’IFJ rispose a
questo incidente chiedendo l’apertura di un’inchiesta su ciò che “sembra essere
stata un’oltraggiosa mancanza di disciplina militare” e chiese che “coloro che
ne sono stati responsabili fossero perseguiti.”
Il 28 marzo sette giornalisti italiani - Franco Battistini del Corriere della
Sera, Ezio Pasero de Il Messaggero, Luciano Gulli de Il Giornale, Leonardo
Malsano de Il Sole 24 Ore, Toni Fontana de l’Unità, Lorenzo Bianchi de Il Resto
del Carlino e Vittorio dell’Uva de Il Mattino - furono arrestati a Bassora.
Trasportati a Baghdad il 29 marzo fu loro permesso di rimanere nell’hotel
Palestine, luogo in cui si erano rifugiati quasi tutti i giornalisti stranieri
presenti nella capitale.
Il 30 marzo una nuova tragedia colpì la comunità dei media nella regione quando
Gaby Rado, reporter di ITN per Channel 4 News, fu trovato morto di fronte al suo
hotel a Sulaymaniyah nel nord dell’Iraq. Le indagini sulla morte di Rado,
giornalista esperto, non hanno portato a nulla. La guerra è un frullatore che
genera spesso ipotesi semplici. Rado risulta a tutt’oggi caduto per sbaglio dal
tetto dell’hotel.
L’intolleranza irachena verso l’attività mediatica indipendente viene resa di
nuovo evidente il 1 aprile, con l’espulsione di un giornalista australiano, Ian
McPhedran, corrispondente per News Limited. Il giornalista viene espulso per
aver viaggiato attraverso Baghdad senza un mandato ufficiale del ministero
dell’Informazione. Altri due australiani, Peter Wilson e il fotografo John
Feder, anche loro dipendenti del News Limited, vengono catturati lo stesso
giorno nei pressi di Basra, portati a Baghdad, e trattenuti agli arresti
domiciliari anche loro nell’hotel Palestine.
Il 2 aprile, è un’altra giornata di lutto per i media internazionali. Il
cameraman Kaveh Golestan, della BBC, viene ucciso da una mina mentre viaggiava
con altri due colleghi della BBC e un traduttore locale. Stuart Hughes,
produttore della BBC, viene seriamente ferito nell’esplosione e in seguito
subisce l’amputazione di un piede. Kaveh Golestan, l'iraniano Premio Pulitzer e
Premio Robert Capa, aveva 52 anni. Aveva immortalato tutti i fatti storici degli
ultimi 25 anni in Medio Oriente: dal ritorno di Khomeini in Iran nel 1979 alla
presa degli ostaggi nell'ambasciata americana, dai curdi uccisi con i gas dagli
iracheni alla guerra in Afghanistan. Era un cameraman straordinario.
Intanto a Baghdad il ministero dell’Informazione ordina al corrispondente di Al
Jazeera, Diar al-Omari di lasciare la città, e impedisce al suo collega Tayseer
Allouni di lavorare. Lo stesso ministero revoca la decisione il 6 aprile.
Allouni tornerà sulla scena internazionale nel settembre 2003 quando viene
arrestato in Spagna con l’accusa di “connessione a gruppi terroristici”. Le
accuse saranno vigorosamente smentite da Al Jazeera e l’IFJ manifesterà a lungo
il suo sconcerto alle autorità spagnole.
Sempre il 2 aprile, l’hotel di Basra usato come base dai corrispondenti di Al
Jazeera viene colpito dalle forze di coalizione. Il Basra Sheraton, i cui unici
clienti erano i giornalisti di Al Jazeera, riceve quattro colpi diretti. Non ci
sono feriti, ma Al Jazeera scrive nuovamente al Pentagono per fornire completi
dettagli sulla locazione di tutti i suoi giornalisti e uffici in Iraq. Come si
vedrà in seguito la fornitura di tali dettagli non impedirà altri attacchi alle
strutture della televisione con base in Qatar.
Il 3 aprile, giornalisti e media si uniscono per protestare con forza contro la
discriminazione verso i giornalisti indipendenti quando alcune troupe di
informazione che non facevano parte degli embedded erano state forzate a
lasciare il sud dell’Iraq. L’IFJ e la European Broadcasting Union condanna
l’azione come “inaccettabile discriminazione.”
Il 4 aprile il pericolo affrontato da tutti i giornalisti, compresi quelli sotto
la protezione militare, viene messo in luce quando Michael Kelly, direttore
dell’Atlantic Monthly ed editorialista del Washington Post viene ucciso in un
incidente a Humvee. Anche un soldato con cui stava viaggiando rimane ucciso.
Kelly ha il tragico primato di essere il primo giornalista fra quelli che
viaggiano con le forze armate a essere ucciso.
Il 6 aprile, lo stress e la pressione del lavoro giornalistico in Iraq vengono
riflessi nella notizia della morte del giornalista americano David Bloom,
corrispondente di NBC, morto di embolia polmonare.
Sempre il 6 aprile, un altro tragico incidente, questa volta registrato in un
drammatico filmato televisivo, causa la morte di Kamaran Abdurazaq Muhamed,
traduttore curdo della BBC, che viene ucciso dalle forze di coalizione quando i
militari americani sganciano per errore una bomba sul convoglio su cui
viaggiava. Un altro giornalista della BBC, John Simpson, viene ferito
nell’attacco.
Il 7 aprile il giornalista spagnolo Julio Anguita Parrado del quotidiano El
Mundo e il giornalista tedesco Christian Liebig del giornale Focus vengono
uccisi da un missile iracheno. Entrambi i giornalisti erano embedded con la
terza divisione americana.
Questa serie di drammatici, tragici e dolorosi incidenti sono il preludio di uno
degli eventi più controversi e scioccanti della guerra, avvenuto l’8 aprile,
quando il Palestine Hotel nel centro di Baghdad, dove risiedevano più di 150
giornalisti e operatori dei media di tutto il mondo, viene attaccato dalle forze
della coalizione entrate nella città.
Taras Protsyuk, cameraman ucraino della Reuter, e il cameraman spagnolo di
Telecinco, Jose Couso muoiono dopo che un carro armato americano colpisce
l’hotel. Altri tre giornalisti restano feriti.
Ma l’8 aprile è proprio una giornata tragica per l’informazione.
Contemporaneamente all’attacco all’hotel Palestine, a poca distanza, Tareq
Ayoub, giornalista di Al Jazeera muore in seguito alle ferite ricevute quando
una bomba americana colpisce l’ufficio del network situato sulla riva del fiume
Tigri. Anche il vicino ufficio del network arabo Abu Dhabi TV viene bombardato.
Mentre gli eventi avvenuti nel centro di Baghdad scioccavano l’opinione pubblica
mondiale, altri giornalisti rischiavano le loro vite. Marcin Firlej, 27 anni,
reporter per il canale polacco TVN24, e il trentunenne Jacek Kaczmarek, della
radio di stato polacca, vengono arrestati da reparti iracheni ormai allo sbando
dopo essere stati fermati a un posto di blocco a circa 80 miglia da Baghdad. Il
giorno seguente riusciranno fortunosamente a fuggire durante un attacco alla
città dove erano stati condotti.
Il 9 aprile, sette giornalisti vengono percossi e derubati da milizie irachene
nel centro di Baghdad. Il gruppo di sei giornalisti portoghesi e uno bulgaro
viene attaccato mentre viaggia in macchina a tre chilometri dall’hotel
Palestine. Costretti a fermarsi vengono derubati di gran parte del loro
equipaggiamento e del denaro.
L’11 aprile il corrispondente della CNN, Kevin Sites e la sua troupe vengono
bloccati a un posto di blocco per diverse ore dai fedayin di Saddam nel nord
dell’Ira. Sites viene accusato con la sua troupe di essere una spia americana ed
è minacciato di morte. Viene rilasciato dopo una negoziazione mediata
dall’interprete della troupe.
Lo stesso giorno un giornalista giapponese viene liberato dopo essere stato
detenuto per nove giorni dalla polizia irachena. Moriaki Endo, 55 anni,
riferisce di essere stato detenuto per sospetto di spionaggio e viene rilasciato
a una stazione di polizia a circa 120 km da Baghdad. La ricomparsa di Endo
genera sorpresa visto che nessuno non solo sembra essere a conoscenza del suo
arresto ma neppure della sua presenza della zona di guerra.
L’11 aprile è, evidentemente, la giornata delle storie a lieto fine. Un reporter
e un fotografo dello Star Tribune del Minnesota, scampano a un tentativo di due
combattenti iracheni di ucciderli nella città settentrionale di Kirkuk. Il
reporter Paul McEnroe riferirà che lui e il fotografo Richard Sennott sono
riusciti a scampare all’attacco solo perché le granate che li finiscono addosso
sono difettose e non esplodono. I due erano andati alla raffineria di petrolio a
poche miglia da Kirkuk dopo che la città era caduta nelle mani dei curdi, che
combattevano a fianco delle forze angloamericane.
Il 12 aprile alcuni uomini armati tendono un’imboscata e rapiscono tre
giornalisti malesi a Baghdad, uccidendo il loro interprete iracheno. I
giornalisti - Terence Fernandez, reporter per il quotidiano Sun, Anuar Hashim,
fotografo per il New Straits Times, e Omar Salleh, cameraman per la Radio
Television Malaysian - vengono attaccati mentre viaggiano dallo Sheraton Hotel
verso l’ospedale e rilasciati il giorno stesso.
Sempre il 12 aprile, due giornalisti turchi vengono colpiti quando i soldati
aprono il fuoco contro la loro auto nella città settentrionale di Mosul. Kemal
Batur, giornalista di Sky Turk, viene colpito a una mano, mentre Mesut Gengec,
cameraman per Show TV, viene colpito alla testa da alcune schegge.
Il 13 aprile una troupe della CNN si ritrova in mezzo a una pioggia di
proiettili dopo essersi avventurata nella città di Tikrit. Brent Sadler,
corrispondente per la CNN, sta trasmettendo in diretta quando il suo convoglio
viene colpito dal fuoco. Almeno un veicolo viene colpito e le guardie del corpo
assoldate dalla CNN rispondono al fuoco.
Lontano dal fronte, intanto, il 14 aprile, i leader dei giornalisti del mondo
arabo e dell’IFJ si incontrano a Rabat, in Marocco, e stipulano un accordo che
segna un nuovo processo di cooperazione, includendo un fronte unito per i
diritti dei giornalisti in Iraq. L’IFJ e la Federazione dei Giornalisti Arabi
chiedono insistentemente indagini internazionali sulle uccisioni di giornalisti
e di lavorare insieme per creare una nuova associazione dei giornalisti in Iraq
“unita e forte” una volta finita la guerra.
Il 14 aprile il giornalista freelance argentino Mario Podesta muore in un
incidente automobilistico vicino Baghdad. Podesta stava viaggiando in un
convoglio di veicoli della stampa a circa 80 km da Baghdad quando avviene
l’incidente. La sua collega Veronica Cabrera, rimasta ferita nell’incidente
muore il giorno seguente. Un giornalista portoghese che viaggiava nello stesso
veicolo ha detto all’agenzia stampa del suo paese (Lusa) di aver sentito uno
sparo prima dell’incidente, ma non può essere sicuro che sia stato quello ad
aver causato la perdita del controllo dell’auto da parte dell’autista. Podesta,
51 anni e padre di tre figli, era un veterano del giornalismo di guerra. Aveva
lavorato come corrispondente in 35 conflitti.
Così come i pericoli di morte per incidenti o per scontri a fuoco, il problema
di dover seguire i disordini civili causati dalla caduta del regime viene messo
in luce il 15 aprile quando Paul Watson, reporter per il Los Angeles Times,
viene pugnalato durante una rivolta a Mosul.
Quando le forze angloamericane iniziano a prendere il controllo di Baghdad e
delle altre maggiori città, la scena dei media locali si trasforma
Il 20 aprile forse non sarà ricordato dal popolo iracheno come data storica ma
è, di certo, un giorno di grande importanza per i giornalisti iracheni. Il
Partito Comunista Iracheno (CPI) distribuisce gratuitamente proprio quel giorno
una copia del suo quotidiano Tariq al-Chaab (La voce del popolo). Tariq al-Chaab
è stato il primo quotidiano iracheno ad apparire nella capitale da quando i
quotidiani ufficiali Babel e Al-Thawra avevano cessato di uscire il 9 aprile.
Tariq al-Chaab aveva smesso di essere edito nel 1979 dopo un raid in cui circa
70mila membri del partito comunista erano stati arrestati e imprigionati. Il CPI
era uno dei più grandi partiti comunisti del mondo arabo al tempo. L’uscita del
quotidiano comunista apre il fiore delle possibilità.
Il 25 aprile il quotidiano curdo Al-Ittihad viene distribuito a Baghdad.
L’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) distribuisce il giornale in lingua
araba, annunciandolo come il primo giornale curdo pubblicato nella “liberata
Baghdad” e distribuito in Iraq. Il 18 aprile, un altro dei principali gruppi
curdi, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), distribuisce 10mila copie
gratuite a Baghdad del suo giornale in lingua araba Karbat.
Intanto una stazione radio chiamata Voce del nuovo Iraq inizia le trasmissioni
in arabo dall’aeroporto internazionale di Baghdad il 19 aprile con programmi
preparati dagli impiegati della ex radio di Stato e dagli iracheni di ritorno
dall’esilio, e supervisionato dall’Ufficio per la ricostruzione e gli aiuti
umanitari (ORHA), che è stato creato ad hoc dagli americani.
Il 1 maggio, il presidente americano George W. Bush annuncia solennemente che la
guerra è finita.
Dichiarata la pace,
continuano le uccisioni
Nei mesi successivi la dichiarazione di pace sono morti più di
trenta giornalisti.
Il 9 maggio la giornalista americana Elizabeth Neuffer, 46 anni, reporter del
Boston Globe, muore in un incidente d’auto mentre ritornava a Baghdad da Tikrit,
dove aveva intervistato alcuni ufficiali dell’ex partito Ba’ath. Anche il suo
interprete, Walid Khalifa Hassan al-Dulami, rimane ucciso.
Il 5 luglio, il giornalista freelance Richard Wild, che era arrivato a Baghdad
solo due settimane prima, viene ucciso fuori dal Museo di storia naturale
iracheno. Wild viene ucciso da un unico proiettile che lo colpisce alla testa da
distanza ravvicinata mentre era tra la folla.
Il 6 luglio, Jeremy Little, freelance australiano ventisettenne che lavorava per
il network americano NBC muore a causa delle ferite ricevute quando la macchina
in cui stava viaggiando viene colpita da una granata. Little era un embedded
nella Terza divisione nella città di Falluja.
Il 27 gennaio 2004, Duraid Isa Mohammed, 27 anni, produttore televisivo di Cable
News Network (CNN), e Yasser Khatab, 25 anni, il suo autista, muoiono a causa di
alcune ferite riportate durante una sparatoria che coinvolge i due veicoli in
viaggio vicino alla città di Hillah. I veicoli erano diretti a nord, verso
Baghdad, quando un’auto si avvicina da dietro e un uomo con una AK-47,
attraverso il tetto, apre il fuoco. Il cameraman Scott McWhinnie, che stava
viaggiando nel secondo veicolo, viene colpito alla testa da una pallottola e
curato in una vicina base militare. Secondo la CNN le vetture del network non
erano targate e gli assassini non potevano sapere che erano dei giornalisti. Il
1 febbraio nove giornalisti sono tra le vittime del doppio attentato
terroristico a Irbil, nel Kurdistan iracheno. In quel giorno due kamikaze
saltano in aria quasi contemporaneamente dopo essersi introdotti nei due edifici
che ospitano i principali partiti politici della regione, il Kurdistan
Democratic Party (KDP) e il rivale Patriotic Union of Kurdistan (PUK).
Un‘esplosione che uccide quasi 100 persone, non a caso nel momento in cui la
comunità curda stava celebrando “Eid Al-Adha”, l’appuntamento più significativo
del calendario musulmano, un evento che suscita sempre la massima considerazione
da parte dei media locali. Gli attentatori probabilmente appartenevano al gruppo
terroristico “Jaish Ansar al Sunna”, orientato contro i partiti curdi perché
colpevoli di essere alleati degli Stati Uniti e di aver combattuto a fianco
delle truppe durante l’invasione dell’Iraq. I giornalisti e operatori dei media
uccisi sono: Safer Nader, fotografo della rivista Qula; Abdlsatar Abulkarim,
fotografo per il quotidiano Altakhy; Kamaran Mohamed Omar, redattore del
quotidiano Rzkar; Ayoub Mohamed Salih, cameraman per KTV; Naseh Salim, columnist
per Rzkari; Saad Abdulla, giornalista; Salah Saedouk, giornalista; Shawkat Shekh
Yazden-Aras, giornalista; Mhdi Khoshnaw, giornalista.
Il 18 marzo Ali Abdel Aziz, 35 anni, cameraman iracheno del canale satellitare
di Dubai, Al-Arabiya, viene ucciso a un posto di blocco a Baghdad quando le
truppe americane aprono il fuoco dopo che un veicolo aveva cercato di forzare il
blocco stradale. Il reporter Ali Al-Khatib di Al-Arabiya muore a causa delle
ferite riportate qualche ora dopo. L’autista che viaggiava con i giornalisti
riferirà che la troupe stava andando a registrare l’attacco missilistico contro
l’hotel Burj al-Hayat quando le truppe statunitensi hanno aperto il fuoco.
Il 18 marzo Nadia Nasrat, Majid Rachid e Mohamad Ahmad della stazione televisiva
regionale fondata dagli americani, Diyala TV, vengono uccisi in un agguato ad
est della città di Baaquba. La troupe stava viaggiando in un minibus quando
degli uomini armati escono dall’auto e aprono il fuoco. Altri 10 operatori
rimangono feriti nell’attacco.
Il 31 marzo il cineoperatore freelance Burhan Mohamed Mazhour viene ucciso da un
proiettile che lo colpisce alla testa a Fallujah, 56 chilometri ad ovest di
Baghdad. Mazhour stava lavorando da quasi due mesi per la stazione americana ABC
e secondo il Washington Post è stato ucciso insieme ad altri 15 cittadini
iracheni in seguito a un attacco statunitense, mentre le truppe americane
stavano effettuando ricerche casa per casa.
Il 20 aprile nella città di Samara, a nord di Baghdad, Asaad Kadhim, un
corrispondente per la tv Al-Iraqiya, e il suo autista vengono uccisi da colpi
provenienti da militari americani. Le circostanze dell’incidente sono poco
chiare e al momento tutti gli sforzi da parte delle organizzazioni
internazionali a difesa della libertà di espressione per arrivare alla verità
sono risultati vani.
Il 7 maggio due giornalisti - il polacco, Waldemar Milewicz, e l’algerino,
Mounir Bouamrane - che lavoravano per una televisione polacca vengono uccisi da
colpi d'arma da fuoco a Latifiya, a sud di Baghdad. Nell'attacco, compiuto da
ignoti resta ferito a un braccio un cameraman polacco, Jerzy Ernst. «'Un'auto è
sopraggiunta da dietro e i suoi occupanti hanno aperto il fuoco contro il nostro
veicolo, uccidendo il giornalista polacco » riferisce la guida dei giornalisti,
ancora sotto shock. «'Ci siamo fermati e io sono sceso con il giornalista
algerino e il cameraman polacco, ma gli aggressori hanno fatto un'inversione di
marcia e aperto il fuoco di nuovo, uccidendo il giornalista algerino e ferendo
il polacco».
Il 21 maggio Rashid Hamid Wali, cameraman della tv qatariota al Jazeera viene
ucciso a Kerbala in scontri tra militari Usa e uomini del leader sciita Sadr.
Il 29 maggio, a Mahmudiya, 30 km a sud di Baghdad, muoiono due giornalisti free
lance giapponesi, Shinsuke Hashida, 61 anni, e il nipote Kotaro Ogawa, 33 anni.
Secondo le ultime testimonianze, l'auto sulla quale viaggiavano i due
giornalisti, con l'autista e l'interprete iracheno, viene assalita con raffiche
di colpi d'arma da fuoco e, sembra, con lancio di granate, da sconosciuti a
bordo di un'altra auto che s'era avvicinata da dietro. L'autista, ferito, viene
medicato all'ospedale della cittadina. La zona di Mahmudiya risulta così una
delle più pericolose dell'intero Iraq, teatro di ripetuti attacchi di ribelli
armati contro convogli militari Usa, personale straniero di imprese impegnate
nei lavori di ricostruzione, e giornalisti. Hashida, 61 anni, era un giornalista
molto noto nel suo paese. Dopo aver lavorato a lungo in un'agenzia di notizie
radiofoniche su onde corte con missioni durante la guerra in Vietnam, nel 1989
si era messo in proprio con reportage in Cambogia e nel sudest asiatico.
Il 15 agosto muore a Fallujah il cameraman iracheno Mahmoud Hamid Abbas,
trentaduenne che lavorava per la televisione tedesca Zweites Deutsches Fernsehen
(ZDF). Abbas aveva lavorato anche come produttore e redattore per l´emittente
pubblica. ZDF ha sostenuto in una dichiarazione che Abbas aveva chiamato
l´emittente dicendo che aveva filmato il bombardamento a una casa a Fallujah da
parte delle forze statunitensi e che avrebbe voluto tornare a Baghdad. Abbas
aveva richiamato la stazione un'ora e mezzo dopo per comunicare che era in corso
un "attacco", ma il collegamento telefonico è caduto poco dopo. La ZDF ha
scoperto la morte di Abbas solamente il giorno seguente dopo che il suo corpo
era stato ritrovato in una moschea di Fallujah. In una recente dichiarazione la
ZDF sostiene che i dettagli sulla morte del giornalista sono tuttora poco
chiari.
Il 26 agosto il giornalista Enzo Baldoni viene ucciso. A rivelarlo è la tv
qatariota Al Jazeera, che non ha comunque mandato in onda il video
dell'uccisione dell'ostaggio italiano 'per rispetto dei sentimenti degli
spettatori' e perché ritenuto 'troppo cruento' A uccidere il freelance italiano
è stato il sedicente Esercito Islamico in Iraq.
L’11 settembre muore davanti alle telecamere, mentre raccontava la battaglia di
Bagdad, il giornalista palestinese Mazen Al Tomaizi, 26 anni, ucciso durante un
bombardamento di elicotteri statunitensi. Le immagini con due macchie di sangue
al centro dell´obiettivo hanno presto fatto il giro del mondo. Al Tomaizi
lavorava per la televisione al-Arabiya e si trovava tra la gente ammassata
attorno a un blindato americano, attaccato e bruciato dai ribelli. Durante lo
stand up, la prima ripresa non era venuta bene. «Ripetiamo» ha detto e le
registrazioni sono ripartite. I primi scoppi e la gente è scappata via ma lui ha
continuato a filmare. Solo per qualche istante, però, prima che un missile
centrasse il tank. Una scheggia lo ha colpito mentre la telecamera, continuava a
registrare. L’uomo ha avuto solo il tempo di gridare «Seif, seif, sto
morendo...» al suo operatore rimasto ferito in modo lieve, per poi cadere a
terra senza vita. Nel bombardamento, insieme ad Al Tomaizi, sono morte altre 12
persone; tra i 55 feriti un cineoperatore iracheno della Reuters e un fotografo
dell´agenzia Getty, anche lui iracheno.
Il 14 ottobre, Dina Mohammed Hassan, una
giornalista che lavorava per la televisione Al-Hurriya viene uccisa a Baghdad
davanti alla propria abitazione.
Il 15 ottobre, a Mossul, un fotografo del consorzio fotografico europeo EPA,
Karam Hussein, viene ucciso da quattro uomini armati di fronte alla sua casa.
Era scapolo e da anni dedicava tutte le sue energie alla professione di
fotografo, che svolgeva con assoluta dedizione. I suoi ultimi reportage sono
stati un attacco dei ribelli contro un convoglio armato americano e un lancio di
bombe nei pressi di un villaggio.
Il 29 ottobre ignoti aggressori assassinano a colpi di arma da fuoco Liqaa
Abdul-Razzaq, una giornalista televisiva irachena di trent'anni molto popolare
nel suo Paese per aver a lungo militato nell'emittente di Stato, come
conduttrice dei telegiornali, durante il regime di Saddam Hussein. La
giornalista viene colpita mentre era in auto con alcuni suoi colleghi: lei
muore, altre due persone rimangono ferite. Un destino tragico, quello della sua
famiglia: due mesi prima in circostanze analoghe era stato già ucciso il marito,
interprete presso la stessa emittente. Da un anno la giornalista lavorava per la
televisione locale 'al-Sharqiya', riprendendo le sue mansioni di speaker. Madre
di un bambino di 6 anni, un mese prima della morte aveva dato alla luce un'altra
bimba.
Il 1 novembre un cameraman iracheno viene
ucciso a Ramadi, città a 110 km a ovest di Baghdad, da un proiettile alla testa.
Dhia Najim, 55 anni, stava riprendendo scontri fra truppe americane e ribelli
sunniti vicino alla sua casa quando è stato colpito dal proiettile. La vittima,
che lascia la moglie e quattro figli, lavorava come cameraman freelance per la
Reuters Television.
Il
9 febbraio 2005 muore il giornalista Abdel Hussein Khazaal, 40 anni.
Usciva dal suo domicilio, nel quartiere di Maqal di Bassorah, con il suo figlio
Mohammed, di 3 anni, quando degli sconosciuti gli sparano, uccidendolo sul
colpo. Khazaal era anche il direttore del servizio di stampa del governo di
Bassora e membro del partito sciita Dawa. Sotto il regime di Saddam Hussein,
Khazaa era stato in esilio. Il suo ultimo reportage era dedicato alle
elezioni legislative del 30 gennaio 2005.
Il 28 febbraio viene rinvenuto il corpo
di Raiedah Mohammed Wageh
Wazan, la presentatrice televisiva
irachena rapita una settimana prima. La giornalista, Raida Al Wazan, conduttrice del telegiornale di
Ninive, una rete regionale della televisione pubblica irachena ‘Iraqiya Tv’, era
stata rapita fa nel centro di Mossul, insieme a sua figlia di dieci
anni; la bambina era stata rilasciata il giorno stesso.
Il 14 marzo un cameraman della tv satellitare del Partito
democratico del Kurdistan (Pdk), rapito due settimane prima,
viene trovato ucciso in un quartiere a nord di Mossul. Il cameraman era di confessione
cristiana.
Il 14 aprile un giornalista della televisione curda,
Chamal Abdallah Assad, viene ucciso da uomini armati
nella città di Kirkuk. Il
giornalista lavorava per una televisione locale e per la
televisione satellitare 'Kurdsat', emittente dell'Unione
patriottica del Kurdistan del presidente Jalal Talabani.
Secondo la ricostruzione ufficiale dei fatti, degli uomini armati hanno aperto
il fuoco sul giornalista alle 19 locali, mentre si trovava in un mercato
d'automobili nel sud di Kirkuk, città petrolifera 250 chilometri a settentrione
di Baghdad. Kirkuk, città multietnica, è abitata da arabi, curdi e turcomanni.
Il 18 aprile due
giornalisti della televisione Al-Hurriya muoiono a causa di un attentato suicida
a Baghdad. Fadhil Hazem Fadhil
e il cameraman Ali Ibrahim Issa vengono uccisi mentre si
recavano ad un evento in onore del nuovo presidente Jalal Talabani. I
giornalisti stavano viaggiando in una macchina insieme ad un reporter e
all’autista, quando le bombe sono esplose fuori dal ministero degli Interni.
24 aprile:
Saleh Ibreahim, un operatore
della Associated Press Television News rimane ucciso mentre
riprendeva un combattimento a Mosul, nell'Iraq
settentrionale: è il secondo uomo della Associated Press
ucciso nel conflitto iracheno. «Siamo addolorati per la
morte di Saleh Ibreahim», ha dichiarato il presidente
dell'agenzia americana, Tom Curley. «La sua dedizione
all'informazione per riportare con completezza la storia
dell'Iraq in questo momento storico è stata di esempio a
tutti coloro che lo hanno conosciuto ed hanno lavorato con
lui».
Il
16 maggio due
giornalisti iracheni e il loro autista vengono assassinati
da presunti insorti a sud di Baghdad. I due, Ali Yasem al Rumi e
Naji Abed Jodeir, alle
dipendenze di un canale televisivo kuwaitiano, avevano da
poco lasciato la città santa sciita di Kerbala, dove si
erano recati per girare un servizio, quando la loro
automobile viene bloccata da una decina di presunti
insorti che, dopo aver fatto scendere passeggeri e autista,
decapitato i giornalisti.
L'agguato avviene
nei pressi di Mahmudiya e Latafiya.
Il 20 maggio tre giornalisti
iracheni vengono uccisi per strada a sud di Baghdad. L’attacco
avviene
mentre i giornalisti si stavano recando da Kerbala a
Baghdad. Si trovavano su un minibus insieme ad altri
passeggeri, quando sono stati fermati da un gruppo armato
che ha fatto scendere i giornalisti quando hanno mostrato la
loro tessera stampa. Gli altri passeggeri sono stati
lasciati liberi, ma
Najem
Abd Khudair,
corrispondente da Kerbala per il giornale Al Mada, Ahmad
Adam,
giornalista freelance di Al Mada, e Ali
Jassem Al Rumi,
giornalista di Al Safeer, vengono uccisi.
Il
28 giugno a Bagdad, Ahmed Wael Al Bacri,
30 anni, mentre stava tornando a casa dopo il lavoro
di producer per Al Charkiya, una catena televisiva privata,
viene ucciso al volante della sua vettura che si era
avvicinata troppo a un convoglio militare americano.
Il
4 luglio
Yasser Salihee, il reporter iracheno
che aveva denunciato gli squadroni della morte, viene ucciso
a un check-point Usa. Yasser Salihee medico e giornalista
per il gruppo Knight Ridder, indagava sugli scomparsi
sunniti uccisi dai commandos guidati dai consiglieri Usa.
Appunti dei reporter dai
fronti di guerra
L’IFJ ha spesso tenuto
contatti con alcuni giornalisti impegnati a seguire l’ultimo conflitto in Iraq e
ha avuto modo di ricevere informazioni su come fossero stati preparati alla
guerra e sulla loro esperienza. “Non abbiamo appreso molto di più di quello che
già sapessimo – dichiarerà Aidan White, segretario generale dell’IFJ - ma è
stato detto abbastanza per capire la necessità di una campagna globale che renda
il giornalismo più sicuro e che assicuri il rispetto dei diritti dei
giornalisti.
Quando la
guerra infuria intorno a te, coloro che sono fuori non ti possono aiutare
Asne Seierstad è una freelance che può dire di aver vissuto bene
la guerra. Lei e la sua troupe hanno seguito il conflitto per otto quotidiani
europei e cinque canali televisivi e per molte stazioni radio.
La Seierstad è diventata l’unica giornalista a guidare i media scandinavi. Dopo
la guerra in Afghanistan, nella quale morirono otto operatori dei media, uno dei
quali era un giornalista svedese, i media scandinavi decisero di giocare più
sicuro e di fare affidamento sulla distribuzione dei servizi della sola
Seierstad. Nei giorni del conflitto la giornalista è diventata ben presto una
sorta di figura eroica nella scena dei media nordici.
Nonostante ciò, come molti altri giornalisti freelance, anche Asne Seierstad non
ha seguìto una breve preparazione formale sui rischi che avrebbe affrontato.
Inoltre non ha ha partecipato a nessun corso di preparazione alle situazioni
ostili e quando è partita per l’Iraq non possedeva un equipaggiamento di
sicurezza.
Ma ha avuto fortuna e non è poco. Ha detto all’IFJ: «Ho avuto tutto quello di
cui avevo bisogno dall’ambasciata norvegese quando sono evacuati, inclusi un
giubbotto antiproiettile, un elmetto e tre maschere antigas per me, il mio
interprete e il mio autista». Sia lei che i suoi collaboratori non avevano
un’assicurazione sulla vita e non aveva piena conoscenza dei suoi diritti come
giornalista sotto la legge internazionale. «QualiChe
diritti?» ha chiesto rispondendo a una domanda sull’argomento.
Su una questione però è stata molto chiara con l’IFJ. «E’ importante perseguire
coloro che hanno deliberatamente ucciso i giornalisti, come è accaduto per i
giornalisti di Al Jazeera, e per i due colleghi che sono morti nell’hotel
Palestine. Coloro che hanno sparato sono da ritenersi responsabili».
Ha ammesso anche che la sua preparazione avrebbe potuto essere migliore. «Un
corso di preparazione sarebbe servito, così come un corso sulla cultura araba e
irachena. Più sai di un paese meglio è per la tua stessa sicurezza».
Seguire la guerra in Iraq ha messo in particolare pericolo i
giornalisti turchi
Meglio preparato al conflitto era invece Mesut Gengec, cameraman
di Show TV, che aveva con sé medicinali contro le armi chimiche, maschere
antigas, giubbotto antiproiettili ed elmetto, e aveva seguito un corso di
preparazione alle misure di sicurezza fornitogli dalla sua compagnia.
Aveva anche un contratto speciale e un’assicurazione per le condizioni di
guerra, con una copertura sulla vita di 60mila $ e di 40mila $ in caso di danni
fisici permanenti.
In ogni caso, come la Seierstad, non era informato sui suoi diritti secondo la
legge internazionale, «Mi piacerebbe impararli» ha commentato.
Come molti giornalisti turchi ha affrontato diversi problemi nel lavorare nel
nord dell’Iraq. «C’era pressione da entrambe le parti. Le condizioni di guerra
erano difficili, e c’era sempre qualcuno che considerava i giornalisti come
nemici».
Un altro giornalista turco, Kemal Batur, ha viaggiato nella regione come
freelance. Non aveva nessuna preparazione, nessun equipaggiamento, nessuna
assicurazione e pochi soldi. Le cose sono migliorate quando ha iniziato a
lavorare per SKY Turk TV. «Mi hanno fornito un equipaggiamento di sicurezza con
medicine, un giubbotto antiproiettile e una maschera antigas».
Come molti altri nel paese, Batur ha appreso le misure di sicurezza solo dai
suoi colleghi che si trovavano già lì e avevano maggiore esperienza. In ogni
caso, il suo ingaggio per SKY Turk TV è diventato prezioso il 12 aprile. «Sono
stato colpito da un’arma da fuoco e ferito a una mano mentre il nostro veicolo
era preso sotto tiro a Mosul. Quando sono tornato in Turchia, SKY Turk mi ha
dato lo stesso compenso di guerra degli altri nella compagnia».
Batur è convinto che la preparazione sia essenziale. «Tutte le parti cercano di
usare i giornalisti per fare propaganda. Non c’è sicurezza per le nostre vite, e
sfortunatamente non c’è solidarietà tra i giornalisti che lavorano nelle aree di
conflitto».
I problemi affrontati dai giornalisti turchi nel nord dell’Iraq erano
preventivati, dato il sospetto locale dei leader curdi contro i turchi. I
giornalisti erano sempre visti con sospetto, «ma gli USA e gli amministratori
locali curdi hanno avuto una grande responsabilità nel creare questi pregiudizi.
Ci trattavano come spie. A Mosul, sono caduto sotto il fuoco della milizia araba
e ho perso due dita. Gli arabi hanno aperto il fuoco contro molti giornalisti
come hanno fatto con noi. Nonostante ciò non c’è stata alcuna indagine che li
portasse alla giustizia.»
Come altri, Batur pensa che una forte azione debba essere presa contro i
responsabili delle morti dei giornalisti. «Dobbiamo usare tutti i nostri mezzi
(incluso il boicottaggio delle loro attività) contro coloro che hanno ucciso i
giornalisti».
Presi di mira dalla folla inferocita a Mosul
Alcuni giornalisti hanno organizzato il proprio corso per la
sicurezza strada facendo. Nizamettin Kaplan, della NTV, che è rimasto nel nord
dell’Iraq per due mesi durante la guerra, non aveva seguito nessun corso di
preparazione per la sicurezza. «Quando lavoravo a Duhok - ha detto - ero insieme
a un gruppo di giornalisti, e abbiamo appreso da un collega cosa avremmo dovuto
fare in caso di attacco. Tutto quello che sapevamo era ciò che lui ci aveva
raccomandato di ricordare».
Per l’equipaggiamento, ha detto che lui e gli altri giornalisti hanno dovuto
rivolgersi al mercato nero. «Quando siamo arrivati in Iraq non avevamo maschere
antigas, giubbotti antiproiettile o kit di pronto soccorso. Circa un mese dopo
abbiamo comprato dai turchi un equipaggiamento di sicurezza. È stato molto
difficile».
Kaplan si considera tra i più fortunati. «C’erano molti colleghi che non avevano
alcun equipaggiamento. Hanno seguito la guerra senza indumenti protettivi.
Coloro che non volevano rischiare la vita hanno rischiato il posto di lavoro e
hanno lasciato l’Iraq. Ovviamente, molto doveva essere fatto dalle compagnie dei
media».
Soltanto il pericolo delle mine è sufficiente a convincerlo che la preparazione
è essenziale per i giornalisti nelle zone di guerra. «Le mine sono uno dei
maggiori pericoli per noi; nel nord dell’Iraq c’erano 6/7 mine per persona ma il
numero, già impressionante, è aumentato dopo la guerra. Non so nulla sulle mine.
Potevamo incappare su una mina non appena lasciavamo la strada asfaltata. A
molti colleghi è successo».
Come giornalista indipendente si è trovato nel mezzo di una situazione
pericolosa a Mosul, dove è stato uno dei primi giornalisti a entrare nella città
prima delle forze di coalizione.
«C’era un terribile saccheggio quando sono arrivato alle 8 del mattino. Molti
dei saccheggiatori erano curdi e altri erano gente di Mosul. I civili avevano
fatto delle barricate intorno alle loro case e negozi per la loro sicurezza. Non
c’era sicurezza nella città e c’erano civili armati in ogni angolo. Quando la
Banca centrale è stata saccheggiata, coloro che avevano del denaro in banca
hanno reagito male. Hanno preso di mira i reporter e un gruppo di giornalisti
turchi sono stati attaccati. Due dei nostri collegi sono stati feriti. Ci sono
stati molti omicidi».
Come altri, è convinto che più preparazione e più rispetto per i diritti dei
giornalisti siano essenziali per migliorare le condizioni affrontate dai
giornalisti.«In molti paesi i giornalisti sono trattati come nemici. La gente si
comporta come se fossimo responsabili dei loro problemi. Siamo presi di mira per
le notizie che diamo sui loro paesi. Dobbiamo convincere la gente che i
giornalisti lavorano per il pubblico».
Sperare nel meglio quando scade l’assicurazione
Nuno Patricio, giornalista di RTP, la rete pubblica portoghese,
ha seguito un piccolo corso di preparazione prima di andare in Iraq; una
settimana presso l’unità militare portoghese CIOE (Centro de Instrucao de
Operacoes Especiais). Un corso nato da un’iniziativa comune del sindacato dei
giornalisti e dell’esercito portoghese.
«Ci hanno dato delle nozioni basilari sulla sopravvivenza in diverse
circostanze, sull’assistenza medica e su altro. Ma una settimana è troppo poco
per una buona preparazione». Nonostante avesse un’assicurazione, come per molti
altri che seguivano il conflitto essa era limitata a 30 giorni. «Oltrepassato
quel periodo, l’assicurazione non era più valida. Per fortuna non è successo
nulla di grave».
Patricio ha una grande esperienza di giornalismo di guerra, avendo seguito
conflitti a Timor, in Kosovo, in Afghanistan prima di quello in Iraq, ma ha
trovato grandi difficoltà. «C’erano momenti di grande pressione e censura. Ci
era proibito andare in alcune zone, i nostri servizi erano controllati e le
nostre guide erano fornite dal governo locale».
Nessuna censura ma un soffocante “riservo”della
macchina da guerra americana
Un modello di preparazione, sempre che esista una “precisa”
preparazione per qualcosa di imprevedibile come la guerra, è fornita da Claudia
Persens, corrispondente per la Reuter ad Ankara.
La Persens era embedded con l’esercito americano. «Ho seguito un corso di
preparazione alle situazioni ostili e quando mi è stato chiesto di andare nel
Golfo mi è stato spesso detto che cosa mi avrebbe atteso suggerendomi di tanto
in tanto di rinunciare. Avevo un giubbotto antiproiettile, un elmetto, un kit di
protezione per le armi chimiche, una maschera antigas e un kit di pronto
soccorso. Non ho dovuto usare nulla di tutto ciò ma era rassicurante averlo con
me. Sono stata anche vaccinata e mi sono stati dati consigli medici dalla Fleet
Street Clinic di Londra che mi sono stati molto utili».
I problemi per la giornalista sono stati, se mai, di altra natura. «Il
comandante della nostra divisione non amava molto i giornalisti e i media, e di
conseguenza gli altri ufficiali sotto il suo comando erano molto sospettosi ed
era difficile ottenere informazioni».
Nonostante il comportamento dei militari, la Persens ha detto che non c’era una
specifica pressione.
«Non eravamo censurati. Le storie che scrivevamo non venivano mai controllate.
Il problema era che le autorità dicevano sempre il minimo indispensabile, anche
quando non c’era ragione di essere così riservati».
Ho
oltrepassato il confine fra giornalista embedded e combattente?
Gavin Hewitt della BBC ha viaggiato con la terza divisione
americana dal Kuwait fino a Baghdad.
«Dava una sensazione di grande potenza. La nostra colonna era lunga 4 km. Quasi
10mila veicoli in viaggio verso Baghdad. Dall’esterno il meccanismo degli
embedded era stato spesso criticato, e io stesso ero preoccupato che saremmo
stati limitati su ciò che si poteva riferire. L’unico problema che avevamo era
che non potevamo dire con precisione dove eravamo a meno che non fossimo già
coinvolti nell’azione, e non potevamo ovviamente riferire i nostri spostamenti
futuri. A parte ciò è stata rispettata la mia libertà di giornalista di
informare esattamente come volevo».
In seguito, durante un incontro a Londra, ha raccontato anche di un incidente
nel quale l’unità con cui viaggiava si è scontrata con reparti iracheni. «Avevo
notato un veicolo davanti a loro che si era fermato. L’ho fatto notare ai
soldati ed è scoppiata una battaglia. In quel momento ho pensato che forse avevo
oltrepassato il limite».
…L’ho fatto, e senza
timori
Jules Crittenden, giornalista del Boston Herald, invece non si è
posto questo dubbio. Dopo aver ricordato di essere stato attivamente arruolato
da coloro con cui viaggiava come combattente per sostenere la causa
dell’esercito americano e di aver contribuito all’uccisione di tre soldati
iracheni, Crittenden risponde così alle domande dell’IFJ: «Alcuni nella nostra
professione potrebbero pensare che come reporter e non combattente, ero lì solo
per osservare. Ora che ho assistito alla morte di tre esseri umani nella guerra,
sono sicuro che alcune persone mi faranno domande sulla mia etica, o sulla mia
obiettività, ma io ho deciso di tagliare corto su tutti questi argomenti. Che
tacciano, loro non c’erano. Ma saranno i benvenuti a seguirmi la prossima volta
se vogliono mettere alla prova la loro professionalità».
La strategia d’informazione militare ci ha blindato
Lontano dall’azione c’erano coloro che facevano informazione dal
Commando Centrale di Quasar dove a un certo punto i giornalisti erano così pieni
delle notizie ufficiali date dai militari che sono scoppiati in un applauso
spontaneo quando uno tra loro ha protestato.
Il reporter della BBC, Jonathan Marcus si è lamentato perché il servizio di
informazione era troppo rigidamente controllato. «La strategia d’informazione
americana era talmente costruita da risultare fin dall’inizio e agli occhi di
tutti quasi una strategia di pubbliche relazioni. Questa è stata la cosa più
affascinante di questa guerra: si aveva questa sovrabbondanza di materiale dai
nostri colleghi a Baghdad o in viaggio con le unità. Ma era come se stessero
guardando tutti una piccolissima parte della guerra attraverso lo stesso buco di
una serratura. E penso che questo fosse ciò che il Pentagono voleva. Penso che
quelle persone che hanno avuto la forza di mettere insieme tutti i pezzi ora
siano molto soddisfatte».
Marcus ammette che la messa alla prova di tutto questo apparato dei media si ha
non quando la guerra va bene, ma quando va male. «L’inizio della guerra è andata
molto bene per gli angloamericani, e questa strategia d’informazione altamente
intrusiva è servita loro, perché si parlava quasi sempre di successi. Ora che le
cose vanno diversamente, forse non sono più così soddisfatti di questo sistema.
Ma all’inizio ha funzionato eccome! Sembrava di essere tante comparse dentro un
film rovinato solo da una brutta sceneggiatura». |